Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta barrios. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta barrios. Mostra tutti i post

mercoledì 4 agosto 2010

Sindaco copeiano espropria un Centro Italo dello Zulia per non lasciarlo ai chavisti

di Monica Vistali

CARACAS – È stato annunciato il decreto di utilità pubblica ed interesse sociale del ‘Centro Italiano Venezolano’ di Ciudad Ojeda che, in poche parole, è stato espropriato. Ma questa volta a compiere il “crimine”, come tanti lo definiscono, non sono state le fila rosse del Governo né Pdvsa, ufficiale proprietaria del terreno che avrebbe potuto rivendicarlo, ma il Sindaco copeiano di Lagunillas, Edwin Pirela.
Secondo il primo cittadino, raggiunto telefonicamente dalla ‘Voce’, “alcuni membri dei Consejos Comunales della zona” avrebbero avuto intenzione di “assaltare il Club”. Con l’espropriazione, pensata il lunedì e messa in atto il martedì, avrebbe di fatto impedito ai “chavisti” di trasformare il centro in “una delle loro sedi di governo che poi falliscono”.
- Quelli della Giunta direttiva (del Civ, ndr) sono tutti amici miei! Decretando l’espropriazione ho salvato il Centro Italiano - ha spiegato il Sindaco.
Il primo cittadino ha assicurato che il club si trova in totale stato di abbandono (cucina inutilizzabile, aria condizionata ed impianto elettrico malfunzionanti, infiltrazioni di pioggia nelle sale) e che con questa espropriazione verrà recuperato a totale beneficio della comunità, invece che diventare “sede di uffici chavisti”. Inoltre, ha voluto sottolineare che solo otto dei 148 soci erano al giorno con il pagamento della propria quota.
- La misura si riferisce ad un terreno di circa 23 mila metri quadrati - ha detto il Sindaco durante una conferenza stampa -. Lo utilizzeremo per gli abitanti di Lagunillas, come complesso sportivo comunale che ospiterà anche attività culturali e sociali.
La parole del Primo cittadino di Lagunillas non trovano però riscontro nelle affermazioni del presidente del Civ di Ciudad Ojeda, secondo il quale l’espropriazione del Centro non sarebbe altro che conseguenza di una ‘guerra’ tra chavisti e copeiani per il possesso del terreno, ubicato nella ‘urbanización’ Tamare.
- Con le invasioni le baracche del ‘barrio’ a ridosso della recinzione - spiega Oscar Framiglio - stavano avanzando sempre di più, era aumentata la criminalità. Dall’altra parte c’era il Comune, che voleva per sè le istallazioni. Così si è inventato l’assalto dei chavisti e che tutto era a pezzi, in stato di degrado, quando in realtà la situazione non è così grave.
Secondo il presidente, i problemi che affliggono gli spazi del Civ sono “dettagli minimi”, comunque risolvibili: qualche bagno che non funziona, qualche sala senza aria condizionata. Che comunque non hanno mai impedito ai connazionali di frequentare le istallazioni.
Per i bilanci il discorso cambia. La quota mensuale del Centro di Ciudad Ojeda è BsF 25. Però solo per la piscina, venivano spesi BsF 4,000 e per sopravvivere il Club avrebbe bisogno di circa BsF 12,000 ogni mese. Fino all’anno scorso i soci attivi con i pagamenti erano 250, mentre ora sono meno di una quarantina.
- Pensavamo di aumentare la quota per affrontare alcune spese di mantenimento e manutenzione ma i soci hanno smesso di pagare. Possiedono azioni di imprese espropiate della zona e la loro situazione economica è incerta.
Secondo quanto ha però spiegato alla ‘Voce’ il presidente di Federazione delle Associazioni italovenezolane, Mariano Palazzo, il Civ di Ciudad Ojeda “presentava da tre - quattro anni grandi difficoltà economiche”, “aveva debiti con Faiv” e non proprio tutti i 170 soci pagavano le quote. Inoltre i membri del Club “non presenziavano alle riunioni”, il Centro non aveva partecipato ai Giochi di Maracaibo, non si era iscritto per quelli di Merida e la struttura, in special modo la piscina, era “in disuso”. Insomma un Centro in agonia, come ce ne sono altri, anche se Palazzo ricorda che c’era stato un “gruppo che aveva tentato di riattivarlo”.
Ieri c’è stato un primo incontro tra il Sindaco Pirela e alcuni rappresentanti della collettività italiana – tra cui anche il console reggente di Maracaibo - rimasto però infruttuoso. Dalla bocche di una cinquantina di persone sono nate proposte diverse - regalare al Comune azioni morose del Civ per poi investire insieme nella rimordenizzazione delle strutture; lasciare al Sindaco il possesso del terreno ed in cambio restare con il controllo dell’immobile - ma non si è arrivati ad un accordo finale.
L’unica voce fuori dal coro, piena di speranza, è qualla del vicepresidente di Faiv e presidente del Comites di Maracaibo, Cono Siervo. Secondo lui la riunione è stata “positiva” ed il Sindaco “potrebbe cambiare idea riguardo all’espropriazione”. “L’Ambasciatore Luigi Maccotta ha mostrato disponibilità e potrà avere un ruolo importante nelle trattative”, insieme alla comunità italiana che è “unita nella lotta contro un’azione che non possiamo permettere”.
Domani i soci del Centro Italiano si incontreranno per pianificare un’offerta ed una strategia comuni da presentare lunedì, in un gruppo di sole 4 o 5 persone, al Sindaco Pirela.
Secondo quanto riportato dal quotidiano ‘Panorama’ di Maracaibo, per compiere con il decreto, il 2010-043, il procuratore è stato autorizzato a realizzare in tempi brevi l’iter legale necessario. Inoltre, il Comune avrebbe consegnato alla comunità un lotto di terreno confinante con il Civ da destinare alla costruzione di abitazioni.

domenica 28 marzo 2010

Claudio Abbado trapianta in Italia il “Sistema” delle orchestre venezolane

La bacchetta Abbado riproduce in Italia “El Sistema” venezolano: rete nazionale di orchestre giovanili che si pone come riuscito modello di partecipazione, integrazione e riscatto sociale. Il “Sistema” creato da Juan José Abreu, nipote di un emigrato italiano, ha creato 150 orchestre giovanili e 140 infantili, diminuendo il numero dei ragazzi di strada.

di Monica Vistali

CARACAS - Il celebre direttore d’orchestra, Claudio Abbado, ha deciso di trapiantare in Italia il “Sistema” Fesnojiv (Fundación del Estado para el Sistema Nacional de las Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela) del venezolano Juan José Abreu, di cui da anni è profondo stimatore, creando una rete di orchestre giovanili regionali. Il Maestro ha dichiarato infatti che “grazie ad amici ed appassionati stiamo creando gruppi orchestrali con lo stesso sistema didattico e sociale inventado da Abreu”.
Per il momento si stanno creando orchestre giovanili a Roma, Bolzano, Milano e in Toscana; Bologna aveva anticipato il progetto quando nel 2004 creò l’Orchestra Mozart gestita da Abbado come Direttore artistico e Metheuz come principale direttore invitato.
Abbado va e viene continuamente tra l’Italia e il venezuela per dirigere l’Orchestra Simón Bolívar, tanto nel suo paese d’origine come durante i tour. L’ultimo concerto è stato il 20 marzo, quando ha aperto con l’Orchestra venezolana il Festival svizzero di Lucerna.
Il “Sistema” creato da Juan José Abreu, nipote di un emigrato italiano, ha portato alla creazione di 150 orchestre giovanili e 140 infantili, insegnando a suonare uno strumento a 250mila under 18. Tra i giovani musicisti sono emersi numerosi talenti internazionali, tra i quali il riconosciuto maestro Gustavo Dudamel. Spiega Abreu: “Il progetto nacque con una finalità prevalentemente sociale: attraverso la musica, togliere dalla strada e riscattare dalla povertà bambini e ragazzi”.
Lo scorso ottobre, presenziando ad un concerto dei ragazzi di Dudamel alla ‘Scala’, anche la sindaco di Milano, Letizia Moratti aveva annunciato il proposito di creare nella sua città un sistema musicale sull’esempio di quello latinoamericano. Inoltre, invitata dalla bacchetta José Abreu, aveva espresso la volontà di recarsi in Venezuela per conoscere il Sistema di orchestre infantili e giovanili.

giovedì 11 febbraio 2010

Centri Italo-venezolani: centri sociali o club d’elite?

Nati come luoghi di riunione di tutti gli italiani giunti in Venezuela in cerca di fortuna, e quindi multiclassisti, corrono il rischio di trasformarsi in clubs elitari

di Monica Vistali

CARACAS - Angelo Cristillo comprò la sua azione del Centro Italiano Venezolano di Caracas tanti anni fa. Gli costò 500 bolívares e la pagò a credito. Oggi questa può sembrare una cifra irrisoria, e certamente lo è, ma ieri rappresentava molto denaro. Da allora tante cose sono cambiate. I nostri emigranti, a quei tempi, sbarcavano a La Guaira con una valigia di nostalgia, pochi soldi e tanti, tantissimi sogni. I primi giorni erano assai duri, intrisi di tristezza e malinconia. Si era alla ricerca di un lavoro, di una occupazione che molti s’inventavano, ma soprattutto di qualche volto conosciuto, di qualche compaesano e aria, tanta aria di casa. Nel Civ, gli italiani di Caracas s’incontrarono l’un l’altro.
Cristillo continua a frequentare il nostro sodalizio ‘caraqueño’. Alle ragioni di una volta, però, oggi se ne aggiungono altre, frutto della nuova realtà del Paese: è un luogo elegante e tranquillo, niente rapine o sequestri, che ti offre piscine olimpioniche e la certezza di aver parcheggiato l’automobile in un posto sicuro.
- Passeggio – ci dice Cristillo – sereno, senza dovermi guardare alle spalle.
Gli fa eco Alessandro Sansone.
- Si viene al Civ e si cammina tranquilli – commenta -. In strada è una giungla.
E così, uno dopo l’altro, “gli italiani finiscono per rinchiudersi sempre più”, come racconta il tesoriere di Fedeciv, Junio Chiari, e trascorrono il tempo protetti dal vetro di quella campana dorata che è l’“Italo”, come viene chiamato il Civ dai più affezionati. Perchè in qualsiasi caso, interviene Giuliana Ferri, “Caracas non ti offre nulla: cosa vuoi fare – si chiede – se non vai al mare o nei centri commerciali, che fra l’altro sono diventati anch’essi pericolosi?”.
Dal canto suo Benito, con un forte accento campano sottolinea:
- Qui in Venezuela, oggi, la tua vita diventa un diamante che non puoi indossare e non sai dove nascondere. Nell’“Italo”, invece, puoi dare gas a quella Cadilac che per strada non puoi usare. Perchè fuori, il Latinoamerica è e resta sempre il Latinoamerica.
La soglia
All’interno dei trenta Centri Italiano-Venezolani e Case d’Italia sparsi sul territorio, da Caracas a Carupano, da Maracaibo a Merida, da El Tigre a Puerto Ordaz, “si ritrova il paesello e la lingua nativa, insomma una piccola Italia”, ci dice Benito dall’alto della terrazza dell’Edificio Sede del Civ della capitale, quello che ritaglia i suoi eventi e le sue cerimonie ergendosi maestoso sullo sfondo di un corollato di piccole luci e labirinti di scale. Il contrasto tra le due colline, la ricca e la povera, è netto. Quanti cognomi italiani non oltrepassano quella strada poco illuminata che separa l’“Italo” dal “barrio”?
Nei fatti, oggi, il Centro Italiano Venezolano aggrega solo una fetta della nostra comunità: un target ben delineato che non si mescola con quel 15 per cento (e forse più) di italiani residenti nella capitale che vivono nei quartieri poveri di Petare, la parrocchia con la percentuale più alta di connazionali secondo il censo dell’“Instituto Nacional de Estadìsticas” pubblicato nel 2005. A frequentare il Civ, quindi, sono probabilmente gli italiani e gli italo-venezolani più fortunati: quelli che, secondo il ministero degli Esteri, controllano un terzo di tutte le industrie locali, escludendo naturalmente quelle collegate al settore petrolifero. Un gruppo ben marcato e convinto, come Cristillo, che “più del novanta per cento degli italiani qui vive in condizione di agiatezza”.
Ma i nostri Centri Italo Venezolani, le nostre Case d’Italia non dovevano essere luoghi di riunione per tutti gli italiani? Il Civ di Caracas, nei sogni del suo fondatore Lorenzo Tomassi, non doveva essere espressione di una Collettività multiclassista? Sono domande alle quali oggi si preferisce non rispondere. O, chissà, si eludono perchè non si sa dare loro una risposta.
Denaro e Virtù
- II frequentatori del Civ appartengono ad una classe sociale medio-alta, è un luogo non alla portata di chiunque – afferma sicura Giuliana Ferri -. Inolte, le quote-extra sono sempre più frequenti e non tutti hanno le possibilità di far fronte alla spesa che rappresenta essere socio di uno dei nostri clubs. Non tutti hanno la possibilità di sostenere questi costi che crescono giorno dopo giorno e che incidono non più perifericamente nell’economia delle famiglie.
Ad esempio, a conti fatti, bolívar più bolívar meno, essere membri del Civ-Caracas richiede l’esborso mensile di circa 220 bolívares al mese; bolívares “fuertes”, ovviamente. E la cifra aumenta a 250 mila bolívares se ci si sposta a Maracaibo. Questo senza contare le quote-extra destinate a spese speciali, che possono trasformarsi anche in permanenti, come accadde in passato nel Civ di Caracas.
I giovani, in carriera ed in procinto di formare una famiglia, ed i pensionati sono le fasce più castigate. I primi, perchè non ricevono ancora uno stipendio che permetta l’aquisto di un’azione di un sodalizio e la spesa mensile che esso rappresenta, gli altri perchè con una pensione si possono fare solo miracoli. E questi non sempre comprendono il costo di gestione di un’azione di un club italo-venezolano.
Volente o nolente, c’è una barriera fissa. E così i meno abbienti devono accontentarsi di guardare dal basso le siepi fiorite, i saloni e tutte le infrastrutture sportive che, si sognava un tempo, dovevano essere accessibili a tutti gli italiani del Venezuela.
E i meno fortunati? “Non è stato fatto nulla – sostiene Ferri – per cercare di coinvolgerli…”.
E’ vero, così come lo è che non c’è Giunta Direttiva che, al momento di proporre la propria candidatura, non manifesti l’intenzione di trovare soluzioni eque che permettano di aprire il Civ alla Collettività. Promesse, sempre promesse. Tante e sicuramente in buona fede. D’altronde, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. Al dunque, però, ci si dimentica del “futuro” della nostra Collettività e, quel che è più grave, del “passato”. Dei giovani e dei pionieri, di chi è chiamato a costruire e di chi, invece, ha già costruito tanto. Ci si dimentica anche di chi ha avuto meno fortuna e che andrebbe comunque messo in condizione di accedere ai nostri sodalizi.
- Degli indigenti – denuncia Pedro Paolucci, frequentatore della Casa d’Italia di Maracay – non si occupa nessuno. Ci s’interessa solo di chi ha denaro per fare donazioni o per comprare un’azione. Anche qui l’Italia è piena di ingiustizie.
Piccole oasi di tranquillità ma, non per questo, a salvo dalla crisi del Paese. Ecco, i nostri clubs soffrono anch’essi delle conseguenze delle decisioni, giuste o sbagliate, di chi ha in mano le redini del mondo.
- La ruota gira – spiega Franco Lualdi, presidente della Casa d’Italia di Caracas – e così anche i nostri club soffrono le conseguenze della crisi economica. Una ventina di centri sociali continuano le loro attività ma sono sempre più numerosi quelli che, come nel caso di Punto Fijo o Cumanà, hanno chiuso i battenti. Altri, ad esempio il Civ di El Tigre o quello di Ciudad Bolìvar, hanno fondato al loro interno scuole private, con cui potersi finanziare. Noi della Casa d’Italia riusciamo ancora a mettere tutto a disposizione gratuitamente ai nostri soci perchè, in quanto proprietari dell’edificio, affittiamo uffici.
Giovani e sportivi
Se gli adulti frequentano il Civ per i più disparati motivi, l’attenzione dei giovani è rivolta quasi esclusivamente alle strutture sportive.
- Certo che qui l’età media spaventa – ci dice Edoardo, 26 anni, entrando per la prima volta al Civ -. Ma non deve essere poi male venire ogni tanto: c’è la piscina, la palestra, spazi aperti…
Della stessa idea Maurizio Tagliatela che confessa di non frequentare il sodalizio ‘caraqueño’.
- Non sono socio… – aggiunge -, ma vorrei esserlo solo per utilizzare le istallazioni sportive.
Paolucci è più prudente. Ci dice:
- Sicuramente i giovani si recano ai nostri centri sociali per la pratica di qualche attività sportiva. Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio. C’è anche chi ha altri interessi. C’è chi si dedica alla musica, chi al teatro, chi al ballo…
Lo sport, dobbiamo prenderne atto, è il vero punto di forza dei Centri Sociali italiani. Basti pensare ai “Giochi Sportivi Nazionali” dei nostri clubs, veri fiori all’occhiello della Collettività italo-venezolana organizzati ogni due anni da Fedeciv (la Federazione che raggruppa i sodalizi dal punto di vista sportivo). A questa ‘piccola Olimpiade’ partecipano dai tre ai quattro mila atleti. Se a questi, poi, sommiamo parenti, amici e conoscenti arriviamo anche a dieci mila persone in una sola città, dato che converte l’evento in una delle più importanti manifestazioni sportive del Paese.
Accando agli sportivi di Fedeciv, una frangia di giovani si dichiara assolutamente non attratta dalle realtà italiane in Venezuela. Paola, ad esempio, taglia corto ed afferma:
- Sono dall’altra parte del mondo per conoscere una realtà nuova, non per ritrovarne una vecchia che già conosco.
I tempi, si vede, sono cambiati e per gli italiani l’emigrazione può anche essere una scelta di vita più che una condizione imposta da situazioni economiche disastrose come quelle che circondavano i nostri pionieri nel dopoguerra. Si affronta e si vive diversamente. Si hanno meno paure, più curiosità.
Sempre polemica e assai schietta, Ferri espone il suo punto di vista:
- Io il Centro Italiano Venezolano di Caracas l’ho visto crescere. E posso dire che sono sempre meno i giovani che lo frequentano. Non si sentono rappresentati dalle Giunte Direttive che spesso, troppo sono inappropriate ed integrate da persone, a mio giudizio, non all’altezza della grande responsabilità che gli viene assegnata.
Separati nell’unione
C’è una solidarietà che nasce spontanea. E’ quella che germoglia dalla consapevolezza che tutti siamo emigrati o figli di emigrati.
- Qui siamo tutti amici – afferma Nicola Cicenia, presidente della Federazione delle Associazioni Italiano-venezolane. Poi, riferendosi all’unità che nasce trai connazionali all’interno dei centri sociali, aggiunge:
- Non c’è una separazione tra nord e sud, tipica della realtà italiana. Ci unisce un comune denominatore: aver vissuto l’emigrazione direttamente o di riflesso.
Anche così, però, esistono differenze. Basti pensare alle parole di Chiari che parla di un “micromondo creato da ognuno all’interno di quel piccolo mondo che è il Civ”.
Ferri corrobora quanto detto da Chiari.
- A me piace l’ambiente – spiega -, ma frequento chi dico io. Nel Civ c’è proprio di tutto: dalle signore eleganti, al signorotto colto o al cafone.
Certe differenze, anche assai sottili, si riflettono anche a livello gestionale.
- Manca la giusta coordinazione tra le vecchie e le nuove Giunte Direttive – denuncia Cicenia.
Una ulteriore barriera s’instaura tra chi vive nelle metropoli o no.
- I centri sociali della provincia risultano svantaggiati rispetto a quelli della capitale e delle grandi città: hanno difficoltà a reperire e scambiare notizie, richiedere ed ottenere servizi consolari – conclude Cicenia -. Si paventa il rischio di un sentimento d’abbandono e quindi la possibilità di dimenticare la nostra italianità.

lunedì 8 febbraio 2010

Io, italiana di Petare

di Monica Vistali
CARACAS – All’interno del suo ‘rancho’ di Petare, la 69enne Maria Castelli conclude con un sorriso di rassegnazione il racconto della sua vita. Ed ammette: “Beh, non tutti gli emigranti ce l’hanno fatta”.
Le statistiche sembrano darle ragione. Secondo il censo dell’Ine-Venezuela pubblicato nel 2005, infatti, è Petare - tra le zone di Caracas di maggior degrado e pericolosità - il quartiere con la più alta concentrazione di connazionali, ben il 15 per cento. Ed è proprio Petare, agglomerato urbano ed umano che si snoda polveroso tra baracche fatiscenti e mercati improvvisati, il capolinea di Maria, che da 40 anni vive in uno dei suoi duemila ‘barrios’, Las Estrellas. Nel cimitero lì vicino ha seppellito due nipoti ed un figlio ventenne che - come tanti altri - avevano scelto la ‘via alegre’ della droga, come la chiama lei. Un vicolo chiuso, per tutti, da una pallottola. Di un secondo figlio conserva solo una fotografia ingiallita accanto ad una placca di metallo della bandiera italiana, sola superstite dopo uno schianto in moto.
- Forse non ero destinata a finire così - tentenna triste -. Ricordo i bagni al mare di Monterosso, di Rio Maggiore... Adesso avrei solo il desiderio di morire in Italia - ci confessa - ma i soldi non mi permettono neppure di sognarlo. Se non ho potuto andarci in tutti questi anni, non penso di poterlo fare ora... E poi, dove andrei? Lì non c’è più nulla per me.

Croci
Conversare con Maria Castelli è viaggiare nei porti liguri degli anni Cinquanta, nelle ville ‘bene’ del Nord Italia, nei salotti e nei collegi cattolici. Finchè i toni nostalgici lasciano spazio alla tristezza e lo scenario si sposta in America latina, nelle baraccopoli della povertà.
Era il 1955 quando Maria, studentessa di buona famiglia in un collegio religioso di Livorno, s’innamora di un militare della marina venezolana in sosta al porto.
- Avevo quattordici anni - ci racconta - quando ho lasciato la mia città. Avevo deciso di sposarmi ma mio padre, generale dell’aviazione, non ne voleva sapere. Per lui, quelle che andavano con i marinai non erano ragazze ‘serie’. Invece io ero innamorata, pronta per iniziare la mia favola.
Maria abbandona la rigidità familiare (“mio padre mi faceva tagliare le mele con forchetta e coltello” ci dice sorridendo) e sceglie di seguire il suo amore. I genitori la ripudiano - non la raggiungeranno nemmeno il giorno del suo matrimonio - ma lei è decisa e, accompagnata da due tenenti venezolani, con un aereo arriva a Caracas.
- Mi ricordo ragazza, spiando dal finestrino dell’automobile. Uno dopo l’altro, splendidi paesaggi si alternavano a quartieri eleganti. Poi pian piano la vista cambiava: baracche fatiscenti, povertà. Mi hanno lasciato al Barrio San Josè de Cotiza, in uno di quei ‘ranchos’ pericolanti. Ero ancora una bambina. È stato durissimo.
Il suo uomo era l’ultimo di undici fratelli. Maria ricorda il capofamiglia con il vizio della bottiglia, le botte, la povertà che si respirava in quella grande stanza dalle pareti scrostate dove tutti i vicini si ritrovavano per guardare l’unica tv della zona. E le chiacchere maligne: “Ecco l’italiana... si è sposata perchè pensava di trovare petrolio nel patio!”.
Maria smette di raccontare. Lancia solo qualche accenno, null’altro.
Con poche parole ti dice che si è separata dal marito - che le ha rubato i pochi risparmi - e che ha poi avuto tre figli con un altro uomo. Un altro sguardo vuoto. Riaffiorano le ore di attesa fuori dalle prigioni dov’era rinchiuso suo figlio, condannato a cinque anni per droga. Una ‘mariquera’, dice lei. Los Flores de Catia, Yare, Rodeo. “Era umiliante... e duro quando ti passava sotto il naso il poliziotto che spacciava...”.
Tante le ingiustizie, tanto il lavoro.
- Ho fatto l’hostess, la domestica in casa di ‘doña Blanca’, l’addetta in un’azienda di viti. A Petare ci sono quattro mense gratuite per bisognosi e in passato venivano regalati elettrodomestici a tutti quelli della zona. Ma io non credo nei contentini: ho visto molte donne mangiare a sbaffo, spendere i risparmi in birra e poi dormire tutto il giorno invece di lavorare... Non è colpa del Paese, il Venezuela resta divino. Ma, davvero, non immaginavo di dover lavorare tanto per ‘conseguirme la arepita’.
Oggi Maria Castelli stira due volte a settimana. Arrotonda con il ‘San’: un legale giro di prestiti fra persone di fiducia che poi pagano al gestore del denaro una percentuale. Un ‘giochetto’ da 2000 BsF l’anno, senza il tramite di nessuna banca.
- Certo non mi piango addosso. Ricordo quello che diceva la mia bisnonna: ‘Tutti vanno in piazza per scambiarsi le croci, ma poi ognuno torna sempre a casa con la sua’.

‘Ranchos’ e Consolati
Il ‘rancho’ di Maria non ha quel gusto tipicamente venezolano fatto di casette appese alle pareti e suppellettili vari. E’ di elegante stampo europeo, ben curato, con divani e tende sui toni del rosso e del nero.
- Ho saputo della morte di mio padre solo due anni dopo il decesso, quando dalle carte sono risultata unica erede e mi hanno contattato. Ma l’avvocato si è preso quasi tutto e con il denaro restante non potevo comprarmi un appartamento nuovo. Poi non riuscivo a pensarmi in un quartiere chic, così ho sistemato il mio ‘rancho’. Ora posso chiudere le finestre, immergermi nella mia casa e, per poco, dimenticarmi di Petare: della povertà, del rumore dei grilli che negli anni si è trasformato in boato di pistole, delle quattro casette che oggi sono diventate una baraccopoli.
Dimenticare per poco, certo. Finchè non devi recarti al Consolato per chiedere assistenza sociale, finchè ti accorgi che “la copertura sanitaria non basta”, finchè capisci - sotterrando i tuoi figli - che “qualcuno vale più da morto che da vivo”.
Maria, da quattro anni negli elenchi del Consolato, oggi beneficia dell’assicurazione sanitaria di Rescarven. Ma - anche se dovrebbe operarsi ad una gamba - non crede che chiederà il rinnovo dell’assicurazione perchè in qualsiasi caso, per quello di cui ha bisogno, questa “non è sufficiente”. - A causa delle brutte esperienze con mio padre e mio marito, non sopporto i militari per principio, quindi nemmeno il presidente Chávez. Ma con i Centri Diagnostici Integrati ‘l’ha proprio azzeccata’. Lì mi hanno regalato gli occhiali da vista, mi hanno curato un’intossicazione, mi hanno operato. La terapia è stata meravigliosa, i medici preparati ed ben educati. Al Consolato è più umiliante: quando chiedi un aiuto sembra di elemosinare... Purtoppo, sembra che gli italiani, nel possedere un po’ di autorità, diventino arroganti.
Maria non si risparmia in critiche.
- Elogio i Cdi ma credo che le risorse spese per i moduli ‘Barrio Adentro’ dovevano essere investite nella rinascita degli ospedali pubblici: quando ho dovuto andarci dovevo portarmi da casa i guanti in lattice e le garze...
Il processo bolivariano ha portato speranza e benefici ma la strada è ancora lunga. E tanti sono stanchi di aspettare. Così, come testimonia Maria, se “prima la gente ti sparava se parlavi male di Chàvez”, ora si è “liberi di mandare tutti i ‘rossi’ a quel paese”.

Italiani
Due italiane: Maria da Petare e Franca dal Junquito. Si parlano spesso al telefono e si raccontano le giornate, i pettegolezzi, i problemi.
- Anche la mia amica ha seriamente bisogno dell’aiuto del Consolato. Ma come fa ad andarci? Ha problemi di salute e fino a La Castellana il tragitto in taxi è troppo costoso. Io vado con i mezzi pubblici anche se qui a Petare non accettano il ‘carnet de la terzera edad’ e devi pagare. Sembra difficile da credere, ma spesso non si ha nemmeno quel solo bolivar per l’autobus, immaginiamoci per un taxi...
Maria ride di gusto. Fuori dai ‘club italo’, dalle associazioni, dalle poltrone di potere, dai salotti.
- No, non sono mai stata in quei posti lì. Io, gli unici italiani che frequento sono quelli venezolani come me!