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domenica 23 ottobre 2011

Caso Los Roques, uno degli assassini di Elena Vecoli catturato a Caracas

La donna, incinta, era stata aggredita a morte mentre dormiva col marito in una posada a Gran Roque, dove si trovava in viaggio di nozze. Ancora latitanti gli altri aggressori
 
di Monica Vistali

CARACAS - Funzionari del Corpo di investigazioni scientifiche, penali e criminalistiche (Cicpc) hanno fermato a Caracas uno degli uomini implicati nell’omicidio di Elena Vecoli, la turista italiana 34enne uccisa durante la sua luna di miele in un hotel di Los Roques, arcipelago corallino del Venezuela, il 27 settembre 2006. Si tratta di Elvis Enrique Guevara Figueroa, operaio 31enne soprannominato ‘El 48’, latitante dal 16 ottobre 2006.
Il commissario del Cicpc, Humberto Ramírez ha spiegato che il gruppo di lavoro della ‘Direzione di Investigazioni dei delitti contro la vita’ aveva recentemente intensificato le ricerche di Guevara Figueroa dopo l’arrivo di alcune informazioni che notificavano la presenza di un uomo che rispondeva alla descrizione dell’assassino e che stava lavorando sotto falsa identità presso un’impresa di costruzioni.
- Sono state dislocate varie commissioni in diverse parti del Paese - ha spiegato il commissario Ramírez - e mediante investigazioni sul campo si è scoperto che il latitante era stato visto in più occasioni alla fine dell’Avenida Sucre nella zona di Catia, a Caracas. 
 Guevara Figueroa - su cui pendeva un mandato di cattura -  è stato infine fermato lo scorso 21 ottobre nella piazza Sucre di Catia da un gruppo di poliziotti che, identikit in mano, lo distinsero in un gruppo di operai. L’uomo presentò la sua carta d’identità, nella quale figurava come Angel Segundo González. Immediatamente gli agenti verificarno il documento che, grazie all’esame delle impronte digitali, risultò falso.
Il direttore del Cicpc ha informato che intanto proseguono le ricerche del 28enne Jean Carlos Blanco Millán, con precedenti penali per traffico di droga, anche lui implicato nel delitto della connazionale.
Elena Vecoli era stata aggredita a morte mentre dormiva insieme al marito, Riccardo Prescendi, 47 anni, nella posada ‘La lagunita’ dell’isola Gran Roque. Storditi con la scopolamina, legati mani e piedi con filo elettrico e picchiati, furono soffocati dai due killer aiutati forse da almeno un basista. Solo Riccardo, creduto morto, si salvò.
Durante l'autopsia era emerso che la donna era incinta di un mese.
Ancora incerto il movente del delitto.
Inizialmente si parlò di un tentativo di furto, ma poi l'ipotesi si spostò presto sullo scambio di persona. La coppia alloggiava infatti nella stanza da letto dei proprietari della struttura, gli italiani Andrea Piccinni e Claudia Rosati, possibili obiettivo dell'aggressione. Si è detto che il titolare della posada avrebbe dovuto essere punito per la sua relazione con un’avvocatessa venezuelana, contesa da tal Danil Rodriguez, appartenente alle forze di polizia, che aveva già aggredito Piccinni a Caracas, senza essere poi stato denunciato.


venerdì 24 settembre 2010

L’Italia divisa in attesa del 26s

di Monica Vistali

CARACAS - Membri di associazioni italovenezolane e gruppi filogramsciani, pensionati al bar e attivisti politici. E ancora insegnati, imprenditori, studenti della Ucv e 'jefes de patrulla' del Psuv. Se il popolo degli italiani in Venezuela è estremamente variegato, gli orientamenti politici in vista del 26 settembre sono più che mai contrastanti e, in sostanza, riflettono la realtà bipolare del Paese.

Il 26 settembre
In gioco, questa domenica, ci sono 165 seggi del Parlamento, oggi perlopiù occupati da deputati chavisti dopo che l'opposizione, nel 2005, decise di non partecipare alle elezioni con la speranza di boicottare i risultati del voto. I seggi verranno assegnati per il 60% con il criterio uninominale, per il 40% con il proporzionale.
L’elezione si caratterizza per la formazione di una nuova coalizione politica notevolmente diversificata al suo interno, la ‘Mesa de Unidad Democratica’. Un blocco che raccoglie una trentina di organizzazioni politiche, regionali e nazionali, unite dalla sola volontà di contrapporsi al presidente Chavez. L’appuntamento, quindi, è come in passato maschera di un referendum sul presidente Hugo Chàvez e sull’operato del governo bolivariano. Una presenza forte dell’opposizione all’interno del Parlamento, infatti, impedirebbe l’approvazione delle riforme necessarie all’attuazione della ‘rivoluzione socialista’.
 In ballo, quindi, c’è il futuro stesso del movimento bolivariano e del ‘Socialismo del siglo XXI’.  

Da Chacao a Sarria
In un bar di Chacao, zona di classe media a Caracas, impegnati in un torneo di briscolone gridato e fumoso incontriamo i pensionati Gino Di Virgilio e Giancarlo Giunzone. Il primo, abruzzese, è in Venezuela da sessant'anni; il secondo ci è sbarcato nel '54 da Modena, insieme a quei 300 mila italiani accolti da Pérez Jiménez. La loro idea è chiara: se, come credono, alle elezioni legislative del 26S vincerà, anche se di poco, il Psuv, non sarà certo grazie al loro voto. "Chavez è il nuovo Stalin" afferma Di Virgilio, "vuole arrivare ad una situazione estrema: ogni in ogni casa ci sono due mitragliatrici ma manca l'acqua. E la gente ha paura a parlare perchè teme di essere vittima di rappresaglie". Gli fa eco Giunzone: "A me piace il socialismo ma quando è democratico, come in Brasile, non quando è leninista e dittatoriale come quello venezolano. Il comunismo non ha mai funzionato nella vecchia Russia, non vedo perchè dovrebbe farlo qui". E rimarca: "Sembra che Chavez provi un sentimento di vendetta verso questo popolo, perchè è l'unico che da lui non viene mai aiutato".
Se da Chacao ci si sposta nel 'barrio' di Sarria, le voci cambiano. Incontriamo Julieta Tronconi, figlia di un imprenditore della vecchia destra milanese oggi impegnata nel consiglio comunale della sua zona e nell'attivismo politico come 'jefa de patrulla'. Va di casa in casa a spiegare come votare, a discutere di tutte le conquiste che si potrebbero perdere se non si appoggia il governo. Lei è certa della vittoria del Psuv. Lo diceva anche a suo padre: "Per ogni capo d'azienda d'opposizione come te, c'è una schiera di operai che vuol vedere difesi i suoi diritti".
- Lo vedo ogni giorno intorno a me - ci dice -: la gente ci crede e s'impegna a promuovere la causa perchè è grata al processo in atto. Ha aperto gli occhi, vede i progressi fatti nel campo dell'educazione e della salute, nell'assistenza e nelle piccole grandi cose di ogni giorno, la libertà e il potere di cui oggi gode il popolo. Pensa ai suoi figli e ai suoi nipoti, sa che se il processo non continuerà si tornerà alla quarta Repubblica, alla dittatura che in tanti anni non ha compiuto un solo impegno a favore della sua gente.
Poi critica la campagna elettorale "sporca" fatta dall'opposizione.
- I vicini mi raccontano di un'opposizione che va nei 'barrios' ad offrire soldi per le protesi al seno in cambio dei voti - denuncia -. Il tutto senza presentare un vero progetto politico, a parte quello di mettere il bastone tra le ruote a Chavez. Inoltre, i suoi candidati si sono piu volte insultati pubblicamente. E ai venezolani l'odio non piace.
Siamo nella via principale che attraversa Sarria. Le case sono umili. Dietro di noi un Pdval dove trovare prodotti alimentari economici e un modulo Barrio Adentro per l'assistenza sanitaria di base gratuita. Julieta scherza parlando degli "antichavisti della classe media che fanno la spesa al Mercal ma coprono la borsina con una borsa di plastica nera perchè si vergognano". Poi ci mostra il campo da basket, ci spiega il lavoro fatto dalla comunità per allontanare i giovani dal vortice della droga e della delinquenza, per rendere il 'barrio' sicuro, per dare spazi di gioco ai più piccoli.
- Davanti al 'Comandante' vedo persone emozionate, donne che piangono commosse davanti agli occhi sinceri di una persona che davvero ama il suo popolo e gli ha dato quello che non aveva mai avuto. Ma Chavez non è ne perfetto ne onnipotente. A sistemare per bene tutto il Paese potrebbe pensarci solo Dio! Proprio per questo si responsabilizza il popolo per le conquiste e le sconfitte. Il popolo non puo limitarsi a criticare, deve organizzarsi ed agire in prima persona perchè le cose funzionino.
Anche l’attivista Ilaria Tameni, dalla sede di Radio comunitaria ‘Negro Primero’ a Sarria, è convinta dell’importanza di un ruolo attivo del popolo:
-Il processo - ci spiega - nonostante gli errori che compie in quanto processo umano, ha dato coscienza ai cittadini che la rivoluzione non la fanno i funzionari ma la popolazione stessa, i gruppi sociali, i collettivi. Nonostante gli errori, adelante! - ci dice - per appoggiare come mai prima di oggi il 'pueblo legislator'.


Cinque anni persi
"Io voterò l'opposizione perchè sono una convinta democratica e questo è diventato un Paese antidemocratico". Tina Di Battista, presidente dell'Associazione Abruzzesi e Molisani in Venezuela, non ha dubbi: "Non solo le persone con un'educazione, ma tutti, devono andare a votare, pensando a quello che c'era e a quello che è stato perso". Parla del problema dell'insicurezza, dell'escalation della violenza trasversale alle classi sociali, denuncia leggi "che vanno in senso contrario ai principi democratici con cui siamo cresciuti".
- Gli attacchi costanti alla proprietà privata portano alla dissolvimento della parte produttiva del Paese - afferma - e impediscono i progetti di vita, costringendo i nostri figli a cercare orizzonti nuovi al di fuori dei confini. 
Di Battista critica la scelta fatta dall'opposizione nel 2005, quando non si presentò alle elezioni nel tentativo di delegittimare i risultati del voto, e auspica la formazione di un'Assemblea legislativa equilibrata, centro di un effettivo confronto politico. Una vittoria schiacciante da parte da parte di uno degli schieramenti in gioco, secondo lei, brucerebbe la possibilità di un bilanciamento di forze necessario. 
- L'assemblea deve essere uniforme, plurale, con un equilibrio sufficiente perchè le leggi siano frutto di una serena discussione. L'astensione decisa nel 2005 è stata un grande errore di cui oggi paghiamo le conseguenze - decreta -. La presenza preponderante della maggioranza all'interno dell'An ha infatti eluso tutte le possibilità di dibattito portando all'approvazione di 120 leggi incostituzionali cui il popolo aveva detto 'no' con un referendum, in quanto implicavano un assoluto abuso di potere.
Cinque anni perduti, dunque. Ma non solo per l’opposizione. Lontana dalle posizioni di Di Battista, Tameni rimpiange che "in questi ultimi anni non siano state approvate leggi radicali necessarie (in favore dei diritti dei sessodiversi, per la legalizzazione dell'aborto) e non si sia toccato il codice penale che ha conservato al suo interno articoli anticostituzionali, e quindi nulli, che però sono lì, una minaccia costante contro le donne".


L'Asemblea nacional perfetta
"Non voterei mai l'opposizione perchè voglio che il processo rivoluzionario continui – ci spiega Martino Levi, informatico trentenne -. Spero in un Parlamento composto da una larga maggioranza, cosicchè non si blocchi l'operato del governo". Poi però precisa: "Al tempo stesso vorrei fosse garantita pluralità e che quindi l'opposizione rientri all'An di modo che, attraverso critiche costruttive sinora esili, spinga costantemente il governo ad agire nel migliore dei modi, agisca un'azione di controllo e pressing, smettendo di gridare allo scandalo denunciando una dittatura che non esiste".
Anche Carla Diaz Favuzzi, studentessa all'Università Centrale di Caracas, ha le idee chiare sulla sua idea di Parlamento. Giudicando come "immatura" la scelta dell'opposizione di farsi da parte nelle scorse elezioni, spera oggi in una "Assemblea che rappresenti in parti uguali entrambi gli schieramenti, perché tutti si sentano rappresentati al suo interno". Dichiara poi di voler votare per l'opposizione attirata dal piano di disarmo in quanto, spiega, "quello dell'insicurezza è uno dei temi che più mi preoccupano oggigiorno".


Mass media
"Ci sono 19 mila morti assasinati ogni anno, le aziende nazionalizzate sono in rosso, si sono persi migliaia di posti di lavoro, sono state chiuse 34 emittenti radiofoniche e una televisiva, sono stati regalati 61 miliardi di dollari". Pedro Paolucci, vice presidente dell'Associazione Nazionale Civile Latinoamericani in Abruzzo (Ancla) non sembra aver dubbi sul suo voto. Notizie e cifre, in Venezuela viaggiano, informano, disinformano, si contraddicono. E i media sono uno strumento politico decisivo. C'è chi parla di un “terrorismo mediatico” in un’ottica internazionale e chi invece denuncia una dittatura informativa imposta dal governo. Ed ogni idea riflette una posizione politica ben precisa.
- Purtoppo credo che l'opposizione prenderà piede perchè poggia su un sistema massmediatico potente e ha fatto una buona campagna elettorale sfruttando non solo le parole ma anche le immagini, invisibilizzando il fatto che la rivoluzione è un processo popolare - afferma Tameni -. Così oggi l'opposizione che ha guardato troppa televisione non si rende conto che vogliono svendere il paese agli Stati Uniti e salvaguardare gli interessi economici di pochi fortunati.
Anche i membri del Circolo Antonio Gramsci di Caracas sono certi della cattiva influenza dei media sui venezolani.
- La gente vota l’opposizione perchè è disinformata a causa delle distorsioni dei mass media - affermano -. Ha paura che gli si tolga la casa, che le scuole ‘cubanizzino’ i loro figli.
Poi precisano:
- Certo all'opposizione c'è anche gente in malafede. Sono i vecchi controllori dei monopoli bancari, alimentari. Sono i vecchi Mendoza, i proprietari delle tv che possiedono anche istituti bancari, che scappano a Miami. Quelli delle speculazioni di borsa, dello scandalo Coninvest. Gente che giocava sporco e che oggi non può più farlo impunemente. Dall'altra parte - spiegano - c'è chi non dimentica i benefici di cui gode ogni giorno: materiale scolastico e beni alimentari a prezzi accessibili, sanità gratuita. Tutti da questo governo hanno avuto qualcosa che durante la quarta Repubblica non avrebbero mai potuto avere"

Un'elezione sicura
Contattiamo Antonio Mobilia. La sua famiglia ha lasciato Napoli ed è arrivata in Venezuela quando lui aveva appena dieci mesi. E' convinto della vittoria del Psuv, spera addirittura in un 80 per cento dei seggi. "Vendo macchinari e per lavoro viaggio per tutto il Venezuela. Quando arrivo in un paesino assisto sempre alla stessa scena: un 'padrone' antichavista ed uno squadrone di lavoratori 'rossi'" ci spiega. Ma non si sorprende:
- Il socialismo è una strada giusta anche se piena di buche e spine. Molta della gente che non lo appoggia è arrivata qui con la terza elementare, ha fatto soldi ma è rimasta ignorante. Non sa interpretare Marx, non sa tutto quello che la sinistra ha fatto. Prende la pensione e non sa che questa è figlia delle grandi battaglie della sinistra. Per questo - dice - voterò per Chavez: perchè dice tutto quello che io ho sempre detto, in primis l’importanza vitale dell’educazione. Prima di lui il Venezuela, in questo campo, era peggio del terzo mondo...
Mobilia racconta di quando in passato, nei centri di votazione, assisteva a brogli di ogni tipo ed è certo della sicurezza del sistema di votazione cui questa domenica faranno affidamento 17 milioni e mezzo di venezolani. Anche tutti gli altri italiani contattati credono nella sicurezza dell'attuale sistema di voto che addirittura, scherza Levi, "è certamente più sicuro di quello degli italiani al'estero. Con lui Fabio Avolio, docente di lingua italiana, che confronta il voto a matita e lo spoglio manuale italiani con le "tecniche di voto moderne e sicure" adottate dal Venezuela, che permettono di avere il risultato già a poche ore dalla chiusura dei seggi.
Anche per quanto riguarda lo scenario post-elettorale, gli italovenezolani si sentono tranquilli e non temono particolari disordini. Ma qualche dubbio resta. Se Tameni teme “azioni violente, destabilizzanti e terroriste, come è già accaduto in passato” da parte dell’opposizione, Giunzone ci fa notare che “Chavez ha armato i civili, mentre i suoi avversari al massimo manifesteranno pacificamente in strada”.


Monica Vistali

mercoledì 22 settembre 2010

Espropri, dietro front per il Civ di Ciudad Ojeda

Falso allarme. Il Sindaco copeiano di Lagunillas, Edwin Pirela ha emesso ieri un decreto per revocare l’esproprio del Centro Italiano Venezolano di Ciudad Ojeda, deciso su due piedi lo scorso martedì dallo stesso primo cittadino.
di Monica Vistali
 
CARACAS, 18/8/2010 – Falso allarme. Il Sindaco copeiano di Lagunillas, Edwin Pirela ha emesso ieri un decreto per revocare l’esproprio del Centro Italiano Venezolano di Ciudad Ojeda, deciso su due piedi lo scorso martedì dallo stesso primo cittadino.
- La Comunità italiana unita, insieme agli sforzi dell’Ambasciata, del Consolato e della Federazione delle Associazioni italovenezolane ha fatto pressione ed ha vinto - ha spiegato alla Voce il vicepresidente di Faiv, Cono Siervo, reduce da una riunione con l’esponente comunale -. Il nostro Civ tornerà nelle mani dei suoi legittimi proprietari.
Il decreto di utilità pubblica ed interesse sociale del ‘Centro Italiano Venezolano’ di Ciudad Ojeda, il cui terreno appartiene ufficialmente a Pdvsa, era stato emanato dal Sindaco Pirela per impedire che “alcuni membri dei Consejos Comunales della zona” “assaltassero” il Club. Con l’espropriazione, il primo cittadino avrebbe di fatto impedito ai “chavisti” di trasformare il centro in “una delle loro sedi di governo che poi falliscono”. Il presidente del Civ aveva però spiegato alla Voce che l’espropriazione non sarebbe stata altro che la conseguenza di una ‘guerra’ tra chavisti e copeiani per il possesso del terreno e delle sue installazioni.

mercoledì 4 agosto 2010

Sindaco copeiano espropria un Centro Italo dello Zulia per non lasciarlo ai chavisti

di Monica Vistali

CARACAS – È stato annunciato il decreto di utilità pubblica ed interesse sociale del ‘Centro Italiano Venezolano’ di Ciudad Ojeda che, in poche parole, è stato espropriato. Ma questa volta a compiere il “crimine”, come tanti lo definiscono, non sono state le fila rosse del Governo né Pdvsa, ufficiale proprietaria del terreno che avrebbe potuto rivendicarlo, ma il Sindaco copeiano di Lagunillas, Edwin Pirela.
Secondo il primo cittadino, raggiunto telefonicamente dalla ‘Voce’, “alcuni membri dei Consejos Comunales della zona” avrebbero avuto intenzione di “assaltare il Club”. Con l’espropriazione, pensata il lunedì e messa in atto il martedì, avrebbe di fatto impedito ai “chavisti” di trasformare il centro in “una delle loro sedi di governo che poi falliscono”.
- Quelli della Giunta direttiva (del Civ, ndr) sono tutti amici miei! Decretando l’espropriazione ho salvato il Centro Italiano - ha spiegato il Sindaco.
Il primo cittadino ha assicurato che il club si trova in totale stato di abbandono (cucina inutilizzabile, aria condizionata ed impianto elettrico malfunzionanti, infiltrazioni di pioggia nelle sale) e che con questa espropriazione verrà recuperato a totale beneficio della comunità, invece che diventare “sede di uffici chavisti”. Inoltre, ha voluto sottolineare che solo otto dei 148 soci erano al giorno con il pagamento della propria quota.
- La misura si riferisce ad un terreno di circa 23 mila metri quadrati - ha detto il Sindaco durante una conferenza stampa -. Lo utilizzeremo per gli abitanti di Lagunillas, come complesso sportivo comunale che ospiterà anche attività culturali e sociali.
La parole del Primo cittadino di Lagunillas non trovano però riscontro nelle affermazioni del presidente del Civ di Ciudad Ojeda, secondo il quale l’espropriazione del Centro non sarebbe altro che conseguenza di una ‘guerra’ tra chavisti e copeiani per il possesso del terreno, ubicato nella ‘urbanización’ Tamare.
- Con le invasioni le baracche del ‘barrio’ a ridosso della recinzione - spiega Oscar Framiglio - stavano avanzando sempre di più, era aumentata la criminalità. Dall’altra parte c’era il Comune, che voleva per sè le istallazioni. Così si è inventato l’assalto dei chavisti e che tutto era a pezzi, in stato di degrado, quando in realtà la situazione non è così grave.
Secondo il presidente, i problemi che affliggono gli spazi del Civ sono “dettagli minimi”, comunque risolvibili: qualche bagno che non funziona, qualche sala senza aria condizionata. Che comunque non hanno mai impedito ai connazionali di frequentare le istallazioni.
Per i bilanci il discorso cambia. La quota mensuale del Centro di Ciudad Ojeda è BsF 25. Però solo per la piscina, venivano spesi BsF 4,000 e per sopravvivere il Club avrebbe bisogno di circa BsF 12,000 ogni mese. Fino all’anno scorso i soci attivi con i pagamenti erano 250, mentre ora sono meno di una quarantina.
- Pensavamo di aumentare la quota per affrontare alcune spese di mantenimento e manutenzione ma i soci hanno smesso di pagare. Possiedono azioni di imprese espropiate della zona e la loro situazione economica è incerta.
Secondo quanto ha però spiegato alla ‘Voce’ il presidente di Federazione delle Associazioni italovenezolane, Mariano Palazzo, il Civ di Ciudad Ojeda “presentava da tre - quattro anni grandi difficoltà economiche”, “aveva debiti con Faiv” e non proprio tutti i 170 soci pagavano le quote. Inoltre i membri del Club “non presenziavano alle riunioni”, il Centro non aveva partecipato ai Giochi di Maracaibo, non si era iscritto per quelli di Merida e la struttura, in special modo la piscina, era “in disuso”. Insomma un Centro in agonia, come ce ne sono altri, anche se Palazzo ricorda che c’era stato un “gruppo che aveva tentato di riattivarlo”.
Ieri c’è stato un primo incontro tra il Sindaco Pirela e alcuni rappresentanti della collettività italiana – tra cui anche il console reggente di Maracaibo - rimasto però infruttuoso. Dalla bocche di una cinquantina di persone sono nate proposte diverse - regalare al Comune azioni morose del Civ per poi investire insieme nella rimordenizzazione delle strutture; lasciare al Sindaco il possesso del terreno ed in cambio restare con il controllo dell’immobile - ma non si è arrivati ad un accordo finale.
L’unica voce fuori dal coro, piena di speranza, è qualla del vicepresidente di Faiv e presidente del Comites di Maracaibo, Cono Siervo. Secondo lui la riunione è stata “positiva” ed il Sindaco “potrebbe cambiare idea riguardo all’espropriazione”. “L’Ambasciatore Luigi Maccotta ha mostrato disponibilità e potrà avere un ruolo importante nelle trattative”, insieme alla comunità italiana che è “unita nella lotta contro un’azione che non possiamo permettere”.
Domani i soci del Centro Italiano si incontreranno per pianificare un’offerta ed una strategia comuni da presentare lunedì, in un gruppo di sole 4 o 5 persone, al Sindaco Pirela.
Secondo quanto riportato dal quotidiano ‘Panorama’ di Maracaibo, per compiere con il decreto, il 2010-043, il procuratore è stato autorizzato a realizzare in tempi brevi l’iter legale necessario. Inoltre, il Comune avrebbe consegnato alla comunità un lotto di terreno confinante con il Civ da destinare alla costruzione di abitazioni.

mercoledì 28 luglio 2010

E’ di origini italiane la prima trans della tv venezolana - Intervista maggio 2009

di Monica Vistali

CARACAS - Mi apre la porta Giannina Cadenas, una ragazza di origini italiane, bellissima ed elegante. Sorride e sembra molto indaffarata. “Sto preparando due nuovi progetti per la televisione” mi spiega mentre guarda lo specchio dietro di me per aggiustarsi un po’ i capelli.
Giannina ha le unghie e il seno artificiali. Niente di strano per una giovane donna del piccolo schermo latinoamericano. Ma a differenza di tutte le altre ragazze in tv, lei ha un pene che per ora non intende eliminare.
“Sono una pioniera - mi dice con soddisfazione -. Sono la prima transgender a condurre un programma televisivo in Venezuela, “La Brujula sexual”. Resterò nella storia del mio Paese e questo mi riempie d’orgoglio”.
Giannina sa di essere fortunata. Ha un buon lavoro, una famiglia che ha accettato la sua “sessodiversità” ed un fidanzato, da ben sette anni. E’ l’esempio di come la parola “trans” non sia necessariamente un’icona morbosa o un sinonimo di “prostituta”.
“I miei genitori non si aspettavano questo da me, non erano preparati. Ma, con l’aiuto di uno psicologo, sono stati in grado di appoggiarmi in tutto. Se avessero reagito in modo diverso, se mi avessero rifiutato o abbandonato, sarei diventata una persona vulnerabile, debole. Sarei finita per strada, avrei abbandonato tutti i principi e i valori in cui credo”.
Ecco, a quel punto, la voce di chi ce l’ha fatta: fa eco a chi non ha voce. “Siamo esseri umani, come tutti. Ma per il solo fatto di essere noi stessi la comunità spesso ci condanna e ci travolge. Ti senti solo, inaccettato, depresso. Perdi la sicurezza in te stesso, l’autostima. E così, in un attimo, puoi cadere nella tossicodipendenza. Se a questo si aggiunge il fatto che il percorso medico per il processo di transito è altamente costoso e per noi è molto difficile trovare un impiego - aggiunge -, si capisce perchè molti transessuali e transgender lavorano sui marciapiedi. Quando in realtà potremmo, in quanto persone normali che siamo, fare qualsiasi lavoro”.
Giannina non ha torto. Per tutti, purtroppo, un transessuale allo sportello di una banca o al supermercato sarebbe una novità. Molto piu comodo pensare al trans in strada, o in uno streap club.
Con il suo programma irriverente, dedicato alla sessualità in tutte le sue forme, Giannina ha lottato contro gli “alti indici di discriminazione che ancora oggi pendono sulla vita di chi non rientra nei confini della società eterosessista dominante”. Ha combattuto per “eliminare la croce portata da tutti coloro che, per vivere, sono costretti a camminare per strada in giacca e cravatta e dentro si sentono infelici”.
Alla base della sterile tolleranza diffusa in questo momento storico nei confronti della diversità sessuale, “ben lontana dalla vera accettazione sociale”, secondo Giannina c’è una profonda ignoranza e una forte difficoltà a parlare della propria sessualità.
“Bisogna reinventare l’educazione, potenziarla. Sono stufa della gente che, per confermare la leggenda della particolare ‘dotazione’ dei trans, mi chiede quanto misura il mio pene. Bisogna far capire che essere transessuali non è una malattia, ma una semplice condizione di dissociazione tra anima e corpo, tra sesso biologico e psicologico”. Giannina è risoluta nella sua volontà: “Si deve eliminare dalla diversità sessuale e di genere la coltre morbosa che la circonda e la trasforma in qualcosa di negativo e sporco a livello sessuale, quando invece contempla rilevanti aspetti psicologici ed affettivi. Bisogna spiegare qual’è la differenza tra un transessuale ed un transgenero, illustrare il percorso di transito da un punto di vista medico, far capire che un uomo attratto da una transessuale non è gay. Quest’uomo cerca infatti la figura femminile. Bisogna poi chiarire la distanza che intercorre tra anosessualità e omosessualità. La gente - continua la conduttrice - deve avere un panorama chiaro di ogni orientamento affettivo e sessuale, a 360 gradi, e per far questo dobbiamo parlare e mostrare che esistiamo. Qui, non su un altro pianeta. La gente crede che dato che il mondo è configurato in un certo modo, non ci possono essere varianti. Eppure eccoci qui, in bella mostra, come tanti nella storia”.
C’è molto per cui lottare. Il percorso umano, per un sessodiverso, è arduo e spesso pieno di sofferenza. Fin dai primi anni di vita: “Quando sei piccola i vestiti che ti mettono ed i giochi che ti regalano non ti piacciono - racconta Giannina -. Già a cinque anni capisci che la realtà esterna non è quella che hai nella tua testolina, nel tuo piccolo mondo. E che sei costretta a seguire una strada per il solo fatto di avere un pene”.
Crescendo, le cose diventano ancora piu difficili: “Durante l’adolescenza sei in un tragico limbo e ti chiedi chi sei. La gente attorno ti osserva e ti giudica. I compagni di classe ti prendono in giro dandoti dell’omosessuale quando in realtà tu sai che non sarai mai gay perchè semplicemente ti senti una donna, non un uomo”.
“E quando finalmente decidi di ‘diventare chi sei’ - prosegue Giannina - tremi per la paura. Temi la reazione della famiglia e degli amici, temi di non piacerti dopo un’operazione, temi per la tua salute, temi di restare sotto i ferri, temi al pensiero di vivere il resto della tua vita come un discriminato ed un segregato, inaccettato, solo. A causa di tutti gli omofobici e transfobici, vittime di un meccanismo incosciente che li porta a coprirsi le spalle di fronte al nuovo che non conoscono, a ciò che gli fa paura e li attrae. Hanno paura di essere toccati da quella debolezza della carne che nella nostra cultura è qualcosa di assolutamente negativo”.
Soprattutto in un Paese come il Venezuela governato dalle leggi della bellezza, sono particolarmente acute le difficoltà per le transessuali femminili. Come ci fa notare Giannina, “se ad un transessuale maschile spesso basta tagliarsi i capelli e adottare una postura particolare per sentirsi a proprio agio, non dare troppo nell’occhio e quindi sentirsi piu accettato, le transessuali femminili non particolarmente aggrazziate o affascinanti soffrono terribilmente: sono la categoria piu maltrattata ad ogni livello. Alla fine - si rammarica - quello che si approva è il bello, il gradevole esteticamente”.
A livello generale, per i transessuali restano intatte le remore a confessare la propria sessodiversità a familiari ed amici; gli inarrestabili episodi di violenza verbale e fisica a causa della transfobia; la pratica diffusa di ‘confinare’ il partner transessuale o transgenero in una sfera di clandestinità perchè, come ci spiega Giannina, “l’altro ha paura di mostrarsi in pubblico e quindi, anche se desidera una relazione stabile, non si sbilancia”.
Ma fortunatamente anche la nostra società è in transito: i giovani non hanno più eccessive difficoltà ad accettare la propria diversità; alcuni Paesi come Spagna, Colombia e Cile hanno iniziato a riconoscere la possibilità di cambiare nome sui documenti, la comunità trans è sempre piu visibile e preme in ogni parte del mondo per vedere rispettati i propri diritti di cittadini.
Essere riconosciuti come cittadini votanti e con pieni diritti è fondamentale per far sì che non solo la forma attuale della società sia un ostacolo. Anche la legge dello Stato, infatti, può configurarsi come un impedimento notevole per la vita quotidiana di un transsessuale o di un transgender. Un Paese che non riconosce il tuo percorso di vita è, infatti, un Paese che può non accettarti in una clinica perché il tuo corpo non rispecchia ciò che c’è scritto sui documenti, un Paese che legittima il caos quando una transgenero desidera utilizzare la toilette per signore o deve entrare in un reparto ospedaliero maschile o femminile; un Paese che ti costringe a raccontare e certificare qualcosa di assolutamente intimo ogni qualvolta devi utilizzare un passaporto o una carta di credito.
Un paese che viola la privacy di una minoranza per cui non esistono leggi di tutela.
Ma il risvegliarsi è generale ed il momento storico è perfetto per una lotta su tutti i fronti. Certamente, come si auspica Giannina, “c’è bisogno di un’unione profonda tra tutte le associazioni civili a livello globale, che portano avanti la loro lotta separatamente mentre dovrebbero fondersi e combattere come fronte unico”.
Nel frattempo, facciamo gli auguri a Ruben, un transessuale spagnolo che aspetta due gemelli in arrivo a settembre, frutto di un’inseminazione artificiale.

mercoledì 21 luglio 2010

Erano poliziotti gli assassini di Marcos Tassino

Il presidente di origini italiane del Centro Uruguayo Venezolano di Caracas sarebbe stato ucciso da funzionari della Polizia Metropolitana, che l'avrebbero intercettato organizzando con altri agenti un finto posto di blocco.

di Monica Vistali

CARACAS - Il ‘Cuerpo de Investigaciones Penales y Criminalísticas’ ha arrestato due degli assassini di Marcos Osvaldo Tassino Asteazu, 67 anni, presidente di origini italiane del Club Social Centro Uruguayo Venezolano. In manette Pedro Emilio Ramírez Punchilupi, 32 años, e l’agente Atilio José Fermín Echezueria, entrambi funzionari della Polizia Metropolitana.
Secondo la ricostruzione, Ramírez Punchilupi avrebbe organizzato con altri agenti di polizia un ‘posto di blocco fantasma’ lungo la strada principale de Los Ruices, con l’intenzione di intercettare Tassino e derubarlo dei contanti raccolti in serata tra la collettività uruguaiana.
Alla vista del posto di blocco Tassino, che si dirigeva a casa in macchina con la moglie, si sarebbe fermato per fornire i documenti. Nello stesso istante, i delinquenti avrebbero raccolto velocemente i coni segnaletici e assalito l’automobile di Tassino, ordinando alla vittima di mettersi in marcia in direzione di Caurimare. Durante il tragitto, gli assassini avrebbero intimato al presidente del Club Uruguayo di consegnare il denaro, che però non aveva con sè. A quel punto, avrebbero cambiato veicolo e si sarebbero diretti al Club, nella zona Los Chorros, dove avrebbero iniziato a picchiare Tassino per convincerlo a rivelare la posizione del denaro. Le lesioni provocarono però lo spegnimento del peacemaker cardiaco e il conseguente decesso della vittima per infarto. Gli assassini si sarebbero quindi dati alla fuga, non senza prima rubare due televisori al plasma appartenenti al Club.
Punchilupi e Echezueria sono stati identificati attraverso i video di sicurezza installati all’interno del centro uruguayo.
Il direttore del Cicpc ha rivelato che presto ci saranno altri arresti. La polizia è infatti sulla pista di altri tre soggetti che avrebbero partecipato all’omicidio.

domenica 20 giugno 2010

Merida, vecchia mafia made in Italy

CARACAS - Il noto sito web Aporrea.org ha ripreso lunedì scorso una denuncia apparsa il 23 aprile 1987 sul periodico “Polémica”, che circolava in quegli anni a Mérida. Una storia a cui più volte abbiamo assistito, quella di “una famiglia d’italiani che arriva con una mano dietro e una davanti, si dedica alle costruzioni mangiando mortadella e pepsi e poco dopo è padrona di un’immensa fortuna”, come sostiene Aporrea.
Il protagonista è l’imprenditore Pietro Grespan Bolzonello, arrivato a Mérida negli anni Cinquanta con “un pugno di lire che non rappresentavano nemmeno cento dei nostri bolivares”, raccontava “Polémica”. Mérida si descrive sul suo periodico cittadino come una città aperta all’immigrazione italiana, che è stata - si legge - “tra le migliori delle diverse nazionalità che, prodotto di guerre e crisi economiche, si sono disperse nel mondo in cerca di un destino migliore”. Gli italiani, continua il giornale, “hanno dato un vigoroso impulso al nostro sviluppo come nazione, grazie alla loro laboriosità e la loro stupefacente capacità di assimilazione”.
Aporrea sottolinea però che non una sola volta i venezolani hanno visto gli immigrati italiani “montare un’impresa di costruzioni e simultaneamente comprarsi un mezzo di comunicazione sociale con cui favorire, o sfavorire, i politici che si comportavano bene con i loro affari”. Infatti, sulle colonne di “Polémica” si racconta di come, all’improvviso, il povero migrante Bolzonello diventa un vero mago degli affari e compra un sofisticato aereo che va e viena tra Caracas, Miami, New York.
Si narra l’acquisto dell’Hotel Valle Grande di Mérida, l’appalto per il nuovo piano dell’Hotel Caracas Hilton per duecento milioni di bolivares (sono gli anni Ottanta, ndr), l’acquisizione di Radio Continente per ventisei milioni di bolivares attraverso una “scandalosa operazione additata di sospetti di frode al fisco nazionale”. Si spiega come Bolzonello si associ poi alla costruzione del noto CCCT di Caracas, il centro commerciale più costoso dell’America latina, compra Radio Central e Radio Cumbre, oltre a favolose ‘fincas’ in tutto il territorio. Non contento, spiega il periodico, il connazionale acquista a San Cristóbal il “Diario Pueblo” e a Mérida il “Correo de los Andes”, e prova addirittura di arrivare al quotidiano “El Nacional”, quando girava voce che era in vendita. Infine, per concludere la sua opera, si associa allo sviluppo turistico della località di Morrocoy e si butta nella finanza montando “Financiadora Cordillera” e “Fondos de Activos Líquidos Cordillera”.
Numerose iniziative imprenditoriali, non tutte redditizie. Aporrea.org si chiede: “Come e da dove è spuntato tutto quel denaro?”. “Polémica” azzarda quindi un’idea “semplice quanto pericolosa”: sono tutte facciate per reciclare i “dollari maledetti, i dollari della cocaina, i dollari del narcotraffico”.
Quella narrata da “Polémica” è una storia da leggere non per gettare fango ma per far luce, e non è mai abbastanza, sulla migrazione all’italiana. La verità non può che farci onore. Il fatto che negli anni Sessanta gli italiani erano proprietari o amministratori di un terzo delle industrie venezolane non collegate al settore petrolifero, certo non era solamente caso, fortuna, bravura. Non tutti eravamo angeli. E non è il caso di nascondere la testa sotto la sabbia. Ma, nonostante l’indiscussa presenza di ‘mele marce’, il nostro arrivo, come affermava “Polémica”, sembra stato un toccasana per il Venezuela.
Che valga lo stesso per le minacciose facce scure che ogni giorno arrivano nel nostro, cosidetto, Belpaese?

martedì 20 aprile 2010

Due ruote e il continente americano, l'avventura di Antonio a difesa dei più deboli

di Monica Vistali

CARACAS - Una bicicletta da corsa e un messaggio contro lo sfruttamento minorile e la violenza sulle donne. Questo il bagaglio del 31enne Antonio Tomaselli, partito il 25 aprile di due anni fa da Ancholage, in Alaska, con in mente la titanica impresa di percorrere su due ruote l’intero continente americano, sino alla Patagonia.
- Vivevo in India da un anno e mezzo - racconta il siciliano, oggi a Caracas -. Ero volontario in un centro per lebbrosi di Maria Teresa di Calcutta e gestivo alcune attività per i bambini di strada. Per tre notti di fila ho sognato di fare questo viaggio e, alla fine, ho deciso di partire.
Antonio, curriculum in aereonautica, arriva in America dopo un lungo allenamento sulle strade di Italia, Francia, Spagna, e lungo il famoso ‘Camino di Santiago’. Alaska, Canada, la West Coast: attraversa rapido gli Stati Uniti "perchè lì la maggior parte dei problemi sono legati al mondo del benessere" e scende veloce in America centrale, "dove le problematiche sono di un’altra natura: eredità di dittature passate e conseguenza di governi sfruttatori". Inizia a rallentare il ritmo per conoscere il paesaggio umano, quelle "difficoltà di cui, come occidentale, sono in parte responsabile".



L’America centrale
Antonio attraversa Messico, Guatemala, Belize, El Salvador, Costa Rica. E ancora Panamà, Nicaragua, l’Honduras post - golpe. Lungo la strada collabora con le comunità indigene, nei centri per nativi disabili, nelle unità educative per emarginati. Insegna teatro ai bambini indigeni del Chiapas, aiuta a portare l’acqua in una zona difficile del Nicaragua, concretizza quella "politica del rimboccarsi le maniche" di cui ribadisce la vitale importanza, ma sempre attento a non alimentare un meccanismo di ‘dipendenza’ tra chi ha e chi non ha. Organizza piccole conferenze sul tema dello sfruttamento minorile (nel mondo ne è vittima un bambino su 5, in Nepal il 100 per cento dei minori) e quando possibile mostre fotografiche con i suoi scatti.
- Non mostro l’estremo che commuove: fame, povertà. Mi piace la bellezza che si trova in un paesaggio, nel sorriso di un bambino, negli sforzi dei centri di volontariato dove sono stato.
Le porte, per lui, sono sempre aperte e la gente è bendisposta ad offrirgli un piatto caldo. Antonio ricorda con particolare affetto la coppia che lo ha ospitato in Guatemala: lei responsabile per i diritti umani dei nativi nel paese che detiene il record di indigeni uccisi, lui ex membro di un gruppo di contadini che gestiva le informazioni tra la ‘guerrilla’ e il governo.
- Dell’associazione di cui faceva parte il marito - racconta - sono stati uccisi 19 membri su 21. Ma lui, con la moglie, continua la sua lotta attraverso il nucleo educativo. A parte questi piccoli paradisi, il governo non agisce e gli indigeni vivono incoscienti la loro condizione di emarginati.
La situazione non cambia nel resto dell’America centrale. Il Trattato di pace del 1998 è una carta irrispettata e ai governi fa comodo l’ignoranza della comunità indigena, che non ha voce, non ha diritti politici e sociali, alla quale non è garantita nè l’educazione nè la sanità.
- La cosa più grave - spiega alla ‘Voce’ Antonio - è che non c’è via d’uscita per chi vuole migliorare la sua condizione. Se nelle città c’è quelche chanches, fuori, per loro, non esiste la libertà di scegliere la propria vita".



I grandi poteri
Gli indigeni non sono completamente ignorati dal ‘sistema’, ma comprati e raggirati da una serie di messaggi inquinanti che, per mancanza di coscienza, non vengono elaborati.
- La situazione è contraddittoria. La storica cittadina messicana di San Cristobal - cita ad esempio Antonio - ha venduto la sua ultima risorsa d’acqua alla Coca Cola che ora, in regime di monopolio, rivende le bottiglie a prezzi altissimi. Però il Messico è il paese in cui si beve più Coca Cola al mondo, e all’interno del Messico è lo stesso Chiapas a consumare la maggior quantità di bibita.
Alle ingiustizie delle grandi multinazionali non rispondono adeguatamente le organizzazioni internazionali, null’altro che "la facciata di un grande business".
- Sono un fallimento. Hanno enormi interessi economici e non garantiscono il controllo che dovrebbero esercitare. Ad esempio, in Cambogia, ora hanno assunto una compagnia per disinnescare le migliaia di mine antiuomo che attanagliano il territorio. Peccato - continua - che la ditta incaricata è la stessa che le ha disseminate per tutto il paese.
I grandi poteri non restano estranei neppure per quanto riguarda il mercato della droga e dei migranti. Antonio ha disegnato una sua personale ‘piramide gerarchica’:
- In testa ci sono i grandi governi. Stati Uniti, Messico, Colombia: tutti hanno enormi entrate e posizionano gli alti dirigenti nei porti, nelle zone di frontiera. Poi ci sono i narcotrafficanti, spesso poliziotti, ed infine, in fondo, i ‘pandilleros’.
Istituzioni viziate, dunque. Avanza chi ha istruzione e furbizia per perseguire i propri interessi, scendere a compromessi, vendere idee e comprarne altre. Ideologie mescolate alla realtà, che fanno del sandinismo moderno come del Fondo monetario Internazionale null’altro che galline dalle uova d’oro. Quindi, cosa resta di pulito?
- C’è ancora chi ci crede, chi ha coscienza, interesse sociale. Rispetto verso l’essere umano – ci dice convinto Antonio -. La soluzione per ‘cambiare il mondo’ è l’unione di tutte queste persone, di tutti questi gruppi, che come i governi sfruttatori devono saper ‘fare sistema’. Adesso ci sono ancora troppe lotte: Greenpeace che si arrabbia perchè gli hanno rubato il patrocinio, i Verdi se la prendono con quelli che proteggono l’Amazzonia perchè sono apolitici...
Provo a lasciare una piccola scintilla dentro il cuore di ognuna delle persone che incontro, se poi il fuoco appica dipende dalla materia che ognuno ha dentro quindi dalle scelte che ognuno liberamente deve poter fare... Per lo meno - dice - contribuisco a fornire piccoli strumenti per crescere, secondo la mia personale veduta della vita.



Il Venezuela
Macao, Maracaibo, Coro, Tucacas, Valencia, Caracas. "Rispetto agli altri paesi dove sono stato, il Venezuela vive nell’oro" afferma sicuro Antonio. In America centrale, racconta, "si guadagna un quinto del necessario per vivere, in Costa Rica e Panama comandano i grandi latifondisti, sopprattutto per quanto riguarda la coltivazione delle banane, in Colombia agli emarginati non vengono date possibilità di riscatto o di lavoro. In Venezuela, quelli che si lamentano lo fanno solo perchè vogliono ancora di più".
Antonio è abbagliato dal calore umano e dall’accoglienza dei volti che incontra in questa nostra terra. "Un contatto sociale unico" dice, anche nella Casa di riposo Villa Pompei, dove è ospitato per qualche giorno, e ha ritrovato un po’ della vecchia Italia e ha incontrato le "donne antiche che discutevano su quale pastasciutta da preparare al prete". E rispetto al tasso di criminalità di cui ha tanto sentito parlare, crede che spesso si confonda la povertà con la violenza.
- In Asia ci sono molte più persone e molta più povertà: manca l’acqua, il cibo. Esistono brutalità ed ingiustizie, ma non c’è questo tipo di violenza rabbiosa che si respira nel mondo occidentale. Forse questo è dovuto alla spiritualità, al ‘karma’ che ti fa accettare tutto ciò che arriva nella vita. O forse questa violenza contro chi incontri per strada è solo frutto di un bombardamento di messaggi sbagliati. L’informazione deformata di una società deformata. Se credi che devi per forza avere un blackberry, quando i soldi non ti basteranno lo ruberai senza pensarci due volte...

domenica 28 marzo 2010

Claudio Abbado trapianta in Italia il “Sistema” delle orchestre venezolane

La bacchetta Abbado riproduce in Italia “El Sistema” venezolano: rete nazionale di orchestre giovanili che si pone come riuscito modello di partecipazione, integrazione e riscatto sociale. Il “Sistema” creato da Juan José Abreu, nipote di un emigrato italiano, ha creato 150 orchestre giovanili e 140 infantili, diminuendo il numero dei ragazzi di strada.

di Monica Vistali

CARACAS - Il celebre direttore d’orchestra, Claudio Abbado, ha deciso di trapiantare in Italia il “Sistema” Fesnojiv (Fundación del Estado para el Sistema Nacional de las Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela) del venezolano Juan José Abreu, di cui da anni è profondo stimatore, creando una rete di orchestre giovanili regionali. Il Maestro ha dichiarato infatti che “grazie ad amici ed appassionati stiamo creando gruppi orchestrali con lo stesso sistema didattico e sociale inventado da Abreu”.
Per il momento si stanno creando orchestre giovanili a Roma, Bolzano, Milano e in Toscana; Bologna aveva anticipato il progetto quando nel 2004 creò l’Orchestra Mozart gestita da Abbado come Direttore artistico e Metheuz come principale direttore invitato.
Abbado va e viene continuamente tra l’Italia e il venezuela per dirigere l’Orchestra Simón Bolívar, tanto nel suo paese d’origine come durante i tour. L’ultimo concerto è stato il 20 marzo, quando ha aperto con l’Orchestra venezolana il Festival svizzero di Lucerna.
Il “Sistema” creato da Juan José Abreu, nipote di un emigrato italiano, ha portato alla creazione di 150 orchestre giovanili e 140 infantili, insegnando a suonare uno strumento a 250mila under 18. Tra i giovani musicisti sono emersi numerosi talenti internazionali, tra i quali il riconosciuto maestro Gustavo Dudamel. Spiega Abreu: “Il progetto nacque con una finalità prevalentemente sociale: attraverso la musica, togliere dalla strada e riscattare dalla povertà bambini e ragazzi”.
Lo scorso ottobre, presenziando ad un concerto dei ragazzi di Dudamel alla ‘Scala’, anche la sindaco di Milano, Letizia Moratti aveva annunciato il proposito di creare nella sua città un sistema musicale sull’esempio di quello latinoamericano. Inoltre, invitata dalla bacchetta José Abreu, aveva espresso la volontà di recarsi in Venezuela per conoscere il Sistema di orchestre infantili e giovanili.

giovedì 25 marzo 2010

Gli italovenezolani e la Ley Organica de Educaciòn

Un coro di ‘no’ dalle associazioni italo-venezolane. E i giovani?

CARACAS – L’opposizione non è sola. Nella dura lotta contro la Legge Organica dell’Educazione approvata dall’Assemblea Nazionale e promulgata dal presidente venezolano Hugo Chavez lo scorso sabato 15 agosto, può contare sulle fila delle associazioni italovenezolane, schierate contro quella che, ne sono certi, è l’azione di un dittatore che vuole manipolare le menti dei più giovani e limitare la libertà. Più che un’idea un preconcetto, dato che molti questa legge non l’hanno mai neppure letta.
Quasi sempre senza citare articoli particolari, i rappresentanti degli italovenezolani si dichiarano preoccupati per il futuro dei propri figli, a causa di quelle “tendenze mussoliniane del Governo” che mirano ad impartire “lezioni d’ideologia”. Indottrinamento, insomma. C’è addirittura chi, intimorito, sceglie di non identificarsi “perchè loro sono pericolosi” ma non si nega quando gli si chiede un’opinione: “È un disastro, un atto dittatoriale. Il 99% degli italiani in Venezuela la pensa come me: andiamo verso un sistema che non accetteremo mai perchè l’abbiamo già vissuto con il fascismo italiano. La soluzione sarebbe quella di andarsene tutti!”.
“È un tipico atteggiamento comunista. Vogliono manipolare i nostri bambini con la speranza di poterli dominare nel futuro” ci dice Renzo Scuteri, dell’Associazione Marchigiani nel mondo. E prosegue: “D’ora in poi tutte le decisioni verranno prese dal Governo, non dalle scuole. E il Governo farà il lavaggio del cervello ai nostri giovani, com’è accaduto in Italia ai tempi di Mussolini”.
Parole forti anche da Enzo Gandia. Il presidente dell’associazione friulana Fogolar Furlan esordisce sottolineando come questa legge che “proibisce tutto e lascia al Governo ogni libertà”, “fatta in fretta e furia ed accettata ad occhi chiusi”, preoccupa gli italiani, soprattutto quelli che hanno figli a scuola. Secondo Gandia, ora che è stata approvata la LOE “invece d’insegnare l’importante, ossia dare istruzione, s’impartiranno lezioni d’ideologia”. “Ma in fondo - continua - possono insegnare qualsiasi cosa. Sono convinti che la gente non abbia bisogno d’istruzione perchè il Governo promette di mantene tutti. Poi bisogna vedere se lo farà. In vista c’è solo fame e disinformazione”.
Il presidente conclude sottolineando che “fino ad oggi quella venezuelana era una buona scuola” e che i laureati “hanno trovato lavoro in tutto il mondo e sono apprezzati”. Che, alla fine, “non c’era bisogno di cambiare nulla”. I laureati, certo. E tutti gli altri?
L’idea che la LOE sia solo l’ultimo passo di un regime antidemocratico, è forte anche in Fernanda Moglia. La presidentessa dell’A.C. Piemontesi nel Mondo in Venezuela riserva per i “sostenitori chavisti” parole d’indignazione.
“Me l’aspettavo da questi. È una legge fatta con i piedi, non con la testa. Io, con la mia mentalità europea, non potrei mai accettare questo lavaggio del cervello che vuole solo piccoli robot che pensano allo stesso modo. Io, se avessi figli, non li farei andare i queste scuole dove non si può opinare!”.
Pasquale Di Pasquali, presidente dell’A.C Abruzzesi e Molisani nel Mondo:
“I valori e le ideologie si devono insegnare in famiglia, non a scuola. La LOE è uno strumento legale per agire in modo dittatoriale, per far crescere i nostri figli con la mentalità del Governo”.
Proseguono le critiche nelle parole di Mariella Passarelli, presidentessa dell’A.C. Campani in Venezuela, che denuncia come si stia toccando “l’autonomia universitaria quando le università devono essere libere!” e Marisela Neppi, presidentessa dei Marchigiani in Venezuela che dichiara: “Ci hanno messo dentro tutto in questa legge. E quello che ci aspetta non è per nulla positivo”.
Ascoltando le parole degli italovenezolani delle associazioni, si percepisce con chiarezza un’avversione che prescinde gli articoli di una legge che in pochi hanno davvero letto. Si parla di dittatura, fascismo, libertà strozzata, lavaggio del cervello. Ma non si chiarisce bene in che modo venga attuato tutto questo, con quali strumenti. Si parla anche dell’imposizione di un’ideologia, quando è ben noto che qualsiasi insegnamento sottostà ad un sistema di pensiero, sebbene nascosto. Ma la Legge, in questo, non è criptica: nell’ar­ticolo 11, infatti, si dichiara esplicitamente che l’istruzione si baserà “sulla dottrina bolivariana”.
Sembra, a conti fatti, che la contrarietà alla Ley de Educaciòn provenga più dall’avversità ai ‘loro’, i chavisti, piuttosto che da un’analisi attenta della stessa. Una presa di posizione politica piuttosto che un’analisi critica.
I principi ed i valori che reggono la legge sono, secondo l’articolo 3, “vita, amore, democrazia partecipativa e protagonista, convivenza, libertà, emancipazione, uguaglianza, equità, indipendenza, sovranità, pace, solidarietà, cooperazione, bene comune, giustizia sociale, gratuità, obbligatorietà, uguaglianza di genere, integralezza, identità, diversità, laicità, carattere pubblico, interculturalità, pluriculturalità, multietnicità, plurilinguismo, permanenza, non discriminazione, valoralizzazione etica dal lavoro, inclusione, onestà, pertinenza, creatività, innovazione, critica e ecologia”. nulla contro cui battersi, quindi. E nulla di cui temere. Al contrario di quello che sostiene l’opposizione, infatti, la LOE difende la patria potestà in quanto, dice testualmente nell’articolo 12, “la famiglie hanno il dovere il diritto e la responsabilità nella formazione di valori, principi, credenze, comportamenti, norme e abitudini in bambini, bambine, adolescenti, giovani ed adulti”. Inoltre, si rispetta il pluralismo ideologico che si basa in parte nella dottrina bolivariana, in quella di Simón Rodríguez e nell’umanismo sociale, oltre ad essere aperto a tutte le correnti di pensiero.
Inoltre, la “legge fatta in fretta e furia” è stata approvata dopo che i deputati dell'opposizione hanno abbandonato la sede del Congresso di Caracas, promettendo di un referendum abrogativo. Dunque, la legge è stata varata con il voto unanime dei presenti dopo oltre dieci ore di dibattiti in aula.
Ma le associazioni italovenezolane sono ferme e con gli occhi bendati. Con le dovute ed onorate eccezioni, certo. Come Biagio Ignacchiti, dell’Assolucana, che dichiara sereno: “Ho comprato ieri il testo della legge per sapere bene di cosa si tratta. Poi potrò pronunciarmi pienamente cosciente di quello che dico”.


Parlano i giovani

CARACAS – Sono pochi, purtroppo, i ragazzi che conoscono i contenuti della nuova Ley Organica de Educacion. Tanti - studenti, giovani lavoratori - dichiarano che ancora non hanno avuto opportunità di leggerne il testo, che non conoscono a fondo i dettagli, che non sono in grado di giudicare. C’è anche chi, pur non avendo letto il testo, azzarda commenti.
“Non l’ho letta ma me l’hanno spiegata - ci dice Giordano D’Acquario, 35 anni – e non sono d’accordo su questa tendenza a voler trasmettere l’ideologia del governo”. O ancora Gianni Camporosa, pubblicitario di 30 anni: “Non l’ho letta ma non sono d’accordo su queste leggi che promuovono un cambio all’indietro piuttosto che in avanti”. Camporosa si dichiara contrario anche alla “volontà di eliminare la religione cattolica dagli istituti privati” proprio ora che questa è “minacciata dalla dilagazione di altre religioni”.
Ma le eccezioni emergono con forza, da ambedue gli schieramenti che si scontrano per l’ennesima legge della discordia.
C’è chi, come il giovane italovenezolano Pedro Paolucci, è convinto che la legge sia un “fiasco” che mira solo a “lavare il cervello ai nostri figli mettendo la politica nelle scuole”. Paolucci non si dimostra incerto e prosegue: “Il testo di legge non fa altro che delegare poteri al ministro per far si che si faccia quello che vuole il ministro di turno”, “La nuova legge impone l’odio per le oligarchie”, “Qui in venezuela nessuno e niente più progredire”. Finisce poi con prendersela con il Governo che “persegue, criminalizza, incarcera e squalifica coloro che hanno un modello di pensiero diverso” e dichiara: “Il governo deciderà dove e cosa studierà tuo figlio, dove lavorerà. Alla fine i figli inizieranno a disubbidire agli ordini dei propri genitori. Questa è educazione? No, questa è una ‘Cubazuela’ con cui dobbiamo farla finita. M’intristisce come il nostro paese sprofondi nella miseria, nell’insicurezza e nell’odio del suo stesso popolo a causa di questo gorilla che abbiamo come presidente”.
Dall’altra parte dello specchio Fabio Avolio, insegnante, 29 anni, manifesta il suo sostegno alla Ley de Educacion soprattutto perchè contenente, spiega, elementi democratici. A esempio, ci dice, prima i voti avevano “pesi diversi a seconda che provenissero da un rettore piuttosto che da uno studente, mentre adesso ogni persona all’interno del ‘sistema scuola’ - studente, insegnante, personale amministrativo che sia - avrà diritto ad un voto paritario durante qualsiasi votazione”.
Una legge positiva che, secondo Avolio, “riesce a rompere gli schemi” del sistema sistema venezolano dove “il livello accademico è qualitativamente basso” e “la relazione studente-professore alienante”.
- C’era bisogno di una riorganizzazione, soprattutto ora che la società è cambiata, anche da un punto di vista demografico. Questa riforma dell’istruzione, la prima nella storia venezolana, segue una strada perfettamente legale e arriva da un governo al potere da un decennio. Inoltre, al contrario di quello che dicono, non è nata da un giorno con l’altro ma era già pronta l’anno scorso. Avevano solo rinviato la discussione.

giovedì 18 febbraio 2010

La tragedia dell’Aquila in una mostra multimediale a Maracay

di Monica Vistali

CARACAS - Lo splendore de L’Aquila, una manciata di secondi di paura e poi la devastazione. È organizzata come un tragico spettacolo l’esposizione "Il Coraggio della speranza" voluta dal presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo, Nazario Pagano e dal 26 febbraio in mostra presso la Casa d’Italia di Maracay. Nella tre-giorni, più di cento scatti di quindici fotoreporter aquilani e due video omaggeranno una città d’arte e storia crollata a pezzi e messa a dura prova da un terremoto che, la notte del 6 aprile scorso, ha voluto tristemente ridisegnarne i contorni.
- Le fotografie immortalano la distruzione che regnava nei sei mesi che seguirono il sisma mentre i video sono diversi: il primo - spiega Gianfranco Di Giacomantonio, direttore di Abruzzo24ore.tv - è un documentario di Unovideo Srl che regala al pubblico le splendide immagini de L’Aquila prima del terremoto; il secondo, della nostra testata, si compone di immagini fortemente emotive e desolanti girate appena venti minuti dopo la seconda scossa, la più tragica. Il soundtrack è degli U2.
La mostra, organizzata da Mediagaterlatina, è un’iniziativa della "Fondazione Abruzzo Risorge", creata dopo il sisma dal presidente Pagano. La fondazione riparte aiuto a 360 gradi: si occupa della rinascita dell’economia aquilana, dell’assistenza socio-sanitaria, dell’offerta di beni e servizi, della riparazione degli edifici.
- A novembre, in occasione della visita della delegazione regionale, erano stati esposti alcuni materiali fotografici al Centro Italiano Venezolano di Caracas – spiega Di Giacomantonio – ma non erano stati pubblicizzati a dovere ne risaltati. Il presidente Pagano, quindi, ha pensato di integrare l’esposizione e renderla itinerante: dopo Maracay, la rassegna si sposterà a San Cristóbal, Puerto La Cruz e Barquisimeto.
I materiali fotografici sono oggi raccolti in un libro omonimo, "Il Coraggio della speranza".

giovedì 11 febbraio 2010

Rocco, le pagine di ieri per i bambini di oggi

Compositore e musicista, pittore, scrittore di preziosi racconti brevi. L’autodidatta Castiglia oggi non c’è più. Le istituzioni lo dimenticano, gli amici lo ricordano.

di Monica Vistali (pubblicato per la morte avvenuta il 10 giugno 2009)

CARACAS – Rocco Castiglia, il “Maestro” come molti lo chiamavano, adesso non lo troverete più in mezzo ai bambini a suonare la sua amata fisarmonica Delicia, nè al Caffè Lecuna a dipingere sui muri i volti di quelli che, come lui, avevano lasciato l’Italia tanti anni fa e che ora passavano le loro serate tra carte, canzoni partigiane e bicchieri di vino rosso. Non lo incontrerete neppure alle riunioni del Consejo Comunal de la Boleita Sur dove ad ottobre era stato eletto a pieni voti “Vocero Principal del Comitè de Educacion” o tra quelli che danno corpo alla Misiòn Cultura, che lo avevano nominato “Patrimonio Cultural della Parroquia”. E se, infine, non lo trovarete ospite alla prossima Fiera del Libro, lo troverete però tra le pagine del suo piccolo libro di “historietas”, dal titolo “Cuentos para niños de hoy de un niño de ayer”, che i suoi amici più cari si erano preoccupati di far pubblicare per procurargli quei pochi bolivares di cui aveva bisogno e che, fiero, non accettava da nessuna elemosina.
Perchè mercoledì scorso, Rocco Castiglia, classe 1929, è morto nella sua casa alla Boleita, un piccolo appartamento con carta da parati anni ’30 e mobilio antico, affollata di libri, spartiti, dischi di ogni genere. Si è spento dopo essersi lamentato a lungo per i problemi di respirazione che gli causavano i maleodoranti estrattori del ristorante sottocasa, “fonte di residui tossici e contaminazione ambientale” come denunciano gli amici di Rocco che ora stanno portando avanti il caso ma che già da molto tempo si erano attivati inutilmente per regalare all’artista una vecchiaia serena.
Ed ora, Rocco, è in un piccolo cimitero al centro di un barrio di Guarenas, l’unico che le sue finanze, fantasmi dimenticati da qualsiasi tipo di assistenza sociale o pensione, italiana o venezolana che sia, potessero regalargli.In Venezuela, con la chitarra in mano
Rocco, falegname di Tricarico, un piccolo paesino di Matera, arrivò in Venezuela poco più che ventenne. I suoi genitori l’avevano fatto imbarcare per allontanarlo dalla cognata con cui si era fidanzato. “Sono qui per sbaglio. A quei tempi ero giovane, mi sono fatto convincere... – si rammarica davanti alle telecamere degli amici Attilio Foliero e Mario Neri, che l’intervistarono qualche anno fa e che l’artista chiama “i suoi benefattori” omaggiandoli nel prologo del suo unico libro – e così mi sono ritrovato solo in una terra straniera. Avrei dovuto incontrare mio fratello ma, per problemi con la moglie, dovette ritornare in Italia proprio negli stessi giorni in cui attraversavo l’Oceano”.
I primi anni a Caracas, Rocco li trascorre nella zona di Sarria. Lavora come falegname, dà lezioni di musica e, con la piccola band “Luna Rossa”, formata con l’amico abruzzese Roberto, anima le feste, i locali, inaugura pizzerie italiane.
Con il tempo, la passione per le note, coltivata da autodidatta, lo trasformerà in compositore ed affermato insegnante di musica per molti giovani italo-venezolani, cui impartiva lezioni di fisarmonica, chitarra, cuatro, batteria, mandolino. Divenne anche organizzatore dell’allegro Festival Giovanile di musica, dove non era raro vederlo suonare un organo a quattro mani con un bambino o scatenarsi con l’amato mandolino che divertiva tanto i più piccoli.
Una vera passione, quella di Rocco. La sua casa, ora abbandonata, è ancora ricca di spartiti scritti da lui con il pennarellino nero. Tanti anche i fogliettini dove, senza errori, con la macchina da scrivere, aveva impresso le vecchie canzoni della sua terra, da “Sul ponte di Bassano” a “Quel mazzolin di fiori”, da “Addio mia bella addio” a “Sul cappello, la pennna nera”. La matita e il pennello
Quella per la musica non era l’unica passione di Rocco. Come raccontava nell’intervista rilasciata ai compagni de La Patria Grande, fin da piccolo si divertiva non solo a “chiamare qualche amichetto e dirigere un’orchestrina improvvisata”, ma anche a “scolpire figure con la neve” o disegnare il viso di Mussolini, “perchè a quei tempi c’era solo quello”.
“Mi ricordo quando scendeva al caffè Lecuna, punto di ritrovo per tanti suoi connazionali – ci confida un vicino di casa di Rocco, Leonardo – e passava la serata osservando e memorizzando i visi dei clienti che bevevano o giocavano a carte. Poi, quando il locale si svuotava e tutti se ne ritornavano a casa, si metteva a disegnare sui muri i loro visi con la perfezione di un vero artista. Un vero peccato che quei ritratti siano stati cancellati...”.
“Aveva dipinto anche un ritratto dell’indiano Jiddu Krishnamurti, lo scrittore di cui divorava ogni singola pagina – ricorda Mario Neri, del Circolo Gramsci di Caracas –. Ma – continua – leggeva di tutto, addirittura un giorno lo vidi immerso in “Così parlò Zaratustra”, del filosofo Nietzsche. Ed aveva fatto solo la quinta elementare!”.
Historietas
Il ritratto di Krishnamurti, insieme ad altri, oggi non si trova più in casa di Rocco.
“Non voleva l’elemosina di nessuno – ci confida l’amico Armando Corriere –. Così, per riuscire a fargli accettare quel poco denaro di cui aveva bisogno, inventavamo che avevamo venduto il quadro e che i soldi che gli davamo erano in realtà i proventi del suo lavoro”.
Erano tanti gli espedienti per non umiliare la dignità del vecchio artista quando gli acciacchi dell’età avevano assottigliato drasticamente le sue lezioni di musica e non riusciva più a mantenersi da solo. Il Consolato, più volte interpellato, non sembrava poter dare il sostegno necessario e a Rocco, che definiva la richiesta d’aiuto in quegli uffici “umiliante” e degradante”, come ricorda l’amico Armando, non piaceva sentirsi un “intruso mal accolto”, o un “pedante”.
E così, alla fine, erano i vicini di casa a battere la scopa sul pavimento per avvertirlo che c’era un piatto caldo pronto per lui, furono gli amici de La Patria Grande e del Circolo Gramsci ad autotassarsi per riuscire a pubblicare un piccolo collage dei suoi racconti sparsi, riuniti poi nell’opera “Cuentos para niños de hoy de un niño de ayer” per donargli i proventi del suo lavoro e “farlo sentire ancora importante”.
Anche se, nell’intervista sopracitata, Rocco non si definiva per nulla uno scrittore e dichiarava che solamente erano stati i ragazzi ad ispirarlo, i suoi racconti sono schegge inestimabili di valori e moralità. “Voleva fare del Paese una scuola – commenta Mario Neri – e criticava l’effetto alienante dei videogiochi, la competizione sempre presente nei giochi e che come la guerra, ‘premia i vincitori che trionfano’, la televisione spazzatura che, come si legge in un suo racconto, ‘dovrebbe essere utilizzata per formare cittadini liberi e non un gregge di consumatori irrazionali al servizio di un piccolo gruppo di antisociali’”. Idee che ricordano l’incanto magico del regista e scrittore bresciano Suilvano Agosti.
Grazie a quella piccola opera, che sarà regalata a tutti i bambini il prossimo ‘Dia del Ñino’, “perchè è giusto regalare la sua eredità più preziosa” come ci dice l’amico Armando, Rocco fu presente alle ultime due Fiere del Libro di Caracas, ospite dello stand del matematico umanista Giulio Santosuosso. Lì, il famoso caricaturista de L’Unità e di Liberazione, Enzo Apicella, appese un piccolo cartello con scritto: “Regalo una caricatura a chi compra questo libro”.
Cerchiamolo questo libro, e facciamo un regalo alla nostra anima spesso dimenticata.
“Hai ragione nipotino caro. Non ti ho mai parlato di quello che penso della scuola e del Ministero che erroneamente chiamano dell’Educazione. In primo luogo, il ministero non dovrebbe essere chiamato dell’Educazione bensì dell’Istruzione, perchè dalle scuole primarie all’università la persona s’istruisce e riceve il titolo di medico, avvocato o qualche altra specialità. Però quando il medico non lascia entrare un malato nella sua lussuosa clinica solo perchè non ha sufficiente denaro e l’avvocato difende un corrotto perchè gli offre molti soldi, dimostrano che s’istruirono, ma non si educarono”.

L’altra America, tra Messico e Venezuela storie dell’estremo Occidente

Dai blog di Piero Armenti e Antonio Pagliula è nato “L’altra America, tra Messico e Venezuela storie dell’estremo Occidente”, a cavallo di due rivoluzioni. Dai blog alle librerie, occhi italiani su “L’altra America”.

di Monica Vistali

CARACAS –Trasformare due blog italiani in un libro sull’America Latina. Questo l’esperimento pioneristico affrontato da Antonio Pagliula e Piero Armenti, i giovani autori di “L’altra America, tra Messico e Venezuela storie dell’estremo Occidente”, edito da Arcoiris Multimedia.
Trasformando gli articoli dei blog “Verosudamerica.com” e “Notizie da Caracas” (di Pagliula e Armenti) in pennellate capaci di rendere una sensazione ampia sulla situazione dei due paesi latinoamericani, la giovane casa editrice ha convertito “L’altra America” in un prodotto unico nel panorama editoriale italiano, che mai aveva osato trasladare alla carta stampata i materiali web.
“Il libro è la testimonianza di due rivoluzioni – spiega Piero Armenti -: quella del Venezuela di Chàvez e quella mediatica in cui si affaccia e si afferma il fenomeno ultramoderno dei blog, preziosi diari di bordo troppo spesso non aggiornati o addirittura abbandonati. Non a caso come prefazione a “L’altra America” c’è un mio testo sulla relazione tra mass media, giornalismo e blogsfera, dove fra l’altro il volume è stato più volte recensito e pubblicizzato”.
Tasselli di questo mosaico latinoamericano argomenti seri e meno seri: dalla política di Chàvez alle siliconate venezolane, dalla lotta di Calderòn contro il narcotraffico alla febbre porcina, passando per il colpo di stato in Honduras e il dramma che si consuma giornalmente alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti. Un “minestrone” a 360 gradi, come l’hanno definito gli autori, che chiude con un saggio di Armenti sulla storia di una centrale di polizia del noto barrio caraqueño ‘23 Enero’ che si trasforma in radio comunitaria, emblema e spunto per comporre un saggio sul Venezuela di Chàvez.
Espressivo il titolo del volume, che rimanda ad un’America latina che non si oppone all’occidente ma resta ai suoi margini. “Il Sud America non è l’India o il Giappone: è parte dell’occidente – spiega Armenti -, anche culturalmente. Basti pensare che il Libertador Simòn Bolívar studiava sui classici francesi…”.
Piero Armenti, che durante i quattro anni e mezzo vissuti a Caracas è stato giornalista de La Voce d’Italia, oggi racconta ai microfoni della sua vecchia testata il suo arrivo in Venezuela:
“I primi tempi avevo gli occhi ingenui, ma presto è arrivato il disincanto. Nonostante la rivoluzione credo che le cose non siano cambiate molto, la gente continua ad avere gli stessi problemi di sempre…”.
Se ne va l’ingenuità ma resta il rimpianto per quel rapporto con la vita che sanno avere i venezolani e che gli italiani hanno perso, “il giusto distacco, quella certa leggerezza”.
“In Italia – afferma Armenti – la gente è troppo preoccupata, appesantita, imborghesita e chiusa nel suo benessere. Il Venezuela ti dà la speranza di poter vivere stili di vita diversi e perciò continua ad essere parte di quel grande sogno che alimenta gli italiani e che si proietta in America Latina: il sogno di una vita più semplice in campo professionale e sentimentale, una fuga da se stessi”.
Piero Armenti è tornato da poco in Italia dopo un soggiorno nella Grande Mela, da dove aveva lanciato il il blog “Notizie da New York”.
“New York è la città che più mi ha ricordato Caracas – ci dice convinto -. Forse anche a causa di una grande comunità ispanica che ha saputo conquistare spazi importanti anche socioculturalmente, dal primo all’ultimo giorno sono stato convinto di essere tra quel delirio di folla e cemento che è la capitale venezolana, forse con qualche certezza di sicurezza in più”.

Gli italiani con la valigia


Storie di giovani che decidono: vado in Venezuela!

di Monica Vistali e Barbara Meo Evoli


CARACAS – L’Italia oggi non è solo un paese di immigrazione che accoglie stranieri alla ricerca di un futuro migliore. E’, ancora oggi, un paese da cui molti giovani e meno giovani se ne vanno alla ricerca di una vita più dignitosa.
Gli italiani non hanno emigrato solo nel dopoguerra. Continuano ancora oggi ad abbandonare un’Italia che sembra non offrire loro le condizioni di vita sperate e la possibilità di intraprendere e percorrere la propria strada, soprattutto dal punto di vista lavorativo. A riprova di questo, è sufficiente osservare il numero di neolaureati che nel Belpaese lavora nei call center o nei pub.
Il Venezuela sembra aver spalancato le porte a questi giovani pionieri stanchi di bussare a sempre nuove porte, stanchi di pregare per un impiego, stanchi di lavorare per “sopravvivere”. E’ un paese ricco di spazi, opportunità e mobilità, che accoglie tanti stranieri e tanti italiani delle nuove generazioni. E, secondo l’inchiesta svolta dalla Voce d’Italia, “gratifica e tratta bene” gli immigrati italiani arrivati negli ultimi dieci anni.
La ricetta del viver bene in Venezuela, secondo gli intervistati, è dimenticarsi del ‘chip’ mentale europeo e non abbandonarsi a continui paragoni con l’Italia. Bisogna pensare che questo è un ‘altro paese’ con i suoi pregi e difetti, anche se è viva l’influenza della numerosa comunità italiana. I venezolani, d’altronde, hanno un gran rispetto per gli italiani e l’italianità. Ma bisogna pensare che ormai non si è più ‘conquistadores’...
“L’Italia non offriva ciò che cercavo”
Ha lasciato Verona 9 anni fa ed è arrivato in Venezuela per caso. Vartan Puiguian, 31 anni, laureato in lingua e cultura italiana, è oggi il direttore didattico dell’Istituto italiano di cultura a Caracas.
“Vengo per un periodo: così pensavo al mio arrivo qui – dice Vartan viaggiando nei suoi ricordi – adesso non tornerei in Italia. Non vale la pena né per le relazioni sociali, né per quelle personali. L’Italia è ferma. Ogni volta che torno sta allo stesso punto. Non offre nulla. E’ tutto cristallizzato da decenni. Qui se uno vuole, riesce a fare ciò che si prefigge. Viene dato più spazio al cittadino”.
Tra i lati negativi di Caracas, Vartan ricorda lo stress estremo del vivere quotidiano. Ma da un altro lato ciò significa che “ogni piccolo risultato è una battaglia vinta, che da soddisfazione”.
“Voglio essere parte del processo bolivariano”
E’ a Caracas da un anno e convive con il proprio compagno italo-venezolano. Elvira Rizzo, 46 anni, laureata in filosofia, lavora come professoressa di italiano nel Colegio Bolívar y Garibaldi.
“Erano anni che mi interessavo al processo politico in Venezuela – afferma con decisione Elvira -. Sono venuta per imparare da questo paese. Il mio sogno è essere parte delle innovazioni politiche: essere dentro al movimento bolivariano, non restare da parte come spettatrice e cercare di portare la cultura dell’umanesimo qui”.
L’obiettivo di Elvira non è solo a senso unico: “Vorrei anche esportare i principi bolivariani in Italia, la cui società civile oggi vive nell’apatia”.
“L’Italia taglia le gambe all’inventiva”
E’ andato e venuto dall’Italia per diversi anni e adesso ha deciso di stabilirsi a Caracas. L.S., 45 anni, geometra, lavora nel settore della costruzione.
“Come libero professionista – racconta L.S. pronto a iniziare una nuova tappa della vita in Venezuela - mi sono stancato delle troppe burocrazie e delle leggi italiane che penalizzano la professione e l’inventiva. Come uomo, ed è il motivo più importante, sono qui per amore: mi sono sposato con una ragazza venezolana fantastica”.
Tra i lati positivi del Venezuela, L.S. ricorda “la simpatia, il rispetto, la tradizione e la cultura dei suoi cittadini. E il ritmo ‘latino’ che per alcuni aspetti è lento, per altri velocissimo ma, sicuramente, pieno di vita e felicità”.



Giovani imprenditori
Arrivati con l’intenzione di trascorrere un’avventurosa vacanza al mare, questi giovani imprenditori hanno trovato in Venezuela terreno fertile per i loro affari.
“Me ne sono andato perchè in Italia si lavora per sopravvivere”
Guglielmo Cruciani, 39 anni, di Roma, ha una laurea in Economia e commercio ed un Master in Commercio europeo. Arrivato in Venezuela come turista nel 1991, oggi è rappresentante delle società italiane, del settore salute, che esportano in Venezuela.
Guglielmo è molto critico nei confronti del suo paese natale perchè, come ci dice, “in Italia lavori per sopravvivere. Per vivere da solo, anche uno superstipendio da tremila euro non ti basta. Il Venezuela, invece, ti dà opportunità che non ci sono in Europa. Nonostante tutte le critiche, economicamente parlando è un paese florido, ricco di opportunità e di risorse”.
Guglielmo ha viaggiato molto, sia per motivi di studio e lavorativi, sia personali. “Mi è sempre piaciuto conoscere nuove realtà” racconta. “Da più di dieci anni non vivo in Italia. Ho passato Spagna, Praga, Londra, Miami e molti altri posti. Ora sono in Venezuela stabilmente da quattro anni. Quando sono arrivato la prima volta per trascorrere la vacanze ho conosciuto molte persone che mi sono diventate amiche. Con un amico venezolano ho poi deciso di aprire qui una linea di prodotti naturali, come il ginseng, perchè in Italia lavoravo nell’impresa di famiglia che si occupava di commercio all’ingrosso di prodotti chimici e farmaceutici. Il progetto è andato bene. Ora, grazie alla ricchezza di opportunità del Venezuela, sto facendo altre cose: oltre ad essere il rappresentante delle società italiane del settore salute esportatrici in Venezuela, mi occupo di compravendita di dollari ed euro. Un’attività che si sta trasformando pian piano in un lavoro”.
“Il Venezuela è un paese con potenzialità enormi”
Carlo Fermi, 29 anni, laureato in economia all’Università Bocconi, oggi è il responsabile della filiale in Venezuela dell’impresa FTC che esporta macchinari e materiali nel settore agroalimentare. E’ arrivato in Venezuela quattro anni fa per incontrarsi con un amico e visitare il paese.
“Sono sempre stato propenso a lasciare l’Italia – spiega Carlo con il suo accento nordico – e sono sempre stato in cerca di nuove esperienze all’estero, che reputo altamente formative sia dal punto di vista personale che professionale”.
Per quanto riguarda i lati positivi del paese che l’ha accolto, Carlo sottolinea che “il Venezuela è un paese dalle enorme potenzialitá, purtroppo poco sfruttate. Mi affascina l’attitudine sempre positiva della gente, ben distinta dal pessimismo che a volte domina la società dei paesi industrializzati”. Fra i negativi punta invece il dito sull’insicurezza, il poco rispetto dell’ambiente e, talvolta, la superficialità della gente.



Tirocinanti
Attratti dal misterioso processo bolivariano ed intenzionati a testare sulla propria pelle la vita nelle sedi consolari e diplomatiche: ecco i nuovi tirocinanti del progetto Ministero degli Affari Esteri – Consiglio delle Università italiane che arriveranno a Caracas.
“Quel che mi affascina del Venezuela è la situazione politico-sociale”
Alessia, laureata a pieni voti alla Sapienza di Roma, indirizzo Economia politica, vorrebbe lavorare nel settore delle relazioni internazionali e della cooperazione internazionale. Per realizzare il suo sogno decide di svolgere un tirocinio MAE-CRUI. Svolgerà lo stage all’ufficio politico dell’Ambasciata.
“Ero stata presa per New Delhi – racconta –- ma in seguito agli attentati terroristici tutti i tirocini per l'india sono stati annullati e tra i posti rimanenti ho optato per Caracas, meta che già inizialmente avevo preso in considerazione ma poi avevo scartato sotto l'insistenza dei miei genitori, spaventati ddlla microcriminalità diffusa nel Paese”.
Ma cosa di questa terra attrae tanto i giovanissimi? “Quel che mi affascina del Venezuela è la situazione politico-sociale nel suo complesso – risponde Alessia –. Sono molto curiosa ed impaziente di analizzarla con i miei occhi. Mi aspetto una buona dose di pericoli e contrattempi, folclore, simpatia, allegria, venerazione e odio verso Chavez”.
Interrogata sul suo futuro, Alessia ammicca: “Resterei in Venezuela a lavorare molto volentieri. Certo, se questa volta almeno un minimo mi pagassero!.
”Voglio vedere da vicino i successi della rivoluzione bolivariana”
Fabrizio è laureato con ottimi voti in scienze diplomatiche ed internazionali. Vorrebbe iniziare la carriera diplomatica e per questo, secondo lui, “vale la pena testare sulla propria pelle la vita nei consolati e ambasciate, anche se attraverso stage non retribuiti”.
“Ho scelto il Venezuela – racconta Fabrizio – perchè è uno dei paesi dell'America Latina più interessanti per molte questioni. Prima di tutto perchè volevo vedere da vicino i successi della rivoluzione bolivariana di Chavez, in particolar modo le missioni bolivariane, dato che i principali media europei ne parlano in modo negativo (Repubblica, Corriere della Sera, El Pais) e le maggiori informazioni provengono da media indipendenti. Ma non so cosa troverò. E’ difficile fare pronostici perchè le realtà latinoamericane sono sempre una sorpresa e continuano a stupirti fino alla fine”.



Insegnanti di lingua italiana
In Venezuela trovano il rispetto per il lavoratore e numerose gratificazioni. Oggi consigliano agli amici in Italia di partire e lasciarsi alle spalle un paese “immobile”.
“Qui si da valore alla conoscenza ed il sapere ha un riscontro nel mercato del lavoro”.
Fabio Serra, 28 anni, è originario di Napoli. Come ci racconta, ha trovato lavoro su internet rispondendo ad un’offerta riguardante l’insegnamento della lingua italiana. Avendo un post laurea di due anni proprio in “insegnamento della lingua italiana agli stranieri”, è stato accettato. Ed è subito partito.
“La mia esperienza è quella di un rapporto verticale tra domanda ed offerta di lavoro – ci dice Fabio –. Ma la maggior parte degli italiani arriva in Venezuela attraverso un rapporto orizzontale che tra noi migranti è detto “catena di Mc Donald’s”, ossia una rete di contatti tra conoscenti, amici....”.
Secondo Fabio, in Venezuela “ci sono tanti spazi vuoti dove potersi inserire” ed è per questo motivo che “tante persone, che nelle intenzioni iniziali volevano solo passare le vacanze al mare, si trovano alla fine nelle condizioni di fermarsi per lavorare” ci spiega. “Poi ci sono i freelance, i pionieri che con pochi contatti si buttano in questa realtà soprattutto per una sorta di ‘turismo politico’. E’ il caso degli studenti che vogliono fare ricerca sul campo, dei ricercatori, dei fotografi, dei documentaristi... Gli artisti e gli artigiani sono pochi perchè in generale – commenta – quello italiano è un ‘viaggiatore serio’. Basti pensare al flusso costante di tirocinanti MAE-CRUI destinati al Consolato o all’Ambasciata”.
Fabio nota come, più che l’imprenditoria, ciò che arriva in Venezuela dall’Italia sia “l’inteligencia” che qui trova spazio d’azione. “Come me – racconta – tutti gli italiani immigrati riscontrano in Venezuela un ‘bisogno di saperi’ ed un ‘confronto tra saperi’ impossibile da trovare in Italia. Qui si da valore alla conoscenza ed il sapere ha un riscontro nel mercato del lavoro. Inoltre le persone cambiano spesso impiego creando un reciclo continuo ed una sempre nuova offerta di opportunità. Nel Belpaese questo non accade: c’è solo immobilità e concorrenza”.
“Ero stanco di bussare alle porte, pregare per un impiego, lavorare gratis...”
Michele, un marchigiano di 29 anni, è laureato in filosofia. Deluso dalle condizioni lavorative italiane, volge lo sguardo all’estero e invia curriculum in tutto il mondo, compresi i paesi in lingua latina ed i paesi in via di sviluppo dell’Africa. “Gli unici paesi ad avermi risposto sono stati l’Iran ed il Venezuela – racconta – verso cui sono partito qualche mese fa per diventare insegnante di lingua italiana. Avevo molti amici con precedenti esperienze lavorative all’estero e in prima persona avevo provato l’esperienza dell’erasmus. Quindi si può dire che già possedevo la condizione mentale adatta per un ‘salto’ di questo tipo. Cosa che manca all’italiano in genere, troppo legato al territorio e timoroso del nuovo”.
Il Venezuela torna a far sorridere Michele: “Una volta qui in America Latina ho ricevuto numerose offerte di lavoro interessanti”, racconta. “Questo è molto gratificante per me in quanto, come molti giovani in Italia, ero stanco di bussare a tutte le porte, stanco di pregare per un impiego, stanco di lavorare gratis. Per questo consiglio a tutti i miei amici di andarsene dall’Italia”.
“Ho scelto il Venezuela perché é quello che mi offre le condizioni di lavoro piú vantaggiose”
Daniele Benzi, 32 anni, originario di Palermo, è impegnato con una tesi di dottorato sull’ALBA e dato che in Italia, come ci racconta, “i finanziamenti per la ricerca sono molto bassi”, è arrivato a Caracas per svolgere ricerca sul campo. Simultaneamente è insegnante di lingua italiana.
“Potevo scegliere di svolgere la mia ricerca in altri Paesi del Sud America, come Cuba o la Bolivia, ma ho scelto il Venezuela perché é quello che mi offre le condizioni di lavoro piú vantaggiose. Quando sono arrivato, giá sapevo che qui avrei tranquillamente trovato lavoro” ci dice entusiasta. “Ora insegno lingua italiana in un istituto privato e, a parte l’eccessiva problematicitá del trasporto, mi trovo benissimo. Resterei qui molto volentieri “.
“Qui in Venezuela c’è il rispetto del lavoratore”
Andrea, 33 anni, di Alessandria, ha una laurea in antropologia culturale. Oggi, oltre ad insegnare italiano, si occupa anche della creazione di documentari-cartoni animati per bambini relativi alla storia dell’arte, della filosofia, della danza.
“Ho sempre cercato di viaggiare il più possibile come ‘traveller’ per svolgere ricerche sul campo. Ho vissuto in Francia, Olanda, Spagna” racconta. “Poi un amico che viveva in Venezuela mi ha chiesto di collaborare con lui ad un progetto culturale che, purtroppo, non è andato in porto. Ma il Venezuela offre tante possibilità e così sono rimasto” commenta. “Qui in Venezuela c’è più libertà rispetto all’Italia, è possibile non essere schiavi del lavoro e ritagliare del tempo per se stessi. E, cosa più importante, c’è il rispetto del lavoratore”.