Visualizzazioni totali

martedì 26 luglio 2011

Gran Missione Casa Venezuela: al via la costruzione di 40 mila abitazioni

A carico di Pdvsa, del Potere Popolare e della Missione Ribas una parte delle 2 milioni di case in programma entro il 2017. L’opposizione: quello del governo è uno show mediatico, le cifre non tornano

di Monica Vistali

CARACAS (17/7/2011) – Prenderà il via questo lunedì la costruzione di 40 mila case in 22 stati del Paese, nell’ambito della “Gran Missione Casa Venezuela”: il programma sociale che vuole dimunire il deficit abitazionale della nazione sudamericana.
Oggi il coordinatore dell’“Órgano Superior de Vivienda y Hábitat”, Rafael Ramírez si è incontrato con i rappresentanti del Potere Popolare e della Missione Ribas per rivedere 2.246 progetti; eleborare un cronogramma di esecuzione; accordarsi sui preventivi e la quantità di materiali necessaria per i lavori di costruzione, per il sumministro dei quali si firmeranno 34 accordi con imprese private e pubbliche.
Ramírez, che è anche ministro dell’Energia e del Petrolio e presidente della società statale petrolifera Pdvsa, ha dichiarato che è in programma la costruzione di 12 mila abitazioni per lo stato Anzoátegui; 300 per quello insulare di Nueva Esparta; 1090 per Guárico; 1.800 per Miranda; 455 per Amazonas; 692 per lo stato Bolívar; 2.975 per Sucre e 4.385 per Monagas. Inoltre, 778 per il Delta Amacuro; 600 per Yaracuy; 19 per Cojedes; 1600 per Carabobo; 300 per Aragua; 1.315 per Falcón; 500 per Lara; 830 per Portuguesa; 1.700 per Barinas; 875 per Apure; 1.310 per Trujillo; 732 per Táchira; 938 per Mérida e 5.400 per lo stato Zulia.

La edificazione dei nuovi immobili è a carico di Pdvsa, del Potere Popolare e della Missione Ribas. Ramírez ha spiegato che quest’ultima ha preso l’impegno di costruire 15 mila abitazioni “che saranno innalzate dalle Brigate della Costruzione di questa Missione”.
La Gran Missione Casa fu lanciata il 30 aprile. L’obiettivo è la edificazione di 2 milioni di abitazioni entro il 2017, meta cui dovrebbero convergere gli sforzi del governo, del settore privato e del popolo organizzato. I 40 mila immobili fanno parte delle 96.366 abitazioni che il governo ha intenzione di edificare con le risorse approvate la scorsa settimana dal presidente della Repubblica, Hugo Chávez: 14 mila milioni di bolívares e 1.700 milioni di dollari. In calendario per quest’anno 153 mila case.
Da L’Avana, dove si è recato per proseguire i trattamenti medici contro il cancro, Chávez ha esaltato i meriti della “Gran Missione Casa Venezuela” con un messaggio Twitter.
“Molto bene la Gran Missione Casa Venezuela! Complimenti a Rafael Ramírez e a questo esercito di costruttori! Vivremo e vinceremo” ha scritto.

L’opposizione, nella persona del coordinatore nazionale di “Primero Justicia” Julio Borges, evidenzia però le lacune dei progetti governativi, additati di essere un puro “show mediatico farcito di bugie e inconsistenze, dove neppure le cifre coincidono”.
Secondo quanto dichiarato dal diputato, fino ad oggi sono solo 5.002 le case terminate e consegnate, a fronte delle 82.962 che dovrebbero già essere abitate dalle famiglie venezuelane. Inoltre, secondo Borges si scorgono contraddizioni tra i numeri dichiarati dal ministro Ramírez (18.161 abitazioni concluse, delle quali 12.115 edificate dal settore pubblico e 6.045 dal settore privato) e quelli che risultano dai dossier della Banca Centrale del Venezuela, secondo cui da gennaio a marzo 2011 erano state costruite 11.598 abitazioni in tutto il Paese (di cui solo 1.601 ad opera del settore pubblico).
“Siamo seri, smettetela con questo show della Gran Missione Casa, ingannando il popolo che continua a sperare di avere una casa degna” ha concluso Borges.

Dalle vie di Caracas all’ospedale di Cuba, un filo rosso lega Chávez al suo popolo

Da quando il presidente venezuelano si è diretto al Paese per comunicare il suo stato di salute, si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà dei cittadini che auspicano una sua pronta guarigione

di Monica Vistali

CARACAS - (3/7/2011) Nessuna convocatoria. Spontaneamente, una volta saputo della malattia che sta affrontando il presidente Hugo Chávez, il popolo venezuelano è sceso in strada e si è ritrovato nelle piazze per manifestare la sua solidarietà al capo di Stato ed augurargli una pronta guarigione.
Venerdì Caracas era in fervore. Mentre il leader ancora si recuperava dall’operazione chirurgica contro il cancro cui è stato sottomesso a L’Avana e i mass media continuavano a speculare su possibili scenari post-Chávez, sui muri del Paese sono apparsi i colori di nuovi murales e per le vie hanno risuonato gli inni della rivoluzione. Sulle colonne di un giornale della Capitale appariva addirittura il testo di una preghiera da dedicare al presidente.

Studenti, casalinghe, indigeni, militanti, pensionati, rappresentanti di organizzazioni popolari. Tutti per strada, sotto la pioggia, sotto il sole, con allegria. Nonostante le lacrime apparse su qualche viso, la preoccupazione e l’angustia, com’è tipico a queste latitudini, sono state sopraffatte dalla confortante fiducia in un veloce ritorno del ‘Comandante’. In bocca un solo grido: “Pa’lante (avanti) Comandante!”. E così, in concomitanza con l’inizio delle celebrazioni per il Bicentenario dell’Indipendenza che si festeggerà ufficialmente il 5 luglio, migliaia di cittadini hanno riempito enormi striscioni con frasi e dediche dirette al capo di Stato ricoverato oltremare. Messaggi d’amore, solidarietà e appoggio incondizionato. Con le ginocchia sull’asfalto hanno lasciato la loro testimonianza di affetto, un ‘voler bene’ difficilmente comprensibile per noi italiani, disaffezionati alla politica e diffidenti nei confronti dei nostri leader.
Le manifestazioni sono partite dal quartiere caraqueño ‘23 de Enero’, zoccolo duro del chavismo e storica roccaforte dei ribelli. Intanto, della Piazza Bolivar della capitale, il rappresentante del 'Frente Francisco de Miranda’, Luis Ramírez ricordava come “il Comandante Chávez ha sempre dato allegria, entusiasmo e speranza al popolo venezuelano” e quindi “può riporre nel suo popolo la più assoluta fiducia”. “Ti amiamo presidente e siamo qui per te - ha detto - perché hai riempito il nostro spirito e hai dato costanza alla nostra lotta”.
Il popolo si è riversato in strada anche oggi, domenica, con marce, manifestazioni, sante messe. In assenza del programma domenicale ‘Aló Presidente!’, diretto dallo stesso Chávez, la gioventù bolivariana ha invaso ogni piazza della Capitale sventolando le bandiere nazionali e del partito, ballando e cantando. Una disposizione d’animo poco condivisa dall’opposizione, preoccupata più per la salute del Paese che per quella del presidente, come ha fatto intendere in un intervento il sindaco di Caracas, Antonio Ledezma.

La marcia è partita in tarda mattinata da Piazza Madariaga con direzione Piaza Miranda. Presenti anche il ministro degli Interni, Tareck El Aissami e il vicepresidente della Repubblica, Elías Jaua.
- Migliaia di giovani da tutto il Venezuela marciano con allegria per la vera libertà, per la costruzione di una patria più degna, approfittando per dare mille benedizioni al Comandante Chávez - ha proclamato il ministro dello Sport, Héctor Rodríguez - sperando che si rimetta, con coraggio, come fa sempre nell’affrontare le sfide.
Mentre al microfono si alternavano decine di giovani militanti per esprimere a gran voce il loro appoggio al processo bolivariano, il presidente Chávez si faceva vivo attraverso messaggini Twitter.
- Che discorsi quelli di questa ragazza, civile e militare - ha commentato da Cuba il capo di Stato - mi congratulo dal profondo della mia anima. Figli cadetti, figli liceisti, figli della mia anima... Vinceremo!
Tra i giovani militanti che esultavano la loro speranza lungo le strade di Caracas, anche la ex senatrice colombiana Piedad Cordoba.
- Anche in Colombia stiamo esprimendo tutta la nostra solidarietà al presidente Chávez - ha dichiarato - Siamo venuti per dirgli che anche in Colombia c’è tanta gente che gli vuole bene.
Il capo di Stato le ha risposto pochi minuti dopo, sempre attraverso Twitter.

Venezuela in semifinale, a vincere è un intero Paese

La terra del ‘beisbol’ esulta in coro l’entrata della Vinotinto nelle semifinali della Coppa America di calcio. L’euforia è contagiosa e dalle strade arriva ai vertici del governo che identificano il successo sportivo con un senso di riscatto nazionale 

di Monica Vistali

CARACAS (17/7/2011) - Ai tre successi - contro il Brasile, l’Ecuador e il Paraguay - che già avevano acceso l’animo venezuelano, si è aggiunta ieri una vittoria, quella del 2-1 contro il Cile, che ha catapultato la nazionale ‘Vinotinto’ nella semifinale della Coppa America 2011. Si tratta di una prima volta per gli 11 di Cesar Farias, dati per spacciati ancor prima dell’inizio del torneo ed ora in alto come non mai nella storia della coppa sudamericana.
Il presidente Hugo Chávez ha seguito la gara da L’Avana, dove prosegue i trattamenti medici contro il cancro, ed è intervenuto più volte, attraverso Twitter, nei commenti di gioco.
“Goooooooolllllll della patria! Viva Venezuela! Sono qui, guardando la partita con Fidel (Castro, ndr) Vivremo e Vinceremo!” - ha scritto il capo di stato al momento della prima palla in rete e prima di accennare ad un Fidel ‘portafortuna’ - “Fidel è venuto e ha portato fortuna alla Vinotinto. Ha cantato il gol ed ha indovinato la vittoria”.
Se Fidel è di buon augurio, in questa Coppa America non si può dire altrettanto dell’etichetta di ‘favorite’. È stato infatti disilluso chi contava sulle nazionali di Colombia, Argentina, Brasile e Cile.
Il c.t. Farias commenta a caldo dopo l’ultima vittoria la reazione degli sconfitti:
"Mi sorprende il fatto che dopo ogni partita che giochiamo, le altre squadre dicono che abbiamo giocato male o che non meritavamo. Ma va bene così, lasciate che continuino a guardarci dall'alto in basso".
E zittisce chi commentava che “il Venezuela esporta telenovelas, non calcio”, rispondendo orgoglioso:
Il rispetto non ce l’avevano e ormai non lo chiediamo, lo guadaganamo”. “L’allegria è come la nostra bandiera, piena di stelle e colori. Abbiamo giocato quando dovevamo giocare, sofferto quando dovevamo soffrire e castigato quando dovevamo castigare”.
Nella terra del baseball, a fine partita migliaia di tifosi - in attesa della semifinale di mercoledì contro il Paraguay (con cui la Vinotinto ha già pareggiato in rincorsa) - si sono riversati nelle strade delle città urlando e sventolando bandiere in omaggio ad un evento di “fútbol” quanto mai inedito nella storia della nazione.
L’euforia ha contagiato tutti, nelle piazze, nei bar, nelle affollate ‘liquorerie’ ed è arrivata sino alle figure della politica che non hanno tardato ad esprimere felicità per la vittoria.
Il governo Chávez ha emesso un comunicato ufficiale in cui “rende un emozionato tributo all’impresa storica raggiunta” dalla squadra.
"Ci uniamo al giubilo che avvolge il nostro popolo e rinvigorisce il nostro fervore patriottico per questa vittoria così significativa” che “riempie di orgoglio tutti i venezuelani” ed è “uno stimolo straordinario per continuare la festa” per il Bicentenario dell’indipendenza.
Non solo un successo sportivo, quindi, ma una vittoria nazionale in un momento storico di rivendicazione patriottica che affida ai risultati sportivi - ma non solo - l’immagine del riscatto di una nazione.

Da Leonardo a Ruby, l'Italia in scena alla USB

Un gruppo di studenti del prestigioso ateneo di Caracas hanno organizzato per il "VI Encuentro en la Torre de Babel" un divertente show in lingua con musica, quiz e personaggi famosi

di Monica Vistali

CARACAS - Federico Fellini, Ruby, Cannavaro e Leonardo Da Vinci: sono solo alcuni dei personaggi interpretati dagli alunni del corso di lingua italiana dell'Università Simon Bolivar di Caracas, sul palco per il "VI Encuentro en la Torre de Babel" svoltosi giovedì.
Lo spettacolo, dal titolo "Io amo l'Italia", è stato pensato dalle insegnanti Giovanna Pascal, Susana Turci e Alessandra Turci prendendo spunto da un programma di Rai International. Gli studenti si sono messi in gioco con un quiz show tutto all'italiana, squadra del 'Nord' e squadra del 'Sud' si sono scontrate in una gara di cultura generale sul Belpaese: dalla gastronomia, lo sport e l'arte, fino ai posti preferiti per fare l'amore e alla protesta che nel 2007 ha tinto di rosso la fontana di Trevi. Tutto intervallato da studenti in maschera - Fellini, Ruby, Cannavaro, Da Vinci, Cala Bruni, Valentino Rossi, Sophia Loren, Donatella Versace - e show musicali, come il duetto Laura Pausini - Andrea Bocelli, in scena con "Vivo per lei".
E' la sesta volta che gli studenti dei corsi ascritti al decanato di estensione universitaria, aperto a tutti e frequentato in passato anche da casalinghe, pensionati ed alunni di altre università, organizzano uno spettacolo in lingua. Quest'anno però la giovane età degli alunni ha permesso di mettere in scena uno show più colorato e divertente del solito, che ha fatto sbellicare di risate il pubblico.
Le insegnanti sperano ora di esportare il recital fuori dai confini universitari, mettendolo in scena al Centro Italiano Venezuelano o alla Casa d'Italia. Inoltre, si sono messe in contatto con il presidente del Civ per organizzare un corso di "lingua, cultura e gastronomia italiane" diviso in due livelli: uno basico per chi vuole imparare l'abc della lingua, utilizzando come veicolo la 'cucina', ed uno avanzato destinato a chi desidera conoscere l'arte italiana in senso stretto.
Ma - sostengono con decisione le professoresse - per promuovere la lingua e la cultura italiana sono fondamentali i programmi di scambio che permettano ai giovani di imparare l'idioma e conoscere in prima persona, non solo sui libri, il Paese e la sua cultura.
I 14 studenti sul palco frequentano il primo e il secondo livello del corso extracurricolare della rinomata Università capitolina e, come spiegano le insegnanti dimostrando la carenza del sistema di promozione dell'italiano all'estero, sono in buona parte italo-venezuelani che non conoscono la lingua della penisola. Ora la studiano da un trimestre con la speranza di partecipare ai programmi di scambio organizzati tra la USB ed alcuni atenei italiani, e visitare così l'Italia beneficiando di una borsa di studio. O, magari, espatriare, come sognano tanti oriundi stanchi del Venezuela, dei suoi alti tassi di criminalità e del suo sistema politico.
- Ho famiglia italiana e passaporto italiano - spiega "Donatella Versace" - mi vergognavo di non sapere la lingua.
In Venezuela ancora oggi il numero di matricole accettate dagli atenei è limitato ed i test operano più una scrematura sociale che di merito.
L'Università Simon Bolivar, forse la più rinomata della capitale venezuelana, è pubblica ma è frequentata per la maggior parte da ragazzi appartenenti a famiglie di ceto medio o alto. Le prove d'ingresso sono difficili da superare ed è raro che uno studente di origini umili, che è stato costretto a frequentare istituti di basso livello, riesca ad avere accesso all'ateneo.
Il risultato è che, passeggiando per le immense strade dell'Università che ricordano i college dei film made in States e attraversano gli smisurati spazi verdi e fioriti che si stagliano sotto il sole caraibico, di afrodiscendenti se ne vedono davvero pochi.

martedì 19 luglio 2011

Il ‘caso Rodeo’, una lotta politica sul rispetto dei diritti umani

Se il governo elogia la risoluzione pacifica della rivolta nel carcere venezuelano e il rispetto dei diritti umani dei prigionieri, l’opposizione rimarca il bilancio dei morti e degli evasi, così come le limitazioni nell’accesso all’informazione. Dal canto loro, gli ex reclusi del Rodeo continuano a parlare attraverso le loro pagine Facebook

di Monica Vistali



CARACAS (13/07/2011) – Un migliaio di prigionieri, tra ribelli ed ostaggi, del carcere ‘El Rodeo II’ di Caracas si sono consegnati alle autorità mettendo fine alla rivolta che da metà giugno teneva in scacco il governo venezuelano.
Tutto è iniziato con una telefonata. “Sono Oriente. Alle 7 ci consegnamo. Sentitevi orgogliosi di aver vinto questa guerra, per ora”. Con queste parole il ‘pran’ (boss del carcere) ha iniziato la telefonata al quotidiano d’opposizione ‘El Nacional’, contattato per sollecitare la presenza di media privati e organizzazioni per i diritti umani al momento della resa.
“Siamo disidratati per la mancanza di acqua e cibo, per questo ci consegnamo” ha sottolineato il detenuto di cui ora si sono perse le tracce. “Ci hanno garantito che rispetteranno le nostre vite. Non abbiamo fiducia in loro ma non possiamo continuare qui” ha poi decretato spiegando di essere costretto a ‘depurare’ “l’acqua sporca con il cloro”.
Insomma, presi per sfinimento. Lo ha confermato anche ‘El Yoifre’, che ripreso da un canale di Stato mentre veniva scortato dai militari ha dichiarato, riferendosi alle autorità: “Se abbiamo perso noi, hanno perso anche loro”. Le stesse autorità però, appoggiate da numerosi media filogovernativi, omettono di essere riuscite a penetrare nel Rodeo II solo per l’estenuatezza dei ribelli e la rivolta, ancora avvolta nella disinformazione, sfocia così una guerra mediatica tra governo e opposizione che riapre vecchie ferite.

La posizione del governo
Da una parte, il ministro degli Interni Tareck El Assami ha evidenziato a più riprese come la soluzione al conflitto sia passata “per la via pacifica, per la via del dialogo”, garantendo l’integrità fisica ed il rispetto dei diritti umani dei detenuti. Una modalità che si è espletata nonostante l’azione dei “media della destra e la borghesia”, che “hanno giocato con il dolore dei reclusi e dei loro familiari”. Il riferimento è soprattutto al canale d’opposizione Globovision, denunciato dall’Autorità per le comunicazioni per il trattamento del ‘caso Rodeo’.
- Hanno mentito, quei massacri con cui hanno titolato sono rimasti nella mente di chi odia i prigionieri e non ha mai scommesso sulla loro riabilitazione - ha dichiarato El Assami -. Noi, sì, possiamo ricordare i veri massacri compiuti durante la IV Repubblica (prima del governo Chávez, ndr) hanno ucciso, torturato, massacrato e bruciato carcerati e carcerate. Con la rivoluzione bolivariana trionfa il dialogo: il dialogo si è imposto su coloro che volevano il massacro.
Lo appoggia il ministro Diosdado Cabello: “Quella canaglia della destra è arrabbiata” perchè voleva il sangue mentre tutto si è risolto “come dev’essere nel socialismo”. Il presidente Chávez, nel messaggio Twitter che fino ad ora è l’unica dichiarazione sul caso Rodeo, ha qualificato l’operazione come “esempio del supremo rispetto dei diritti umani” (anche se ha sottolineato la necessità di un’autocritica da parte del governo).
Néstor Revelon, viceministro di Prevenzione e Sicurezza, ha assicurato che “sono stati garantiti i diritti umani fondamentali dei reclusi”, “è stata offerta attenzione integrale, assistenza medica” e “sta avanzando un processo di revisione delle cause” penali. Il governo, infine, promette ora di procedere alla ricostruzione del Rodeo secondo il nuovo modello penitenziario, in linea con il rispetto della dignità e dei diritti umani dei carcerati.
Nel frattempo, ai detenuti è stata offerta attenzione medica, un kit di abiti e di cura personale. In ogni veicolo usato per il trasferimento dei detenuti fuori dal carcere, erano presenti due familiari dei detenuti e rappresentanti delle istituzioni, al fine di garantire il rispetto dei diritti umani dei prigionieri, così come richiesto da questi ultimi in cambio della resa.
Dalla parte di El Assami le cronache dei primi giorni di rivolta, quando il ministro negoziava, a risultati alterni, con i detenuti per ottenere l’accesso al carcere, la liberazione degli ostaggi (avvenuta a più riprese) e il disarmo del penitenziario. “Resteremo qui - assicurava ai ribelli - incrementando le operazioni che ci permettano il riscatto dei prigionieri, garantendogli integrità fisica” (quel giorno, il risultato ottenuto dal governo fu la consegna di quattro cadaveri in decomposizione da parte dei rivoltosi).
Anche allora il ministro accusava l’opposizione della resistenza dei detenuti, evidenziando come “a causa alla manipolazione mediatica, quelli che si sono imposti con la violenza temono ora per la loro vita”.

Le critiche dell’opposizione
Insomma, una esplosione di rispetto per i diritti dei detenuti prima inesistente, sia durante la VI Repubblica sia durante il governo Chávez. Nelle carceri venezuelane regna il sovraffollamento, non esiste la separazione dei prigionieri in base ai reati, l’80 per cento dei reclusi non ha ancora avuto un processo e scarseggiano i programmi di riabilitazione. È il regno della droga e delle armi fatte entrare dalla polizia, della mafia carceraria (qui due testimonianze italiane: http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article17375&lang=it e http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article17568).
L’opposizione, dal canto suo, diffonde a più voci sempre nuove cifre sui deceduti nella rivolta del Rodeo - tra cui gli ostaggi uccisi nell’ultimo attacco della Guardia Nazionale, come rivelato dal pran ‘Oriente’ - e riferisce violenze riportando anonime fonti: “Li vogliono uccidere, gli sparano, da qui sentiamo gli spari e le esplosioni delle bombe lacrimogene”, avrebbe detto un familiare riferendosi agli attacchi dei militari.
Abbondano le critiche al governo per le limitazioni nell’accesso all’informazione durante i giorni della rivolta, che hanno dato vita ad una vera speculazione sul numero esatto di decessi all’interno del penitenziario.
Secondo Padre Leonardo Grasso, responsabile dell’associazione Icaro per l’assistenza ai detenuti italiani in Venezuela, non c’è ancora nessuna informazione certa ed è quindi necessario aspettare lo smistamento ai penitenziari, quando i detenuti inizieranno a parlare tra di loro e trapeleranno le notizie.
Si attendono anche i primi censimenti, che riveleranno i numeri reali dei deceduti e degli evasi durante la resa (una trentina di prigionieri sarebbero fuggiti al momento della resa nonostante l’accerchiamento dei militari, tra cui il ‘pran’ Oriente).

Il Rodeo su Facebook
L’informazione, però, viaggia sulla rete. Cecchini, spari, morti. Fotografie e video che mostrano strutture fatiscenti e condizioni di vita infraumane. Sulle pagine Facebook dei reclusi del Rodeo abbondano commenti e denuncie. In un video un gruppo di detenuti a volto coperto parla di più di 160 prigionieri uccisi dei militari e critica la disinformazione attuata dal governo circa il ‘caso Rodeo’.
Dicono che ci sono 21 morti quei maledetti... sanno che hanno fatto una strage. Quando tutto si calmerà, se succederà, saranno molti gli ostaggi che scompariranno. Manca solo che dicano che sono fuggiti. Fate un censo! Metteteci la faccia!” scrivevano i primi giorni della rivolta.
Gli attacchi che non risparmiano neppure il presidente Chàvez, accusato di aver parlato solo della sua malattia, senza fare il minimo accenno alla situazione del carcere.

‘El Rodeo’ ancora avvolto nel mistero

Padre Grasso ci aggiorna sulla situazione dei reclusi ora nelle mani delle autorità ma spiega che è ancora presto per avere informazioni riguardo al numero di morti ed evasi. Quel che è certo è che di ‘Oriente’, il ‘pran’ accusato del sequestro e dell’omicidio di un italiano 29enne, si sono perse le tracce. Sulla pagina Facebook dei detenuti del Rodeo, il fuggitivo ha scritto: “Sono già dove dovevo stare”. A ‘Yare II’, dove si trovano i 4 detenuti italiani, la situazione è tranquilla

di Monica Vistali

CARACAS (15/7/2011) – Un migliaio di prigionieri, tra ribelli ed ostaggi, del carcere ‘El Rodeo II’ di Caracas si sono consegnati ieri alle autorità mettendo fine alla rivolta che dalla metà del giugno scorso teneva in scacco il governo venezuelano. Si sarebbe però dato alla fuga Yorvis Valentín López Cortez, alias “Oriente”, 25 anni, uno dei due ‘pranes’ (boss) che controllavano il penitenziario, implicato nel sequestro e nell’omicidio del 29enne italiano Gian Carlo Colasante, rapito a Guarenas il 27 ottobre scorso. Il secondo pran, “El Yoifre” appena uscito dal carcere ha dichiarato: “Non lo troverete”.
La maggiorparte della popolazione carceraria sarà presto trasferita al ‘Penitenciario Yare II’ (dove il 19 giugno sono stati dislocati anche i 4 italiani che si trovavano al ‘Rodeo I’ durante la rivolta) mentre una cinquantina di reclusi, i ribelli più agguerriti ed i ‘pranes’, saranno portati al ‘Centro Penitenciario de Tocuyito’. “El Yoifre” (20 anni) sarebbe invece già in una cella del Sebin, il Servizio bolivariano de Inteligencia. Degli 831 ostaggi sequestrati dalla mafia carceraria, 140 avrebbero ricevuto un documento di scarcerazione.

Padre Leonardo: poche le notizie certe
Padre Leonardo Grasso, responsabile dell’Associazione Icaro che si occupa, tra le altre cose, di fornire assistenza ai detenuti italiani in Venezuela, riferisce in un colloquio telefonico di non avere avuto ancora nessuna conferma riguardo al trasferimento dei prigionieri che, dichiara, “hanno passato la prima notte nelle installazioni del ‘Rodeo III’”, un penitenziario non ancora ufficialmente inaugurato.
Padre Leonardo ribadisce, come già in precedenti occasioni, che il limitato accesso alle fonti ostacola la disponibilità di notizie e dati certi riguardo allo sviluppo del caso ‘Rodeo’, che ha lasciato sul terreno un numero imprecisato di morti ed evasi. Secondo il sacerdote “bisogna aspettare i prossimi giorni, quando la situazione sarà più chiara”.
- Quando avverrà lo smistamento ai diversi penitenziari - spiega - i prigionieri inizieranno a parlare tra di loro e trapeleranno più informazioni. Si procederà all’identificazione dei reclusi e verrà fatto un censo per sapere il numero dei fuggitivi e, soprattutto attraverso i parenti delle vittime, il numero esatto dei morti. Per ora prendiamo per buone le notizie ufficiali.
Secondo Padre Leonardo, non si può fare affidamento neppure sulle informazioni diffuse dai detenuti stessi attraverso Facebook (“Rodeo II la Realidad” e “El Rodeo no se calla 123 Rodeito”). Le fotografie ed i video di denuncia, che parlavano di massacri avvenuti per mano della Guardia Nazionale e che avrebbero provocato la morte di più di 160 detenuti, secondo il prete sono tendenziosi.
- Dicono che ci sono 21 morti quei maledetti... sanno che hanno fatto una strage - si leggeva sulla bacheca Facebook del Rodeo II durante i primi giorni della rivolta -. Quando tutto si calmerà, se succederà, saranno molti gli ostaggi che scompariranno. Manca solo che dicano che sono fuggiti. Fate un censo! Metteteci la faccia!
Le rivolte nei penitenziari Rodeo I e Rodeo II iniziarono il 17 giugno scorso, quando le autorità decisero di perquisire il carcere e smantellare l’arsenale in possesso dei reclusi, dopo che in uno scontro a fuoco morirono 22 prigionieri. Il governo procederà ora alla ricostruzione del Rodeo secondo il nuovo modello penitenziario, che permetta di rispettare la dignità ed i diritti umani dei carcerati. Solo in quel momento questi ultimi, e quindi anche i quattro italiani, verranno riportati nella prigione della rivolta.
Intanto, a ‘Yare II’, il carcere dove si trovano i quattri connazionali, “la situazione è tranquilla”. Lo hanno confermato gli italiani durante una telefonata avvenuta mercoledì con il responsabile di ‘Icaro’.

Il mistero “Oriente”
“Sono già dove dovevo stare”. Con questo messaggio lasciato all’una di notte del giorno della resa sulla bacheca della pagina Facebook “Rodeo II La Realidad”, “Oriente” ha confermato le voci su una sua probabile fuga. Il pran - accusato di sequestro, omicidio, rapina aggravata e lesioni gravi - sarebbe fuggito dal carcere con un bottino milionario (quasi 2 milioni di bolivares).
Resta il mistero sulla dinamica della fuga, avvenuta mentre i militari accerchiavano l’edificio, e sul numero dei compagni evasi insieme a lui. Voci smentite dalle autorità rivelano che l’evasione sia stata chiesta dal prigioniero come controparte della resa.
- Oltre ad “Oriente” sembra che siano fuggiti una trentina di detenuti - dichiara il sacerdote italiano - ma è ancora tutto da verificare.

martedì 28 giugno 2011

Incubo ‘El Rodeo’, impossibile comunicare con i 4 italiani


Blocco dei permessi per far visita ai detenuiti trasferiti in altri penitenziari. Ancora mille ostaggi nel ‘Rodeo II’.
La tragedia delle carceri venezuelane nella testimonianza di Padre Leonardo

CARACAS - Padre Leonardo Grasso, responsabile dell’Associazione Icaro - l’ong che fornisce assistenza ai detenuti italiani in Venezuela - non ha ancora ottenuto dalle autorità il permesso di visitare i quattro connazionali che, dopo essere usciti sani e salvi dalla violenta rivolta nel carcere ‘El Rodeo I’ di Caracas, sono stati trasferiti nel penitenziario ‘Yare II’ insieme ad altri 2.500 detenuti, tenuti in ostaggio dai rivoltosi e poi riscattati dalla ‘Guardia Nacional Bolivariana’.
- Le comunicazioni sono bloccate - spiega Padre Leonardo - non concedono permessi per le visite e hanno sequestrato tutti i telefoni cellulari dei detenuti. Riusciamo a fare arrivare qualche messaggio solo in modo informale, attraverso qualcuno che lavora all’interno del penitenziario.
La proibizione delle visite genera inquietudine nei familiari dei reclusi, che protestano rivendicando il diritto di verificare di persona l’effettiva sopravvivenza e lo stato di salute dei propri cari. Le liste diffuse dal governo, con i nomi di tutti i detenuti traferiti nelle diverse carceri della Capitale, non convincono; soprattutto perché le notizie che filtrano dalle carceri sono poche e spesso contraddittorie. Lo conferma Padre Leonardo: “Manca informazione - spiega - e solo ai giornalisti di Canal 8 è consentito l’accesso ai penitenziari”.
C’è chi insinua che lo spostamento forzato dei detenuti del ‘Rodeo’ e il blocco delle visite sia stata una manovra per impedire che si verifichi l’effettivo numero di morti causato dalle rivolte. Questo ufficialmente tocca quota 26 persone ma alcune fonti riferiscono 90.
Tra Padre Leonardo ed i quattro connazionali, tutti arrestati in territorio venezuelano per traffico di droga, c’è stato solo un breve colloquio telefonico lo scorso martedì. I prigionieri, nonostante fossero reclusi nella ‘Torre’ (zona del ‘Rodeo I’ dove si sono registrati violentissimi scontri a fuoco) avrebbero assicurato di star bene e non essere rimasti feriti nonostante le violenze che ancora si sussegono all’interno del penitenziario.
Quella del ‘Rodeo’ è la peggiore rivolta avvenuta in una prigione venezuelana dal 1999, quando in uno scontro fra detenuti e polizia si contarono 27 morti.

Il punto della situazione
Attualmente sono quasi mille i detenuti del ‘Rodeo II’ tenuti in ostaggio dagli uomini armati che fanno capo ai “pranes”, i boss che controllano la struttura penitenziaria. Gli uomini della Guardia Nacional Bolivariana non riescono ancora ad avere il controllo dei padiglioni del carcere. Padre Leonardo riferisce di alcuni prigionieri uccisi negli ultimi giorni dalle bombe lacrimogene.
L’esercito è però penetrato nel ‘Rodeo I’ ed ora sta smantellando l’intera struttura alla ricerca di armi e droghe nascoste dai detenuti all’interno delle pareti. Secondo la versione ufficiale, quando si concluderà la revisione gli spazi verranno ricostruiti e i prigionieri ritrasferiti al ‘Rodeo’. Padre Leonardo, però, riferisce che il recupero della struttura e il ritorno dei prigionieri dovevano compiersi entro due settimane ma “è già passata una settimana e stanno ancora rompendo tutti i muri”.
Intanto, nelle altre carceri del Venezuela stanno nascendo focolai di rivolta, “atteggiamenti di solidarietà nei confronti dei reclusi del Rodeo”. Scioperi della fame e proteste sono già stati registrati nel penitenziario capitolino ‘La Planta’, dove sono reclusi tre connazionali; nel ‘Puente Ayala’, nella città di Barcelona, dove ce ne sono due; nell’‘Uribana’, nello stato Lara; nella ‘Pgv’ di San Juan de los Morros, stato Guárico.
In Venezuela ci sono attualmente 72 italiani detenuti. Tra questi, nove sono reclusi nel carcere ‘Los Teques’ di Caracas, sei nel ‘San Antonio’ dell’Isola di Margarita, mentre nove donne sono rinchiuse nell’Inof (Instituto Nacional de Orientacíon Feminina). Numerosi altri connazionali sono in libertà condizionata.

L’incubo ‘ Rodeo’
Se si vuole capire il ‘Rodeo’, ci si deve dimenticare “delle celle dei film nordamericani, quelle con i due prigionieri stesi sui letti a castello”, consiglia Padre Leonardo.
- Ci sono stanzoni dove sono rinchiuse 200 o addirittura 500 persone - spiega il responsabile di Icaro – e le pareti interne sono state abbattutte. Ai lati, finestre senza sbarre. Tutto lo spazio è chiuso da una grande porta che è il punto di difesa del padiglione ed è protetta militarmente dagli stessi detenuti, organizzati in squadre armate. Di notte si dorme tutti insieme in questo salone, buttando a terra una scatola di cartone o un materassino, se si è fortunati. Solo i ‘pranes’ o i prigionieri ricchi riescono ad avere uno spazio più riservato: certo non una cella singola, ma per lo meno un antro da condividere con solo una decina di persone.
Il penitenziario ‘El Rodeo’ è in realtà una doppia struttura che si compone di due terreni, spiega Padre Leonardo, contigui ma separati da una recinzione di filo spinato. Nei due spazi ci sono rispettivamente ‘El Rodeo I’ e ‘El Rodeo II’, due carceri distinte con due entrate, due direttori, due amministrazioni diverse. Gli edifici, costruzioni solide e vecchie, sono a tre piani. Sono stati edificati rispettivamente nel 1983 (il Rodeo I) e nel 1997 (il Rodeo II).

Il sistema carcerario in Venezuela
Secondo Padre Leonardo la situazione carceraria in Venezuela è di estrema gravità. In testa alle cause il sovraffollamento delle strutture.
- Nel 2007 si registravano circa 20 mila prigionieri in tutta la nazione mentre oggi ce ne sono 48 mila - spiega - a fronte di solo due nuovi piccoli penitenziari (lo ‘Yare III’ ed uno nella città di Coro) che ospitano solo 800 prigionieri ciascuno.
Il sovrannumero diventa ancor più pericoloso se si pensa che i reclusi non sono separati sulla base dei reati commessi e adolescenti al primo scippo sono rinchiusi insieme a pericolosi criminali ed assassini. Per completare il tragico quadro, circa “l’80 per cento dei reclusi in Venezuela non è ancora stato sottoposto a giudizio” - ed è quindi ancora innocente di fronte alla Legge, secondo il principio della presunzione d’innocenza - e addirittura “il 20 per cento non ha ancora avuto la prima audienza”.
- L’Associazione ‘Icaro’ è attiva dal 1996 - racconta il sacerdote - e nel tempo ci è capitato qualche caso di un connazionale recluso e poi liberato dopo anni perché giudicato innocente.
Una marea di criminali in cui navigano anche innocenti. Tutti rinchiusi in spazi angusti, dimenticati. Pochi programmi di riabilitazione. Quasi 400 detenuti uccisi ogni anno, secondo le stime della ong Citizen’s Council for Public Security. Tanto ozio, tanta droga, tante armi. Già, le armi. Padre Grasso ha le idee chiare su come interi arsenali - persino bombe a mano e granate - penetrino all’interno di carceri dove la qualità della vita è inversamente proporzionale al livello di aggressività.
- I familiari e gli amici che fanno visita ai detenuti subiscono ferrei controlli e perquisizioni. Per le donne, di qualunque età, sono obbligarorie rigorose visite ginecologiche. Chi fa entrare armi e droga non è certo un parente dei priogionieri.

lunedì 27 giugno 2011

PETROLIO: Al Venezuela $ 5.500 milioni da banche italiane e cinesi

CARACAS - Il Venezuela riceverà un credito di 5.500 milioni di dollari da banche italiane e cinesi per finanziare progetti petroliferi multimilionari nella Fascia dell’Orinoco. Lo ha reso noto il giovedì il ministro dell’Energia, Rafael Ramírez.
L’impresa mista con China National Petroleum Corporation (CNPC) riceverà un finanziamento di 4.000 milioni di dollari mentre a quella con l’italiana ENI saranno consegnati 1.500 milioni di dollari. Anche se il ministro non ha specificato la banche coinvolte nell’affare, si crede che gli istituti italiani potrebbero essere Intesa e Banca Popolare di Milano.
- Continuiamo a lavorare perché la maggior parte di questi crediti arrivino entro la fine di quest’anno - ha spiegato il presidente di Pdvsa - diamo molta enfasi alla Fascia dell’Orinoco e lavoriamo per trasformarla in un grande centro industriale, di servizi.

Esportazioni
Ramírez ha affermato che dopo le sanzioni applicate a Pdvsa dal governo di Washington per supposti commerci con l’Iran, il Venezuela sta dirottando in Europa le esportazioni occasionali agli Stati Uniti. Il Venezuela somministra ogni giorno agli Usa circa 1,1 milioni di barili petrolio e derivati.
- Gli Stati Uniti hanno commesso un grave errore - ha detto Ramírez - si stanno facendo male da soli attaccando un paese strategico.
La Fascia dell’Orinoco ha bisogno di circa 80.000 milioni di dollari in investimenti congiunti per estrarre fino a 2,1 milioni di barili al giorno e costruire e mantenere le raffinerie che trasformano il greggio in un prodotto adatto all’esportazione.

Eni indagata per corruzione internazionale
Mercoledì l’azienda Eni è stata iscritta dalla procura di Milano nel registro degli indagati nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria per corruzione internazionale in merito ad alcune presunte tangenti che sarebbero stata pagate ai manager dell’Eni per appalti in Iraq e Kuwait. Poco dopo ha diramato un comunicato tramite il quale si è dichiarata parte lesa e ha informato di aver già disposto provvedimenti disciplinari e cautelari nei confronti dei dipendenti coinvolti.

di Monica Vistali



domenica 26 giugno 2011

La Caracas di un italiano dietro le sbarre


di Monica Vistali

CARACAS - Le carceri di Caracas in scena a Roma. Venerdì, nel corso dell’evento “Bello come una prigione che brucia!”, serata anticarceraria in ricordo del “rapinatore gentiluomo” Horst Fantazzini, sono stati letti testi di “Camera di Sicurezza - Caracas” di Antonio Nazzaro. Sul palco Stefania Di Lino, “insegnante precarissima di Discipline Plastiche e Educazione Visiva” - come si definisce - ha ridato vita alla notte in gattabuia passata dal nostro connazionale.

- Le sbarre sono di ferro lucido di mani sporche, non arriva odore di salmastro ma di piscio lasciato lì ad annegare l’anima - scrive Nazzaro ricordando ‘la gabbia’ -. Non sono a Noli, quindi, sono ancora a Caracas. Le piastrelle finiscono di fronte al bagnasciuga della cella di sicurezza metro 1,78 x 2. Mi ritorna il dubbio d’essere in spiaggia.

“Camera di sicurezza - Caracas” è oggi un vision book di nove puntate. L’attore torinese Ezio Falcomer interpreta i testi autobiografici di Nazzaro mentre sullo sfondo scorrono immagini montate dall’autore.

- “Camera di sicurezza” è il racconto del labirinto della collettività italiana in Venezuela - spiega Nazzaro -. Quella notte di carcere, totalmente ingiusta, mi è costata un anno di vita. Dall’anno scorso sono sotto regime di obbligo di firma e il precedente penale mi impedisce di trovare un lavoro.

Antonio Nazzaro, ex professore del “Colegio italo-venezuelano Bolivar y Garibaldi” di Caracas, è stato arrestato il 17 giugno scorso per aver voluto presenziare agli esami orali di terza media che si svolgevano nell’istituto, come risulta dalla denuncia. Esami a cui ogni cittadino, italiano e non, ha diritto ad assistere.

- Ho visto e ascoltato in Facebook le opere di Antonio e ho deciso di portarle come testimonianza sui temi del carcere e della repressione in quanto possiedono anche la bellezza della prosa e della poesia - spiega Di Lino, poetessa e scultrice -. La serata è stata travolgente e con interventi estemporanei, le letture di “Caracas” sono andate benissimo e lo scritto ha suscitato un interesse autentico.

La serata anticarceraria “Bello come una prigione che brucia!” è nata da un’idea del gruppo ‘Velena’ per ricordare la figura di Horst Fantazzini. L’iniziativa rientra all’interno delle due Giornate di Contro Culture organizzate da varie realtà presenti nello storico quartiere romano di S. Lorenzo. Un evento che assume un significato particolare in questi giorni di fronte alle tristi vicende dei penitenziari venezuelani (in cui sono reclusi più di 70 connazionali) dove una rivolta ha provocato finora quasi 30 morti.

“Camera di Sicurezza - Caracas” ha riscosso un modesto successo in YouTube. Più di 500 persone hanno visto ogni episodio della video-opera italovenezuelana. Nazzaro era già stato autore di “Intervista a Galileo”, videoteatro presentato nell’ambito della ‘Settimana della Lingua’ contemporaneamente in Venezuela e in Brasile; “Pasolini - Storia di un intellettuale perseguitato”, il documentario “Milo De Angelis a Caracas” e “Relato de puás”, adattazione dell’opera di Mario Benedetti “Pedro y el Capitán” nonché di poesie e saggi. “Videoartigiano”, come ama definirsi, Nazzaro è fondatore del “Centro Cultural Tina Modotti”.

- La storia non è ancora finita - racconta Nazzaro - e rimane esattamente a questo punto: “Resta una notte passata in cella se così si può definire, ed uno scarafaggio mi sorride”.

giovedì 23 giugno 2011

Rivolta nel carcere El Rodeo: uno dei ‘pran’ decise l’omicidio di Gian Carlo Colasante

CARACAS - Il nome di uno de los “pranes” del Rodeo II, Yorvis López, soprannominato “Oriente”, è stato menzionato a fine 2010 durante l’investigazione del sequestro e dell’omicidio dell’italiano 29enne Gian Carlo Colasante, rapito a Guarenas il 27 ottobre scorso. Il connazionale fu assassinato sette giorni dopo lungo l’autostrada Guarenas-Guatire mentre si trattava la sua liberazione. Dalle ricerche del Cicpc risulta che “Oriente”, dal penitenziario El Rodeo II, gestiva le negoziazioni.
Il giovane era stato rapito mentre si dirigeva all’impresa di costruzione di suo padre nella città di Guatire. I sequestratori armati tagliarono la strada al ragazzo, s’impossessarono del furgone che stava guidando e lo rapirono. Due ore dopo chiamarono la famiglia Colasante per chiedere come riscatto una elevatissima somma di denaro.
Il cadavere fu ritrovato con nove spari alla schiena e altri sulle gambe, mentre la sua famiglia negoziava il pagamento del denaro che la banda di sequestratori pretendeva per la sua liberazione.
Per il caso erano stati detenuti due funzionari di polizia (Larry Pérez Rengifo e Orlando Aponte); i delinquenti José Fernández, alias “Joseíto”, Kleiderson Luna e Luis Naranjo, detto “El Burro”. Gli ultimi tre furono reclusi all’interno del Rodeo II. José e Kleiderson beneficiarono subito della protezione di “Oriente” mentre Naranjo, accusato di aver rivelato i nomi dei sequestratori al Cicpc, fu assassinato con 60 colpi di pistola due ore dopo essere entrato in carcere.
Secondo quanto rivelato dai reclusi, José è oggi il terzo “pran” del Rodeo. Si sarebbe guadagnato la leadership all’interno del penitenziario quando lanciò una granata per uccidere altri detenuti. Da quel momento in poi viene soprannominato “José Granada”. Kleiderman, fotografato negli ultimi giorni mentre abbraccia potenti armi da fuoco, è la mano destra di “Oriente”.

Saltato l’incontro con i 4 italiani
Nel frattempo, Padre Leonardo Grasso, responsabile dell’Associazione Icaro - l’ong che assiste assistenza ai detenuti italiani in Venezuela - non è riuscito ad incontrare ieri, come previsto, i quattro connazionali ex detenuti del ‘Rodeo I’ e ora reclusi nel carcere ‘Yare’. Secondo quanto riferito alla ‘Voce’ dal sacerdote, per ora le forze dell’Ordine “non stanno concedendo permessi per le visite ai detenuti” per cercare di “mantenere sotto controllo la situazione”.
Tra Padre Leonardo ed i quattro connazionali, tutti arrestati in territorio venezuelano per traffico di droga, c’è stato solo un breve colloqui telefonico avvenuto martedì. I reclusi avrebbero assicurato di star bene e non essere rimasti feriti nonostante i violenti scontri che ancora si sussegono all’interno del penitenziario. M.V.

La Biennale di Venezia sbarca a Venezia

di Monica Vistali

CARACAS – La Biennale di Venezia arriva questa sera a Caracas con l’esposizione “MostraArte - Daini e Mazzei a Venezia”, che sarà inaugurata alle 19 negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di Caracas (Av. San Juan Bosco, Altamira).
È la prima volta che l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, quest’anno alla sua 54esima edizione, varca i confini nazionali e si dirama negli 89 IIC sparsi in tutto il mondo. Lo fa in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia con l’obiettivo di aprirsi agli italiani all’estero e mostrare i risultati dell’interazione tra la formazione artistica italiana e gli apporti delle diverse culture; una fusione che ha saputo creare forme nuove e che pervade oggi tutta l’opera degli artisti italiani che lavorano all’estero.
Le artiste al centro della mostra a Caracas sono la scultrice Rita Daini e la pittrice Annamaria Mazzei, le due italo-venezuelane scelte per partecipare con le loro opere alla Biennale veneziana che ha aperto le porte lo scorso 4 giugno. Alcuni loro lavori sono ora esposti nel Padiglione Italia dell’Esposizione Internazionale, curato da Vittorio Sgarbi, e altri saranno presentati questa sera all’IIC di Caracas.
Le opere di Annamaria Mazzei presenti a “MostraArte” sono quadri ed installazioni. Come spiega alla ‘Voce’ la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Luigina Peddi, la pittrice lavora “decomponendo il quotidiano” senza mai rinunciare ad “un occhio alle ferite della natura”. Una denuncia che le dà l’occasione di esprimere il parallelismo tra le lacerazioni interne, dell’anima, e quelle esterne, dell’ambiente e dei corpi.
Rita Daini, scultrice, espone a all’IIC di Caracas opere in ceramica, terracotta e bronzo. Inizia il suo cammino artistico con figure stilizzate e forme geometriche per poi aprirsi a frammenti del quotidiano pervasi però da un movimento continuo che evoca il flusso vitale: acqua, pesci, fumo, il calore di una tazza di caffè che non perdono intensità espressiva nelle piccole dimensioni. Fotografa la realtà ma lascia aperta la porta del significato: “chiama in campo lo spettatore cui chiede di partecipare all’opera, di completarla, di colmarla di senso”, spiega Peddi.
La direttrice dell’IIC di Caracas sottolinea l’importanza della nuova composizione della Commissione che ha selezionato gli artisti, comprensiva non solo di critici e curatori ma anche di scrittori, giornalisti e uomini di cultura. Riprende le parole del noto critico Vittorio Sgarbi, secondo cui l’arte stava diventando “ghettizzata”, un circolo chiuso eletto dagli specialisti secondo i loro canoni, gusti ed interessi. La nuova formazione del gruppo di selezionatori, secondo Peddi, permette alla Biennale di “aprirsi anche al pubblico, al feedback dei fruitori generici”.
L’esposizione “MostraArte” sarà aperta al pubblico fino a sabato 30 luglio. Orario: dalle 9 alle 16. Entrata libera.

martedì 21 giugno 2011

El Rodeo, rivolta in carcere: i quattro detenuti italiani stanno bene

di Monica Vistali

CARACAS – Stanno bene i quattro detenuti italiani dell’“Internado Judicial capital El Rodeo”, il carcere di Guatire (Caracas) dove da venerdì 17 giugno si susseguono violenti scontri tra reclusi e tra reclusi e polizia.
Padre Leonardo Grasso, responsabile dell’Associazione Icaro - l’ong che assiste i detenuti italiani in Venezuela fornendo sostegno spirituale, viveri e medicine - è riuscito un’ora fa a comunicare telefonicamente con i connazionali. I quattro sono stati trasferiti domenica pomeriggio nel penitenziario ‘Yare’ (a Caracas) insieme a circa 2.500 detenuti tenuti in ostaggio dai rivoltosi e poi riscattati dalla ‘Guardia Nacional Bolivariana’. Domani pomeriggio il sacerdote visiterà i connazionali.
- Sono scossi e frastornati – riferisce alla ‘Voce d’Italia’ Padre Leonardo – ma stanno bene e sono in buone condizioni. Nonostante fossero reclusi nella ‘Torre’ (zona del ‘Rodeo I’ dove si sono registrati violentissimi scontri a fuoco, ndr) non sono rimasti feriti. Abbiamo parlato poco e non hanno potuto fornire particolari riguardo a ciò che hanno visto e vissuto perché la conversazione era sotto controllo.
I quattro italiani sono stati arrestati per traffico di droga. Hanno un'età compresa tra i 35 ed i 45 anni. Tre erano residenti in Italia e sono stati arrestati in territorio venezuelano, uno invece risiedeva già in Venezuela.

Preoccupazione per gli altri detenuti italiani
Padre Leonardo esprime forte preoccupazione per gli altri 68 detenuti italiani del Venezuela. Secondo il sacerdote, infatti, “la situazione delle carceri venezuelane si sta complicando” perchè stanno nascendo focolai di rivolta, “atteggiamenti di solidarietà nei confronti dei reclusi del Rodeo”.
- Ci sono scioperi della fame nel penitenziario capitolino ‘La Planta’ - spiega - dove sono reclusi tre connazionali. Rivolte anche nel ‘Puente Ayala’, nella città di Barcelona, dove ce ne sono due.
Nove italiani sono detenuti nel carcere ‘Los Teques’ di Caracas, sei nel ‘San Antonio’ dell’Isola di Margarita, mentre nove donne sono rinchiuse nell’Inof (Instituto Nacional de Orientacíon Feminina). Numerosi altri connazionali sono in libertà condizionata.
Il sacerdote ha voluto ringraziare il Consolato Generale d’Italia a Caracas che “si è subito attivato per rintracciare i connazionali” e “ci ha offerto tutto l’aiuto ed l’appoggio possibili”.

La rivolta
Attualmente ci sono ancora 934 prigionieri tenuti in ostaggio dagli uomini armati che fanno capo ai “pranes”, i boss che controllano la struttura penitenziaria. Le forze dell’ordine sono riuscite ad entrare solo negli spazi del ‘Rodeo I’ però non hanno ancora il controllo completo del carcere. Il ministero degli Interni venezuelano afferma che le vittime degli scontri a fuoco sono 22 ma il numero è ancora incerto.
Quella del ‘Rodeo’ è la peggiore rivolta avvenuta in una prigione venezuelana dal 1999, quando in uno scontro fra detenuti e polizia si contarono 27 morti.

martedì 14 giugno 2011

Referendum, in Venezuela la terza peggior affluenza del mondo

CARACAS – Flop referendum. A parte i connazionali residenti a Panama e in Andorra, gli italiani in Venezuela sono quelli che meno hanno inciso sul quorum del voto all’estero, con un’affluenza alle urne del 12,2 per cento. Questo il dato che emerge dallo spoglio delle schede del referendum e che contrasta fortemente con la percentuale d’affluenza nella circoscrizione Estero, che oscilla tra il 23,07 e il 23,12 per cento a seconda dei quesiti, e negli altri paesi del Sudamerica, dove l’affluenza ondeggia tra il 27,46 e il 27,51 per cento e tocca i picchi del 39,5% (Bolivia) e del 33,6% (Uruguay).
Nello specifico, gli italiani in Argentina hanno partecipato al voto in una percentuale del 30% mentre in Brasile l’affluenza è stata del 28%, in Equador del 23%, in Colombia del 25.5%, in Paraguay del 25.4%, in Perù del 22.5%. Vicini alla scarsa affluenza italo-venezuelana solo gli italiani del Cile, che hanno fatto registrare un’affluenza del 12.4%.
Se compariamo il dato del Venezuela con quelli di altri Paesi del continente, lo scenario non cambia. Infatti, negli Stati Uniti hanno aderito al voto circa il 20% degli italiani, in Canada il 18,5%, in Messico il 24%, in Guatemala il 39%, in Costarica il 19%, a El Salvador il 21,3%, in Honduras il 23%, nella Repubblica Domenicana il 35%, in Nicaragua il 24,2%.
Spostandoci più lontano, buoni risultati per gli italiani d’Egitto, alle urne con una affluenza del 36,7%, delle Filippine (28,8%), dell’India (41,2%), d’Angola (39,6%), d’Estonia (38,3%), d’Algeria (38,2%), del Giappone (53%), della Norvegia (32,5%), di Cipro (19%), della Croazia (47%) e della Danimarca (32%). Nonostante la misteriosa debacle italo-venezuelana, di cui andrebbero verificate le cause, per tutti e quattro i referendum la maggiore affluenza si è avuta in America Meridionale, dove la partecipazione ha superato abbondantemente il 27%. A seguire troviamo la ripartizione Africa, Asia Oceania e Antartide, con quasi il 25%, Europa con il 21% e America del Nord, intorno al 20%.
Affluenza record in Afghanistan dove ha votato il 97,2% degli aventi diritto. Altissime percentuali anche in Oman con il 90,6% e in Swaziland con 89,6%. Seguono Georgia (77,8%), Azerbaigian (66,7%), Mozambico (65,6%), Kuwait (65,3%) e Armenia (64,7%). L’adesione al voto dei nostri connazionali nel mondo presenta alcune piccole variazioni a seconda dei referendum votati. Si va dal 23,07% di affluenza nelle consultazioni sui servizi pubblici locali e sul legittimo impedimento al 23,12% registrato per il referendum sul nucleare.

I quesiti
Sul fronte dei risultati elettorali nella circoscrizione Estero, ci si accorge come la vittoria dei Sì, anche se sempre molto netta, sia un po’ più contenuta rispetto a quanto è avvenuto in Italia dove il 95% degli elettori hanno chiesto di abrogare le norme sottoposte a referendum. Sul nucleare ad esempio il Sì ha ottenuto il 67,07% dei suffragi contro il 32,93% del no. Più marcate le vittorie sugli altri referendum abrogativi: Sevizi pubblici locali (Si 76,32%, No 23,68%); Tariffa servizio idrico (Si 75,71%, No 24,29%) e legittimo impedimento (Si 74,40%, No 25,60%).
In Venezuela i Sì sono stati il 73,55% sulla scheda sui servizi pubblici locali, il 73,98% su quella delle tariffe sul servizio idrico. Il 66,64% degli elettori ha espresso il suo no al ritorno al nucleare e il 72,94% al legittimo impedimento.
Mentre in Italia gli elettori contrari ai quesiti referendari hanno preferito puntare sull’astensionismo per cercare di raggiungere l’obiettivo della mancanza di quorum e invalidare così il risultato dei referendum, gli italiani all’estero si sono più strettamente attenuti ai quesiti posti e alle conseguenti risposte: lo dimostra il numero molto più elevato di no registrati sulle schede elettorali.
Per quanto concerne poi i dati disaggregati ci si accorge come, in tutti e quattro i referendum, il Sì trovi un’affermazione più ampia in Europa, con punte superiori al 78% per le consultazioni sull’acqua. Da segnalare infine il 37,73% ottenuto dai No in America Meridionale per il quesito sul nucleare.

Urne chiuse in Venezuela, il bilancio nero del voto all’estero

CARACAS - La Direzione Generale degli Italiani all’Estero e le politiche migratorie del ministero degli Esteri è venuta a conoscenza attraverso le pagine della ‘Voce d'Italia’, e non dalle istituzioni competenti, delle problematiche vissute dagli italiani in Venezuela che volevano esercitare il proprio diritto di voto per questo referendum ed ha assicurato la validità dei voti espressi dai cittadini nel Paese, anche se alcuni di questi hanno votato con certificati elettorali che riportavano alterazioni nei dati anagrafici. Lo sostiene il Console Generale Giovanni Davoli, contattato dal nostro giornale all’indomani della chiusura delle urne. - Ho avuto uno scambio di battute con dei colleghi a Roma – afferma il Console – e mi hanno confermato che gli errori nelle date di nascita sui certificati elettorali non mettono a rischio la validità del voto. Quello che viene preso in considerazione è il numero nel registro elettorale.
Davoli si nega a rivelare il nome della tipografia incaricata della stampa dei documenti elettorali ma riferisce che è una ditta di connazionali che si è già occupata del processo di stampa per le scorse tornate elettorali. - In passato hanno dato ottima prova di sé, ora ci hanno deluso - commenta il diplomatico. Secondo Davoli non era compito del Consolato controllare, magari a campione, la correttezza delle schede. - Con quale scopo? Non ne vedevo il fine - sostiene. Ora che il danno è fatto - ma è solo un “danno all’immagine”, commenta il Console - è importante però capire le ragioni dell’errore ed adottare provvedimenti nei confronti dei connazionali responsabili dell’alterazione dei dati anagrafici. - Stiamo verificando il tutto con gli avvocati e prenderemo provvedimenti. La ditta non ha rispettato un contratto ed ha commesso un errore grave.
Gli italiani in Venezuela hanno un passato burrascoso in tema di elezioni. Noto lo scandalo delle schede del centro-sinistra bruciate nelle politiche 2008 dal faccendiere calabrese Aldo Miccichè, su cui indaga la Commissione Antimafia. Migliaia di schede votate dagli italiani in Venezuela finite al rogo e poi “sostituite”. Venuti a galla i brogli ed alla luce i nomi di alcune personalità di spicco della nostra Collettività (nelle intercettazioni spuntano i nomi di due consiglieri del Cgie tuttora in carica) la candidata del Pd, Marisa Bafile ipotizzava: “Secondo me prima avevano manomesso i plichi, poi a un certo punto evidentemente non hanno più avuto la possibilità di farlo e quindi hanno dovuto per forza eliminarle, in questo caso bruciandole”. Manomettere i plichi? Con nell’armadio scheletri di questa mole, forse sarebbero stati necessari dei controlli. Quello che però ora preoccupa il nostro Consolato sono le centinaia di schede elettorali mai arrivate a destinazione e rispedite al mittente. Davoli addebita la responsabilità al sistema postale venezuelano - dimostratosi inadeguato nelle operazioni di mailing anche poco tempo fa, quando bisognava notificare a più di 3 mila pensionati le nuove disposizioni dell’Inps -, agli “indirizzi aleatori” che rendono incerta la ricezione dei documenti e alla superficialità di alcuni cittadini che non aggiornano i propri dati, conservando presso gli elenchi Aire vecchi indirizzi.
A urne chiuse, comunque, il bilancio dell’operazione referendum all’estero è negativo. Tanti italiani non hanno ricevuto la scheda per votare e, quando l’hanno richiesta, hanno scoperto di essere scomparsi dalle liste Aire. Altri, invece, sono rimasti perplessi quando si sono ritrovati in mano certificati elettorali inverosimili secondo i quali erano nati nell’Ottocento o alla fine del Terzo millenio: “Posso votare se risulto non ancora nato?” si è chiesto qualcuno. Infine i disagi sofferti al momento di votare presso il Consolato a Caracas, quando ad un certo punto le cassette postali strabordavano ed era impossibile riporvi nuove schede ed i voti dei nostri connazionali sono quindi stati affidati alla buona fede di operatori del Consolato e vigilanti di sicurezza.
Nel frattempo si moltiplicano sui social network di Internet le lamentele degli italiani in Venezuela, in Argentina, in Brasile ed in altri Paesi, per questo referendum vittime di scarsa informazione, disorganizzazione ed inghippi elettorali. Problematiche che si sono sovrapposte nonostante per la sola organizzazione del voto all’estero di questo referendum siano stati spesi 26 milioni di euro, dato citato dal sottosegretario Alfredo Mantica, ossia quanto si spende in tutto un anno per 4,5 milioni di cittadini italiani all’estero.
Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini ha chiesto al presidente della Camera di intervenire per creare un gruppo di lavoro costituito da parlamentari eletti all’estero, che garantiscano la trasparenza delle procedure elettorali all’estero. Il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, ha dal canto suo depositato un esposto alla procura di Roma in cui si chiede la verifica della regolarità delle operazioni di voto degli italiani all’estero.

Referendum: in Venezuela errori nei certificati elettorali

CARACAS - L’odissea referendum sembra non avere fine. Dopo il caos causato dalla decisione della Cassazione, che ha riformulato il quesito sul nucleare mettendo a rischio la validità dei voti degli italiani all’estero, e i ritardi nella spedizione delle schede ai votanti, arrivano adesso certificati elettorali da fantapolitica.
Le date di nascita che numerosi cittadini italiani in Venezuela si sono ritrovati sui certificati sono sbagliate, spesso inverosimili. Enzo Papi, ad esempio, nato il 30/08/1947, risulta essere nato il 31/08/2051; la sorella, nata l’11 marzo 1933, si ritrova invecchiata di mille anni e ringiovanita di un giorno (il documento riporta 12/03/2033); la data di nascita della nipote si trasforma invece da 28/05/1993 a 29/05/2097. Lo stesso stupore della famiglia Papi lo hanno provato ben due interi nuclei familiari di impiegati della Camera di Commercio Venezuelano-italiana di Caracas, e tanti altri concittadini che negli ultimi giorni si sono recati al Consolato preoccupati per la validità delle loro schede elettorali. Alcuni di loro, addirittura, risultano nati nell’Ottocento.
Di chi è la responsabilità? È stato un errore o una volontaria manipolazione di dati, come maliziosamente sospetta qualche italiano poco fiducioso nella correttezza del processo di voto dopo le brutte esperienze durante le passate votazioni?
Tranne categorie specifiche di italiani temporaneamente all’estero (militari o poliziotti in missione internazionale; dipendenti della p.a. per motivi di servizio; professori universitari e rispettivi familiari conviventi), un cittadino italiano, per poter votare, deve essere iscritto in specifiche liste elettorali. Queste vengono predisposte sulla base dell’elenco aggiornato dei residenti all’estero del ministero degli Esteri, prodotto dell’unificazione dell’Aire (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), delle liste dei Comuni e degli schedari consolari.
L’elenco degli iscritti viene trasmesso ai Consolati italiani che provvedono a stampare i certificati elettorali servendosi, data la gran quantità di questi ultimi (si pensi che il censimento Aire di fine 2010 attesta la presenza in Venezuela di 111.356 italiani), di una tipografia esterna alla rete diplomatica.Il Console d’Italia Giovanni Davoli, dopo aver effettuato i controlli necessari, ha affermato che “i responsabili dell’errore non sono all’interno del Consolato” e che le liste Aire pervenute nei suoi uffici sono corrette.
La responsabilità quindi, sarebbe da attribuire alla tipografia incaricata della stampa dei certificati. Davoli rassicura però i cittadini italiani: - Un errore nella data di nascita non mette a rischio la validità della votazione - afferma -. Le vittime del disagio non devono preoccuparsi: la loro posizione anagrafica si mantiene corretta, i documenti futuri non avranno errori.



Referendum: oggi ultimo giorno per votare

CARACAS (9/6/11) - Oggi, alle 16, scade il termine per esercitare il proprio diritto al voto nel referendum del 12-13 giugno. Si conclude quindi, almeno per ora, quel percorso ad ostacoli chiamato ‘voto degli italiani all’estero’. La via crucis vissuta da molti connazionali in Venezuela è ormai nota: in primis l’indecisione dell’Italia riguardo la validità o meno dei voti all’estero dopo la modifica al quesito sul nucleare deciso dalla Cassazione; poi i ritardi nella consegna delle schede - affidate dal Consolato a Ipostel - ai votanti che, tanti, tutt’oggi, non hanno ancora ricevuto; infine le date di nascita inverosimili riportate sui certificati elettorali.
Accuse di disorganizzazione anche al Consolato di Caracas. Un italiano residente nella capitale, M.N., afferma di essersi recato al nostro Consolato per richiedere la scheda elettorale della figlia, Sandra, potenziale votante il cui nome è poi risultato inesistente nelle liste elettorali. Questo nonostante solo poche settimane fa le sia stata recapitata la cartolina di notifica per votare alle elezioni comunali di Napoli. Mentre attendeva spiegazioni sul caso di sua figlia, M.N. racconta alla Voce di aver notato situazioni poco trasparenti nelle operazioni di voto.
- Alcuni cittadini volevano votare ma le cassette postali erano stracolme - spiega - e i funzionari del Consolato sono stati costretti a riporre le schede in alcuni cassetti degli uffici. Poi, quando anche questi ultimi straboccavano, le schede sono state messe in comuni scatole di cartone, poi chiuse in uno sgabuzzino, ed infine consegnate in mano ad un vigilante della sicurezza. Quest’ultimo - conclude M.N - che non era un funzionario italiano, le ha conservate sino all’arrivo degli operatori di Ipostel che hanno svuotato le cassette postali e riposto le schede in un sacco, poi sigillato. I voti sono stati trattati come se fossero caramelle, conservati nei cassetti, in tasca... Questo non è certo un meccanismo sicuro su cui fare affidamento.

Argentina, “Il Consolato è chiuso”
Anche in Argentina sono tanti i disagi sofferti dagli italiani che desiderano esercitare il proprio diritto di voto. Ecco la testimonianza di un concittadino residente a La Plata:
“Sono le 11,40 di questa mattina, arrivo al consolato italiano, qui a La Plata. Davanti al cancello chiuso siamo in 5, io e quattro signore più anziane di me, in attesa di mettere le buste contenenti le schede votate per i prossimi referendum (noi cittadini che viviamo all’estero dobbiamo far pervenire le buste contenente le schede entro il 9 alle ore 16 al consolato), ma le due cassette postali installate per i referendum, nonostante siano grandi, non ne possono contenere altre perchè sono piene e molte buste strabordano. Dopo un pò appare un uomo che alle mie accese rimostranze ci comunica che ‘il consolato è chiuso’, alla faccia dei diritti e della democrazia. Le signore se ne vanno con la busta in mano, io vado alla posta privata e spero che le mie schede arrivino in tempo. Questo consolato è ‘famoso’ in tutto il sud America per ‘l’attenzione’ che presta ai cittadini e come si dice... il pesce puzza dalla testa”.

L’esponente dell’Idv Fabio Evangelisti si è fatto portavoce, ieri a Montecitorio, della denuncia, raccolta dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che ha chiesto al presidente della Camera di intervenire per creare un gruppo di lavoro costituito da parlamentari eletti all’estero, che garantiscano la trasparenza delle procedure elettorali all’estero. - Il governo deve garantire che le operazioni di voto all’estero sul referendum si svolgano correttamente - ha detto Casini - è questione di democrazie a trasparenza.
Il Console di La Plata, Spartaco Caldararo, ha dal canto suo spiegato che “la posta argentina è responsabile di svuotare le cassette poste al di fuori dei consolati. - Per agevolare il voto dei connazionali abbiamo chiesto alla posta argentina, di porre le cassette al di fuori del Consolato. Dopo la nostra capillare campagna informativa, abbiamo riscontrato un’affluenza di voti in effetti molto alta. Non siamo responsabili dello svuotamento della cassetta, è compito del ‘Correo’, che interviene almeno due o tre volte al giorno. Non è pertanto da escludere che chi ha denunciato il fatto ieri abbia trovato la cassetta piena. Ha sottolineato, poi, che le schede “non possono essere consegnate in Consolato, che non è un seggio elettorale”.

Di Pietro: “È l’ennesima truffa”
Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, è intervenuto ieri a Repubblica.Tv affermando che il quorum del referendum di giugno “non sarà facile da raggiungere”. - La legge dice il 50+1 ma non è così. Il primo giugno è scaduto il termine per il cittadino all’estero di votare (in realtà è il 9 giugno alle ore 16, ndr). Quindi - ha detto Di Pietro - nessun cittadino all’estero ha votato per il referendum ma i 3 milioni e 200 mila italiani all’estero vengono contati nel quorum. Quindi ci vuole il 58% effettivo (di quorum, ndr) per coprire anche quei 3 milioni che stanno all’estero.
È una vergogna - commenta il leader dell’Idv - l’ennesima truffa fatta togliendo ai cittadini all’estero il diritto di votare e caricando di responsabilità i cittadini italiani che devono raggiungere un quorum che deve comprendere anche quella loro quota. Vogliamo che quei 3 milioni 200 mila italiani che non hanno votato (in realtà il voto c’è stato ma forse non verrà preso in considerazione, ndr) non vengano conteggiati nel quorum. In merito alla questione del voto all’estero, continua Di Pietro, L’Idv non rimarrà con le mani in mano: “Depositeremo ricorso in Cassazione perchè sollevi un conflitto di attribuzione alla Consulta. Quei 3 milioni e 200 mila elettori andranno scorporati e sottratti al conteggio”.
Di Pietro ha preparato un’istanza alla Corte di Cassazione affinchè l’ufficio centrale per i referendum tenga conto del ‘quorum ridotto’ sul nucleare rispetto agli altri quesiti, prima di proclamare la validità/invalidità della consultazione sulla base dell’affluenza alle urne che le verrà trasmessa dal Viminale. L’istanza sarà presentata in Cassazione fra venerdì, giorno di chiusura della campagna referendaria, e lunedì alle 15, orario di chiusura dei seggi in Italia. In modo tale che la Cassazione sia investita del caso in tempo utile per poter tenere conto.