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mercoledì 28 luglio 2010

E’ di origini italiane la prima trans della tv venezolana - Intervista maggio 2009

di Monica Vistali

CARACAS - Mi apre la porta Giannina Cadenas, una ragazza di origini italiane, bellissima ed elegante. Sorride e sembra molto indaffarata. “Sto preparando due nuovi progetti per la televisione” mi spiega mentre guarda lo specchio dietro di me per aggiustarsi un po’ i capelli.
Giannina ha le unghie e il seno artificiali. Niente di strano per una giovane donna del piccolo schermo latinoamericano. Ma a differenza di tutte le altre ragazze in tv, lei ha un pene che per ora non intende eliminare.
“Sono una pioniera - mi dice con soddisfazione -. Sono la prima transgender a condurre un programma televisivo in Venezuela, “La Brujula sexual”. Resterò nella storia del mio Paese e questo mi riempie d’orgoglio”.
Giannina sa di essere fortunata. Ha un buon lavoro, una famiglia che ha accettato la sua “sessodiversità” ed un fidanzato, da ben sette anni. E’ l’esempio di come la parola “trans” non sia necessariamente un’icona morbosa o un sinonimo di “prostituta”.
“I miei genitori non si aspettavano questo da me, non erano preparati. Ma, con l’aiuto di uno psicologo, sono stati in grado di appoggiarmi in tutto. Se avessero reagito in modo diverso, se mi avessero rifiutato o abbandonato, sarei diventata una persona vulnerabile, debole. Sarei finita per strada, avrei abbandonato tutti i principi e i valori in cui credo”.
Ecco, a quel punto, la voce di chi ce l’ha fatta: fa eco a chi non ha voce. “Siamo esseri umani, come tutti. Ma per il solo fatto di essere noi stessi la comunità spesso ci condanna e ci travolge. Ti senti solo, inaccettato, depresso. Perdi la sicurezza in te stesso, l’autostima. E così, in un attimo, puoi cadere nella tossicodipendenza. Se a questo si aggiunge il fatto che il percorso medico per il processo di transito è altamente costoso e per noi è molto difficile trovare un impiego - aggiunge -, si capisce perchè molti transessuali e transgender lavorano sui marciapiedi. Quando in realtà potremmo, in quanto persone normali che siamo, fare qualsiasi lavoro”.
Giannina non ha torto. Per tutti, purtroppo, un transessuale allo sportello di una banca o al supermercato sarebbe una novità. Molto piu comodo pensare al trans in strada, o in uno streap club.
Con il suo programma irriverente, dedicato alla sessualità in tutte le sue forme, Giannina ha lottato contro gli “alti indici di discriminazione che ancora oggi pendono sulla vita di chi non rientra nei confini della società eterosessista dominante”. Ha combattuto per “eliminare la croce portata da tutti coloro che, per vivere, sono costretti a camminare per strada in giacca e cravatta e dentro si sentono infelici”.
Alla base della sterile tolleranza diffusa in questo momento storico nei confronti della diversità sessuale, “ben lontana dalla vera accettazione sociale”, secondo Giannina c’è una profonda ignoranza e una forte difficoltà a parlare della propria sessualità.
“Bisogna reinventare l’educazione, potenziarla. Sono stufa della gente che, per confermare la leggenda della particolare ‘dotazione’ dei trans, mi chiede quanto misura il mio pene. Bisogna far capire che essere transessuali non è una malattia, ma una semplice condizione di dissociazione tra anima e corpo, tra sesso biologico e psicologico”. Giannina è risoluta nella sua volontà: “Si deve eliminare dalla diversità sessuale e di genere la coltre morbosa che la circonda e la trasforma in qualcosa di negativo e sporco a livello sessuale, quando invece contempla rilevanti aspetti psicologici ed affettivi. Bisogna spiegare qual’è la differenza tra un transessuale ed un transgenero, illustrare il percorso di transito da un punto di vista medico, far capire che un uomo attratto da una transessuale non è gay. Quest’uomo cerca infatti la figura femminile. Bisogna poi chiarire la distanza che intercorre tra anosessualità e omosessualità. La gente - continua la conduttrice - deve avere un panorama chiaro di ogni orientamento affettivo e sessuale, a 360 gradi, e per far questo dobbiamo parlare e mostrare che esistiamo. Qui, non su un altro pianeta. La gente crede che dato che il mondo è configurato in un certo modo, non ci possono essere varianti. Eppure eccoci qui, in bella mostra, come tanti nella storia”.
C’è molto per cui lottare. Il percorso umano, per un sessodiverso, è arduo e spesso pieno di sofferenza. Fin dai primi anni di vita: “Quando sei piccola i vestiti che ti mettono ed i giochi che ti regalano non ti piacciono - racconta Giannina -. Già a cinque anni capisci che la realtà esterna non è quella che hai nella tua testolina, nel tuo piccolo mondo. E che sei costretta a seguire una strada per il solo fatto di avere un pene”.
Crescendo, le cose diventano ancora piu difficili: “Durante l’adolescenza sei in un tragico limbo e ti chiedi chi sei. La gente attorno ti osserva e ti giudica. I compagni di classe ti prendono in giro dandoti dell’omosessuale quando in realtà tu sai che non sarai mai gay perchè semplicemente ti senti una donna, non un uomo”.
“E quando finalmente decidi di ‘diventare chi sei’ - prosegue Giannina - tremi per la paura. Temi la reazione della famiglia e degli amici, temi di non piacerti dopo un’operazione, temi per la tua salute, temi di restare sotto i ferri, temi al pensiero di vivere il resto della tua vita come un discriminato ed un segregato, inaccettato, solo. A causa di tutti gli omofobici e transfobici, vittime di un meccanismo incosciente che li porta a coprirsi le spalle di fronte al nuovo che non conoscono, a ciò che gli fa paura e li attrae. Hanno paura di essere toccati da quella debolezza della carne che nella nostra cultura è qualcosa di assolutamente negativo”.
Soprattutto in un Paese come il Venezuela governato dalle leggi della bellezza, sono particolarmente acute le difficoltà per le transessuali femminili. Come ci fa notare Giannina, “se ad un transessuale maschile spesso basta tagliarsi i capelli e adottare una postura particolare per sentirsi a proprio agio, non dare troppo nell’occhio e quindi sentirsi piu accettato, le transessuali femminili non particolarmente aggrazziate o affascinanti soffrono terribilmente: sono la categoria piu maltrattata ad ogni livello. Alla fine - si rammarica - quello che si approva è il bello, il gradevole esteticamente”.
A livello generale, per i transessuali restano intatte le remore a confessare la propria sessodiversità a familiari ed amici; gli inarrestabili episodi di violenza verbale e fisica a causa della transfobia; la pratica diffusa di ‘confinare’ il partner transessuale o transgenero in una sfera di clandestinità perchè, come ci spiega Giannina, “l’altro ha paura di mostrarsi in pubblico e quindi, anche se desidera una relazione stabile, non si sbilancia”.
Ma fortunatamente anche la nostra società è in transito: i giovani non hanno più eccessive difficoltà ad accettare la propria diversità; alcuni Paesi come Spagna, Colombia e Cile hanno iniziato a riconoscere la possibilità di cambiare nome sui documenti, la comunità trans è sempre piu visibile e preme in ogni parte del mondo per vedere rispettati i propri diritti di cittadini.
Essere riconosciuti come cittadini votanti e con pieni diritti è fondamentale per far sì che non solo la forma attuale della società sia un ostacolo. Anche la legge dello Stato, infatti, può configurarsi come un impedimento notevole per la vita quotidiana di un transsessuale o di un transgender. Un Paese che non riconosce il tuo percorso di vita è, infatti, un Paese che può non accettarti in una clinica perché il tuo corpo non rispecchia ciò che c’è scritto sui documenti, un Paese che legittima il caos quando una transgenero desidera utilizzare la toilette per signore o deve entrare in un reparto ospedaliero maschile o femminile; un Paese che ti costringe a raccontare e certificare qualcosa di assolutamente intimo ogni qualvolta devi utilizzare un passaporto o una carta di credito.
Un paese che viola la privacy di una minoranza per cui non esistono leggi di tutela.
Ma il risvegliarsi è generale ed il momento storico è perfetto per una lotta su tutti i fronti. Certamente, come si auspica Giannina, “c’è bisogno di un’unione profonda tra tutte le associazioni civili a livello globale, che portano avanti la loro lotta separatamente mentre dovrebbero fondersi e combattere come fronte unico”.
Nel frattempo, facciamo gli auguri a Ruben, un transessuale spagnolo che aspetta due gemelli in arrivo a settembre, frutto di un’inseminazione artificiale.

domenica 11 luglio 2010

Trapianto di midollo osseo, l’Italia tende la mano al Venezuela

Tre nuovi ospedali italiani per curare gratuitamente i bambini venezolani che hanno bisogno di trapianto del midollo osseo. Questo il nucleo dell'accordo firmato martedì tra Pdvsa Salud, l'onlus Ftmo e Regioni italiane, a riprova di come la cooperazione tra Italia e Venezuela non si limiti solo a petrolio ed infrastrutture. Grazie a questa rete di cooperazione, già 120 giovani venezolani hanno potuto beneficiare di un'operazione di trapianto di midollo osseo in Italia totalmente gratuita. La collaborazione con le tre città si aggiunge a quella giá esistente con le regioni Toscana, Lazio e Umbria, che partecipano offrendo le proprie strutture ospedaliere e percorsi di formazione specifica ai medici venezolani. A breve parteciperanno anche 4 ospedali della regione Lombardia.

di Monica Vistali

CARACAS - Non solo petrolio ed infrastrutture. Italia e Venezuela collaborano anche nell’ambito della salute, con progetti contenuti ma efficaci, capaci di salvare le vite di molti bambini ed adolescenti. A confermarlo la firma di martedi negli spazi di Pdvsa Salud, con cui tre ospedali di Padova, Bologna e Genova sono entrati a far parte dell’accordo di cooperazione vigente tra la Fundación para el Trasplante de Médula Ósea di Maracaibo (Ftmo), Pdvsa Salud e Regioni italiane: un accordo grazie al quale già 120 giovani venezolani con patologie oncologiche e ematologiche hanno potuto beneficiare di un’operazione di trapianto di midollo osseo in Italia totalmente gratuita.
La collaborazione con le tre città si aggiunge a quella già esistente con le regioni Toscana, Lazio e Umbria (a breve si uniranno al progetto anche quattro cliniche della regione Lombardia) che partecipano offrendo le proprie strutture ospedaliere e percorsi di formazione specifica ai medici venezolani.
Presenti all’incontro il Primo Consigliere dell’Ambasciata d’Italia, Alberto Pieri, il presidente di Pdvsa Salud, Dott. Dario Merchán, la presidente della Ftmo, Mercedes Álvarez, con la direttrice generale della Fondazione, Enrica Giavatto, di origini siciliane, e la responsabile degli affari del Venezuela in Italia, Yvelise Martínez.
- Nell’ambito delle relazioni tra i due Paesi, dal protocollo d’intesa del 2006 all’accordo intergovernativo siglato dalla II Commissione mista, il tema della salute non è mai stato dimenticato - spiega alla Voce il Primo Consigliere Alberto Pieri - e come Ambasciata vogliamo istituzionalizzare e rafforzare ancora di piu la cooperazione in atto, sviluppando però le capacità del Venezuela nell’operare autonomamente, soprattutto nel settore pubblico. Al momento - prosegue - ci sono solo due ospedali nel Paese per il trapianto di midollo osseo, decisamente insufficienti rispetto alla domanda.
Le due strutture venezolane di cui parla il diplomatico, quella privata della capitale, l’Hospital de Clínicas e quella pubblica di Valencia, la Ciudad Hospitalaria Enrique Tejera (che ha chiuso il 2009 con 38 operazioni), operano solo trapianti di midollo a compatibilità familiare. Qui entra in gioco l’accordo. Leucemia, cancro, malformazioni congenite. La fondazione, una onlus a contatto con gli ospedali venezolani, viene a conoscenza dei casi più gravi, soprattutto bambini di estrazione umile che non hanno la possibilità di curarsi in Venezuela e cerca i donatori all’estero. Organizza il viaggio in Italia per il paziente e la famiglia e sopratutto pensa alla loro permanenza nel paese che, tra trattamenti vari ed operazione sfiora i due anni. Un programma che non comprende solo gli appuntamenti clinici ma anche quelli sociali: la scuola, i corsi d’italiano, qualche piccola gita nelle principali città d’Italia.
- Il bambino non deve ricordare l’Italia come una corsia d’ospedale - sottolinea la Dott.ssa Mercedes Alvarez, presidente della Fondazione.
Nel progetto, Pdvsa Salud contribuisce con 13-15 mila euro a paziente, al resto ci pensano le Regioni.
- Quello dei trapianti di midollo è un problema puntuale e ad alto costo - spiega il Dott. Dario Merchán, medico onncologo e Presidente di Pdvesa Salud -. Ogni anno nel Paese sorgono cento nuovi casi ma il Venezuela ancora non possiede il know how, la tecnologia e le infrastrutture necessari per curare questi malati mentre gli Stati Uniti, che potrebbero farlo, vedono questi bambini come merce e chiedono 750 mila dollari soltanto per l’operazione. Grazie a questo accordo con l’Italia - continua - Pdvsa contribuisce a risolvere i problemi del paese, mantenendo la sua promessa di investire i proventi del petrolio in altri settori, come quello primario della salute. Ma c’è ancora tanto da fare. Un bambino che non riesce a rientrare in questo progetto - decreta - è un bambino che muore.
L’idea su cui si fonda la cooperazione tra Italia e Venezuela, accanto all’operazione nella Penisola, è un progetto articolato di formazione, che standarizzi la diagnostica e il protocollo di cura attraverso corsi e seminari medico-scientifici. Già 35 medici venezolani sono stati invitati in Italia per specializzarsi, e 15 italiani hanno tenuto conferenze sul tema in Venezuela. L’Umbria è la regione piu impegnata su questo fronte, grazie anche al contributo del prof. Aversa e del prof. Martelli, unici esperti in Europa in trapianti con famigliari a bassa compatibilità.
- L’accordo con l’Italia e la Fondazione soddisfa il il nostro bisogno di formazione e preparazione accademica - afferma il Dott. Merchán - ma è importante che i medici poi restino ad operare nel settore pubblico. Purtroppo sono tanti i cervelli che fuggono all’estero o passano al privato, mettendo la loro vocazione medica al secondo posto rispetto al portafoglio.
Gli fa eco la Dott.ssa Mercedes Alvarez:
- L’idea che ‘privato è bello’ va combattuta facendo il nostro dovere come membri di una società che si definisce civile. Il sistema di salute pubblico in Venezuela è in pieno sviluppo e si sta facendo tanto. Al paziente oncologico, ad esempio, oggi è garantita l’attenzione primaria e la gratuità dei farmaci ad alto costo. Ma la strada è ancora lunga.
L’impegno del governo è un fattore primario per lo sviluppo del sistema salute. Quello che la Fondazione di Maracaibo è riuscita a fare negli otto anni tra il 1997 e il 2005 con il settore privato, curare 31 bambini, lo ha superato in meno di due anni (2006 - 2008) con il contributo del governo, riuscendo a soddisfare le necessità di quasi 50 minori. Come ha detto alla Voce la Dott.ssa Alvarez, riprendendo le parole del Presidente Chavez, “i finanziamenti e la cooperazione non devono essere necessariamente visti da un punto di vista monetario: le possibilità di formazione offertaci dall’Italia sono un esempio perfetto di aiuto e investimento per il futuro”.
Sottolinea il primo Consigliere Alberto Pieri:
- L’accordo relativo ai trapianti di midollo è un progetto piccolo ma importantissimo, esperienza pilota per le future possibilità di cooperazione al di fuori del settore petrolifero.
L’Italia sostiene anche il progetto umanitario dell’Unione Europea, inaugurato nel 2002, che destina fondi robusti all’ospitalizzazione e alla cura di cittadini stranieri non appartenenti all’Ue.

Chávez, Bersani e Berlusconi

In Italia il presidente Chávez continua ad essere visto come un vecchio caudillo, esempio di una 'non democrazia' da satanizzare, estremo scivolone verso uno s/Stato di non ritorno. L'ultimo a cadere nella trappola dei media transoceanici è stato Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, subito attaccato da giornalisti e sostenitori a difesa del mandatario latinoamericano.

di Monica Vistali

CARACAS - La scorsa settimana il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, commentando la telefonata con cui Emma Marcegaglia ha strappato al premier Silvio Berlusconi alcune correzioni alla manovra economica, ha avvertito i cittadini: se il Parlamento non riprende le sue funzioni non c'è più libertà per nessuno. E ha aggiunto: "Non vorrei che dopo Berlusconi venisse fuori Chavez".
In pochi giorni i sostenitori del presidente venezolano si sono fatti avanti a difesa di una presidenza ed di una Nazione che investono con vigore sulla crescita, guardano al futuro e migliorano, con fatica, ogni giorno. E proprio per questo,  non possono essere continuamente satanizzate e considerate parametro globale d'assolutismo populista. Nonostante limiti e problemi risaputi.
Ha preso carta e penna la redazione de 'La Rete dei Comunisti Nuestra America', consigliando il segretario Bersani di "guardare ai processi del socialismo del e nel XXI secolo in corso in Venezuela, Bolivia, Cuba e in tanti altri paesi latino-americani, senza ricadere nell'antico vizio della sinistra eurocentrica e neo-colonialista". Secondo i giornalisti, "Bersani deve rassegnarsi al fatto che oggi il cuore progressista del mondo batte in America Latina e non in Europa dove, al contrario, prevalgono le forze conservatrici e reazionarie agevolate dalla totale subalternità dei partiti come il PD".
- Quando arriverà il momento in cui la cosiddetta politica italiana finirà di guardare solo alle compatibilità con il profitto di impresa e comincerà finalmente a dare risposte ai bisogni dei ceti popolari e dei lavoratori in termini di democrazia economica e politica? - si chiedono.
Ha alzato la voce anche il rinomato giornalista Gennaro Carotenuto, che nell'articolo "Quello che Bersani fa finta di non sapere di Hugo Chávez" apparso su 'Latinoamerica e tutti i sud del mondo',  ripercorre le recenti tappe di crescita del Venezuela (investimenti nella ricerca, mortalità infantile, politica integrazionista, indici di povertà*), per poi decretare:
- Sarebbe facile continuare ricordando che quello che Bersani chiama “populismo” come fosse un marchio d’infamia, per centinaia di migliaia di giovani venezolani significa per la prima volta nella storia delle loro famiglie la possibilità di accedere a studi universitari, o avere accesso all’acqua potabile, o per gli anziani ottenere una pensione sociale. (...) Ma è sicuro Pierluigi Bersani di poter usare come parametro negativo il presidente Chávez per i suoi colpetti di fioretto contro quel politico, Silvio Berlusconi, che da 16 anni sta coprendo di vergogna l’Italia agli occhi di tutto il mondo?
Infine, i membri del comitato romano del Mst, Movimento dei lavoratori senza terra del Brasile, hanno risposto al segretario con una lettera aperta spiegando perchè, se un giorno arrivasse 'un Chávez' in Italia, sarebbe una vera manna dal cielo.
Questo il testo della missiva.

Le scriviamo rispetto alle parole da lei usate nei confronti del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo Chávez: “Non vorrei che dopo Berlusconi venisse fuori Chávez. O il Parlamento riprende il suo ruolo o non c’è libertà per nessuno”. Queste parole lasciano intendere che: 1) Chavez rappresenterebbe il peggio anche rispetto a Berlusconi; 2) in Venezuela non ci sarebbe libertà per nessuno. Ed esprimono chiaramente una totale mancanza di conoscenza rispetto alla situazione latinoamericana in generale e venezuelana in particolare.
a) Il governo di Hugo Chávez gode, com’è noto, di una pessima pubblicità: per gran parte dell’informazione “ufficiale”, il presidente venezuelano è un caudillo e un populista, quando non esplicitamente un tiranno. E ciò malgrado gli innumerevoli processi elettorali che ha attraversato, tutti vinti tranne uno, quello del referendum sulla riforma della Costituzione venezuelana nel 2007. Sconfitta serenamente riconosciuta dal presidente (e, oltretutto, di strettissima misura, 50,7% contro 49,3%: percentuali che, se fossero risultate invertite, avrebbero di sicuro fatto gridare la destra alle frodi e al colpo di Stato). E vorremmo farle notare che la Costituzione in vigore prevede anche la possibilità di revoca di ogni carica elettiva, a cominciare da quella presidenziale, a metà mandato.
b) Negli anni del suo governo, Chávez ha proceduto a nazionalizzare i grandi depositi di idrocarburi presenti in Venezuela e ha usato le risorse del petrolio per migliorare servizi pubblici come educazione, salute e trasporti, per rispondere alle necessità di milioni di poveri delle favelas e dei quartieri popolari, prima completamente esclusi da qualunque servizio pubblico. Inoltre, lo Stato garantisce l’accesso ai beni alimentari al prezzo di costo, senza scopo di lucro, attraverso una rete locale di negozi che non è statale; assicura l’accesso gratuito alla sanità, attraverso il sistema cubano del medico di famiglia, grazie al quale oltre ventimila lavoratori della salute abitano e convivono con il popolo nei luoghi più poveri e lo assistono con la prevenzione, la fornitura dei farmaci e ogni cura necessaria (la maggior parte di questa popolazione non conosceva neppure un medico); garantisce anche l’accesso all’educazione attraverso vari programmi educativi, che vanno dall’alfabetizzazione di adulti e adolescenti fino a programmi diretti a tutti i giovani che vogliono andare all’università (oggi il Venezuela è considerato dall’Unesco un Paese libero dall’analfabetismo. Un caso raro, tra i Paesi delliemisfero Sud).
c) In condizioni tanto avverse a causa di un’eredità economica segnata dalla dipendenza totale dalle esportazioni petrolifere, dalla mancanza di organizzazione sociale e dall’assenza di un progetto politico che unifichi le forze popolari del Paese, la grande sfida del governo Chávez è quella di riuscire a costruire un progetto di sviluppo duraturo per il Paese. Chávez ha finora formulato due linee distinte e complementari di riflessione. La prima viene chiamata “Progetto di sviluppo endogeno”. Endogeno, qui, significa che il popolo e tutte le forze produttive del Paese dovrebbero spendere le proprie energie affinché in ciascuna regione venga organizzata la produzione sia agricola che industriale dei beni necessari alla popolazione. Si innescherebbe così un processo di produzione di ricchezza locale, di distribuzione di reddito a livello locale, di creazione di posti di lavoro a livello locale. L’altra idea che Chávez ha introdotto nel dibattito è quella della necessità di costruire un socialismo differente, il socialismo del XXI secolo, prendendo però le distanze dal socialismo reale. Dal punto di vista pratico, il risultato concreto che questo dibattito ha prodotto è stato quello di aprire una discussione tra i lavoratori, affinché essi creino forme autogestite e cooperative di fabbriche e stabilimenti industriali. E questo è accaduto nei casi in cui i proprietari capitalisti sono fuggiti dal Paese o hanno dichiarato fallimento e nei casi in cui lo Stato ha costruito una nuova fabbrica e ha cercato di stabilire una sorta di collaborazione con i lavoratori.
d) Esistono ovviamente, nel processo bolivariano, limiti non irrilevanti: una struttura statale burocratica, corrotta e inefficiente; la presenza, malgrado le incontestabili e fondamentali conquiste sociali, di problemi ancora non risolti, come l’insicurezza sociale, la questione abitativa, la situazione salariale di ampi settori della popolazione. Limiti, questi, che non possono mettere in dubbio i risultati positivi ottenuti in Venezuela da Chávez, nel perseguire la democratizzazione della società, l’ampliamento dei poteri delle fasce popolari e della popolazione indigena, la riduzione della giornata di lavoro, la fine dell’autonomia della Banca Centrale, il divieto del latifondo, il consolidamento dello Stato nel suo carattere pubblico, la realizzazione delle missioni, con cui il governo ha posto la questione sociale al centro della sua sfera di interessi, in ciò seguito da altri governi latinoamericani. E, a livello latinoamericano, la creazione dell’Alba, l’Alleanza bolivariana per l’America, a cui Chávez ha offerto un contributo determinante: una forma di integrazione tra i Paesi che parte dalle necessità dei popoli e delliambiente e non dalle necessità del capitale; un processo di integrazione economica e sociale dei popoli e dei governi che potenzia l’uso di tutte le risorse naturali, delle risorse di biodiversità, dell’agricoltura, dell’industria, a favore della soluzione dei problemi fondamentali del popolo e della crisi climatica. Una lotta per l’indipendenza economica dell’America Latina, perché smetta di essere un esportatore di ricchezze per l’Europa e gli Stati Uniti, e più recentemente per il Giappone e la Cina.
Per tutto questo, siamo convinti che, se dopo Berlusconi venisse Chávez, si aprirebbe per liItalia una stagione di grandi riforme popolari, una grande promessa di futuro.

* Questi, invece alcuni stralci dell'articolo di Gennaro Carotenuto.

Per esempio, in tempi di riforma Gelmini dell’Università, lo sa Bersani che in 10 anni in Venezuela la quota del PIL destinata alla ricerca scientifica è aumentata del 2.300%? Per un paese come l’Italia destinato a lasciare il mondo sviluppato per posizioni di retrovia, il Venezuela chavista sta puntando forte sulla ricerca moltiplicando per 23 gli investimenti.
Sa o non sa che, complici i medici cubani, la mortalità infantile in Venezuela in dieci anni è oggi di un terzo di quanto non fosse al tempo del fondomonetarismo assassino dei Moisés Naím e dei Carlos Andrés Pérez?
Sa o non sa che il Venezuela è il primo donatore umanitario del continente affiancando gli Stati Uniti laddove l’Italia è tra gli ultimi dell’OCSE e il più facilone nel non rispettare i patti? Cosa sa Bersani, un europeista convinto, della forza della politica integrazionista latinoamericana nella quale Hugo Chávez condivide i meriti con leader come Lula o Nestor Kirchner?
Sa o non sa che mentre in Italia la concentrazione mediatica è massima (solo colpa di Berlusconi o anche di chi non si è opposto con la dovuta durezza?) in Venezuela oggi parte del latifondo mediatico è stato redistribuito tra centinaia di media diversi (cosa che porta i monopolisti a denunciare la censura)?
Sa o non sa Bersani che mentre in Italia l’indice Gini che misura la povertà è in crescita in Venezuela i valori stanno da anni letteralmente crollando? Nel 1997 i venezuelani in povertà erano il 61% e quelli in estrema povertà il 29%. Oggi, dopo un decennio di democrazia partecipativa, siamo scesi a 26 e 7% rispettivamente. Le par poco?

mercoledì 20 gennaio 2010


IL GENOCIDIO INVISIBILE
di Silvano Agosti

Il pianeta Terra viene definito “pianeta azzurro” perché, nell’insieme degli universi conosciuti, è il solo a ospitare il mistero della vita. E’ circondato da una luminosità azzurrina che testimonia, appunto, lapresenza nell’atmosfera e sul pianeta, degli elementi necessari alla vita. Etere, Aria, Fuoco, Acqua, Terra. Ospita il mistero della vita o, per ora, solo l’incognita dell’esistenza? Questo interrogativo si pone rispetto all’insieme degli esseri viventi. Tuttavia l’essere umano sembra essere il solo animale capace di essere cosciente della propria storia, disposto ad ascriversi in esclusiva il privilegio della vita e ponendosi al vertice della scala biologica. Nell’attuale cultura, tuttavia, non si parla mai della vita e delle sue caratteristiche di diversità qualitativa nei confronti della semplice esistenza. La vita sembra non essere argomento di alcuna ricerca, o di confronto o di progetti immediati. Anzi, quando qualcuno tenta di ricordare ai propri simili la grandezza del vivere viene quasi sempre eliminato, Socrate, Gesù Cristo, Spartaco, Martin Luther King, Giordano Bruno, Gandhi…

LA FRANTUMAZIONE DELL’ESSERE UMANO
Né mai ci si riferisce, nelle rivendicazioni o nei propositi di riscatto sociale, all’essere umano in quanto tale. Si preferisce un percorso settoriale parlando di diritti degli operai, degli ammalati, dei prigionieri, delle massaie, dei giovani etc. In realtà, se ci si riferisse semplicemente ai diritti dell’essere umano e si elaborasse un progetto affinché questi diritti venissero rispettati, non ci sarebbe alcun bisogno di soluzioni corporativistiche. Facciamo un esempio: se si afferma che l’essere umano per procurarsi il necessario ha diritto a lavorare non più di tre ore al giorno o di un paio di giorni la settimana, diviene ridicolo discutere sulle trentacinque invece che quaranta ore di lavoro settimanali degli operai o degli impiegati. Il primo diritto sacro e inalienabile dell’essere umano è dunque il diritto alla vita. Quindi prima di tutto è indispensabile avere “il tempo” per organizzarsi la vita e conseguentemente il tempo per viverla. Quindi non ha alcun senso investire la quasi totalità delle proprie giornate in attività indispensabili a consentirci di vivere se poi manca il tempo necessario a godersi la vita. E’ assurdo e cinico parlare di vita a qualcuno che o è ossessionato dall’idea di “trovar lavoro” o, avendolo trovato, trascorre gran parte del suo tempo appunto lavorando, o quando, semi annullato da un’intera esistenza di faticosa sottomissione al mondo del lavoro, va finalmente “in pensione”. “La pensione”, nota anche come l’anticamera della morte. Sembrerebbe dunque semplice, anche considerando l’apporto strepitoso delle nuove tecnologie, realizzare un’organizzazione del sociale più favorevole a far sì che gli esseri umani possano avere il tempo per vivere, per stare con i propri cuccioli, per imparare a conoscere e amare se stessi e il mondo. Di smettere il loro ruolo di comparse e indossare la responsabilità di essere dei protagonisti.

IL MISTERO DELLE NUOVE TECNOLOGIE
Ma allora come mai, pur avendo le tecnologie diminuito migliaia di volte i tempi della produzione, l’orario di lavoro è rimasto più o meno inalterato? Come mai almeno una parte degli immensi profitti accumulati con i “nuovi
ritmi tecnologici” non viene investita per dare meno lavoro a chi lavora ed un lavoro a chi non ne ha affatto? Chi ha interesse a mantenere inalterato lo status quo, come se ancora l’agricoltura fruisse dell’aratro trainato dai buoi e le fabbriche fossero legate alla manualità invece che modernizzate con le nuove tecnologie? La risposta me l’ha data inavvertitamente un industriale del tondino, proprietario di un’immensa acciaieria a Brescia, un certo “Busi”. “Non pensa, caro Busi, che i suoi operai renderebbero di più lavorando mezza giornata invece che otto ore? Meno errori,meno incidenti, meno infiacchimento dei ritmi, maggiore entusiasmo produttivo?” “Sicuramente” risponde lui, “ma non sarebbero più operai!” “Cioè, azzardo io prudentemente, sarebbero degli esseri umani?” “Con tutto ciò che ne consegue…”, mi dice con franca ingenuità. Da allora mi sono chiesto cosa in realtà “ne consegue”, allorché un operaio può finalmente avvertire la propria dimensione di essere umano? Ne consegue forse il crollo dell’industria farmaceutica, in quanto la serenità e la gioia di vivere sarebbero sufficienti a mantenerlo in buona salute sempre. O forse ne consegue il crollo dell’industria consumistica in quanto l’”operaio”, lavorando tre o quattro ore al giorno avrebbe un tempo da dedicare alla vita e spunterebbe in lui la pulsione creativa, trovando soddisfazione nella propria laboriosità senza dover recuperare alcuna frustrazione? O la fine dell’industria basata sullo sfruttamento alla prostituzione, dato che in una comunità liberata dal giogo del lavoro e della necessità, gli incontri sarebbero sufficientemente spontanei da rendere orribile e assurdo un rapporto di meretricio. O infine, facendo in modo che si lavori tutti una mezza giornata, crollerebbe a sua volta l’industria bellica dato che una condizione equa e serena di vita renderebbe ridicola qualsiasi ipotesi di conflitto? E perfino il crollo dell’industria culturale, dato che col tempo nascerebbe una “cultura dei comportamenti umani”, assai più attraente di qualsiasi cultura “di evasione”? Ah ecco dunque, forse, perché coloro che basano il loro potere su queste gigantesche industrie non vedono di buon occhio il progetto di una umanità rispettata e rispettosa della propria preziosità e grandezza, una umanità capace di godere la vita in tutta la sua estensione. Ma sarà opportuno spiegare a costoro, ai cosiddetti capi del mondo che, impedendo a tutti gli esseri umani di vivere, anche loro, i potenti, debbono accontentarsi di una parodia della vita, anche loro sono costretti al “solo esistere” sia pure nelle penombre di immense e lussuose ville, in cui i silenzi sono solcati dal passo dei servi o di governanti sottomesse o figli inebetiti dai privilegi. Insomma, è tempo che l’umanità possa finalmente vivere, di mutare le attuali antiquate strutture piramidali dove il vertice di pochi sottomette a vari livelli tutti coloro che soggiacciono, fino al fondo della piramide in cui sono stipati i derelitti, gli infimi, gli emarginati, quelli che “per farsi ascoltare debbono morire, gli assenti dalla storia, i presenti nella miseria, gli eterni bambini, i senza voce, gli abbandonati, i disperati, gli incapaci, quelli che non fanno numero, quelli della pura rabbia, quelli del puro fuoco, quelli del tutto agli altri e niente per loro.” Insomma è tempo di organizzare la comunità umana non più nella tradizionale struttura piramidale, ma in una nuova struttura sferica, dove ognuno possa essere equidistante dal centro che è, appunto, la vita. Avviene invece quotidianamente un vero e proprio genocidio non tanto dei corpi quanto delle personalità di milioni, anzi miliardi di uomini, tenuti lontani da se stessi e dalla loro creatività e dal proprio vero destino, assediati come sono da falsi problemi, false culture, false superstizioni, false credenze, falsi progetti, false promesse. E tutto ciò ad apparente beneficio di alcune migliaia di ultraricchi, ultrapotenti, ultraspietati esseri che, a loro volta, mal conoscono la preziosità e la vera grandezza della vita. Prendiamo ad esempio l’istituzione scolastica. Avverto subito che alcune delle riflessioni che andrò formulando richiedono, per essere giustamente comprese e assimilate, un ascolto specifico, affettuoso e definitivo. Partiamo dunque, come premessa, dalla semplice constatazione che elementi naturali, indispensabili all’uomo per vivere possono, in diversa dose, provocare gravi danni o addirittura la morte. L’acqua, ad esempio, l’essere umano lo disseta ma in dose eccessiva lo affoga. Il fuoco lo scalda ma lo può anche bruciare, il cibo lo nutre, ma lo può soffocare. L’apparato percettivo sensoriale e cerebrale è capace di miracolose estensioni, alcune delle quali sono a tutt’oggi inesplorate, ma un tale miracoloso apparato si guasta se gli stimoli percettivi sono sempre gli stessi, se le azioni compiute sono eccessivamente ripetitive, come accade nell’ambito lavorativo o scolastico.

LE SCUOLE
Accade quindi che istituzioni nate per soccorrere l’uomo finiscano per danneggiarlo o addirittura sopprimerlo, o che l’infinito piacere di imparare venga sostituito dalla pratica poco amata dello “studiare”. Imparare è pratica naturale di evoluzione e crescita della personalità e procura emozioni delicate e favorevoli, a volte perfino ineffabili. “Studiare” ovvero inserire di forza nel proprio apparato percettivo una serie di concetti e nozioni non chiamate dal desiderio, si rivela invece a lungo andare una pratica perversa, capace solo di annullare qualsiasi reale desiderio di conoscere. Ma l’imparare nasce dalla brezza del desiderio e offre una risposta voluta, accolta con gioia e con la partecipazione attiva di tutta la personalità. “Studiare” per contro “costringe” una mente spesso riluttante, spesso estraniata, ad applicarsi a nozioni e dati che non suscitano il minimo interesse e che quasi sempre sono lontani dalle reali necessità della persona. Per questo le scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, tradizionali e sperimentali, a un attento esame delle loro strutture operative rivelano inquietanti analogie con gli istituti di pena e a volte perfino con i campi di sterminio. La scritta “il lavoro rende l’uomo libero” di sinistra concezione nazista, posta all’ingresso dei campi annunciati all’inizio come “campi di rieducazione” e divenuti ben presto campi di sterminio, potrebbe dunque trovare un perfetto analogo nella scritta “lo studio rende l’uomo libero”. Lo studio, nato per promuovere ed estendere la creatività e divenuto ben presto uno strumento capace di estirpare qualsiasi creatività e di demolire ogni desiderio naturale di apprendere. Imparare, apprendere, ampliare le proprie conoscenze del mondo si rivela come uno dei massimi piaceri che la natura offre, mentre “studiare” è ormai
divenuto un tormento permanente. Cercherò di esemplificare una distinzione fondamentale tra i due procedimenti.
Imparare corrisponde grosso modo al piacere di nutrirsi, magari scegliendo i cibi a seconda dei propri desideri, che poi assai spesso corrispondono alle necessità dell’organismo. Studiare invece corrisponde a un “trattamento sanitario obbligatorio” come se qualcuno lo programmasse così: ore otto pane, ore 9 pasta, ore 10 carne, ore 11 verdure, ore dodici frutta. E così ogni giorno e, di fronte a tentativi legittimi di disperazione o di ribellione della vittima di turno, l’”ingozzatore” non senza innocente cinismo enunciasse la sua verità: “Guarda che se non ti nutri muori”. Un'evidente analogia accade nel nutrire spietata osservanza “dei programmi”. Sì, i ragazzi a scuola si annoiano, fingono di ascoltare, sono sempre meno capaci di esprimere una loro visione del mondo, ma “il programma è stato rispettato e ultimato”. Pian piano si è praticamente estinto ogni naturale desiderio di sapere, e smarrito per sempre il piacere di “conoscere”.

LA TRAGEDIA DELLE CILIEGE TRIANGOLARI
Il fatto è che l’essere umano, intorno ai cinque anni di età, si presenta come la miniatura di un universo perfetto: chiede il perché di tutto, tocca tutto, si offre a tutti, esplora incessantemente il mondo che lo circonda, si muove senza sosta, gioca, canta, si difende, si dispera fino a ottenere ciò che vuole e i suoi stessi comportamenti sono un’arte, in quanto coincidono perfettamente con ciò che sente e prova e afferma e nega. Poi questo capolavoro vivente (qualsiasi sia la sua origine) approda nello spazio scolastico e viene immediatamente sottoposto a secche restrizioni: lo obbligano a star seduto, non può esprimersi o intervenire se non quando “tocca a lui” e, quando chino sul foglio si abbandona con gioia alla propria creatività e disegna ciuffi di ciliegie di forma triangolare di un delicato color rosa, implacabilmente “la maestra” fa notare che: “No piccolo mio, stai più attento, le ciliege non sono triangolari, sono rotonde.” La grande mano della maestra imprigiona la manina smarrita e la obbliga a correggere i triangoli in altrettanti cerchi. “Così… così… E poi non sono rosa, sono rosse. Le ciliege sono rosse!” E da quell’istante ha inizio il percorso della sfiducia in se stessi, indispensabile per sottomettere un essere umano e fargli credere sia ineluttabile negare a se stesso il tempo del gioco e della vita. Quando la sua sottomissione alla fine dell’esperienza scolastica sarà tale da subire con tremore e ossequio la tortura di esami insensati e vessatori, in cambio riceverà il diploma. Maturo. Maturo a sottomettersi per tutta la vita a un lavoro di otto o dieci ore al giorno, insomma un ergastolo vestito da “necessità sociale”. Così, di anno in anno, di programma in programma, il genocidio si compie, facendo nascere nei giovani una legittima repulsione per qualsiasi cibo culturale che non sia la frivola, superficiale lista di scempiaggini da fast food culturale dei giornali sportivi o scandalistici, la pornografia, i film industriali, le soap opera, gli inviti lusinghieri a tentare la fortuna al lotto o al gratta e vinci, la cultura sciatta e triviale della tifoseria nel calcio, la bassa qualità del diverbio politico tra i partiti. La libertà di imparare invece condurrebbe ad una armonica crescitadell’infanzia all’interno di una personalità sempre più sicura di sé, capace di
costruirsi un proprio destino, senza alcuna traccia di sottomissione o di dipendenza. “Cosa proponi dunque come alternativa a proposito della scuola?” “Mi piacerebbe che alle scuole accadesse quello che giustamente è accaduto ai manicomi. E cioè che tutte le scuole venissero chiuse. Messe fuorilegge. E che ci fossero dei Centri di Salute Culturale (così come invece dei manicomi ci sono dei Centri di Igiene Mentale) nei quali i bambini, i ragazzi e i giovani andrebbero, spinti dalla necessità di imparare, trovando operatori culturali in grado di fornire loro le informazioni giuste sui vari meccanismi di apprendimento, libri, cinema, computer, sull’uso di biblioteche, di nastroteche per accedere ai massimi capolavori dell’arte e così via… Dei laboratori, insomma. Spazi di incontro da frequentare soprattutto in caso di pioggia. Un buon computer costa mille volte meno di un insegnante e “sa” mille volte di più. Inoltre, una volta liberate le strade cittadine dalle automobili con efficienti installazioni di marciapiedi mobili e una volta liberati gli esseri umani dall’obbligo di lavorare più di tre ore al giorno, ognuno diverrebbe insegnante di ciascuno. E allora ogni essere umano sarebbe tanto “essere umano” quanto ogni gatto è stupendamente “Gatto”. Ma dove si andrebbe a finire se tutti gli esseri umani coincidessero con se stessi? Cosa potrebbero fare nel tempo che ora li occupa a lavorare? Va detto che, a chiunque io abbia fatto questo discorso, la classica opposizione è la seguente: “Certo, lo so che sono prigioniero di una serie di gabbie invisibili, il lavoro obbligatorio, la famiglia subita perché mal frequentata, il desiderio di denaro come frutto di una perenne indigenza etc... Ma tutto ciò mi dà almeno una certa sicurezza. Cosa farei se fossi libero?” E’ proprio l’impossibilità di concepire la libertà che rende l’uomo schiavo. Essere riusciti a togliergli la possibilità perfino di immaginare una vita vissuta nella libertà lo rende perfettamente sottomesso, uno schiavo moderno.

LA FESTA IMPROVVISA
Vorrei qui ricordare che quando gli apparati politici o di potere (più occulto che non) allestirono circa venti anni fa la gran farsa dell’”Esaurimento dei pozzi petroliferi” e per motivi misteriosi costrinsero improvvisamente gli esseri umani a non usare l’automobile il sabato e la domenica, si verificò subito qualcosa di straordinario. Le strade si riempirono di gente, felice di potersi incontrare, confrontare e frequentare senza intossicarsi a vicenda con l’ossido di carbonio delle automobili, senza dover guardare a destra e a sinistra centinaia di volte nel terrore di essere travolti da qualche auto pirata. Ebbene, quell’improvvisa euforica festosità era un’immagine della vita, qualcosa di esemplare rispetto all’ipotesi di liberare gli esseri umani dal peso di un lavoro coatto e del “consumare benzina ad ogni costo”. C’era chi pattinava, chi si era costruito ingegnosi monopattini, trionfavano biciclette di ogni genere, si rivedeva anche qualche calesse e tutti, nella via, sembravano tornati a possedere il mondo. Naturalmente tutto ciò era troppo rischioso, la gente rischiava di scoprire che la vera felicità non ha costi economici ma nasce dallo “stare insieme” con se stessi e con gli altri, dal poter comunicare con gli altri e con se stessi. E poiché incominciava a spuntare una nuova cultura, la cultura dei comportamenti, gli apparati di potere senza tante spiegazioni, neppure temendo la vergogna dello smascheramento, in contraddizione con ciò che avevano allarmisticamente sostenuto, decisero di sospendere “la festa” e tornare a far traboccare le strade di automobili e di veleni. E’ dunque importante ritrovare la memoria di quei giorni, o magari della propria infanzia, la delicata festosità dello stare insieme e del conoscersi e riconoscersi, ridando alla persona umana e quindi anche a se stessi la massima dignità, quella di poter rispondere in qualsiasi momento a chiunque chieda “Come va?” Semplicemente “Sto vivendo.”