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martedì 18 ottobre 2011

Buon compleanno Italia! - XI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo


Di Monica Vistali

CARACAS - Esposizioni, corsi, cinema e teatro. È una XI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo straripante di iniziative quella organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Caracas. La manifestazione, che mira alla diffusione e alla promozione della lingua e della cultura italiana, quest’anno è incentrata  sui 150 anni dell’Unità d’Italia, da qui il titolo “Buon Compleanno Italia!”.
Si inizia oggi alle 17 con una visita guidata alla mostra “150 saluti e baci”, un percorso storico-emotivo attraverso il mondo delle cartoline, dei francobolli e delle monete che riflettono il carattere, le tendenze e le passioni degli italiani attraverso il XX secolo. L’esposizione, organizzata dall’IIC e ospitata presso la sede dell’Istituto, raccoglie oltre 400 cartoline originali delle varie epoche - molte provenienti dall’archivio della famiglia Collorni - che raccontano 150 anni di unità nazionale.
Domani, alle 18, cineforum presentato da Luca Marfé sul film “Noi credevamo” di Mario Martone, che porta sullo schermo il Risorgimento italiano visto attraverso le vicende di tre ragazzi del Sud affiliati alla Giovine Italia.
Venerdì, sempre alle 18 e sempre negli spazi dell’IIC, l’ambasciatore d’Italia in Venezuela, Paolo Serpi inaugurerà la Biblioteca dell’Istituto intitolata ad Antonio Panizzi, uomo di lettere riconosciuto a livello internazionale e grande patriota (nel 1868 fu nominato Senatore del Regno d’Italia), inventore del primo catalogo sistematico basato sulle 91 regole di Catalogazione da lui formulate nel 1841, alla base dell’ISBD del XXI secolo e dello standard di descrizione delle risorse in formato elettronico Dublin Core. Una conferenza ripercorrerà la vita e il lavoro del bibliotecario e bibliografo Panizzi, ricordato anche per essere stato un importante direttore della biblioteca del British Museum.
Sabato 22 (alle 22) e domenica 23 (alle 20), presso la sede del Teatro premium Los Naranjos si presenteranno invece gli attori della compagnia italiana “Improteatro”, per il primo Incontro Mondiale di Improvvisazione teatrale, organizzato dall’Asociación Cultural Akéké Circo-Teatro. La squadra italiana, oltre a partecipare al Match di Improvvisazione, presenterà un proprio spettacolo di Long Form, diretto da Omar Galvan. Gli improvvisatori che sbarcheranno in terra venezuelana sono Fabio Degipo (di Padova), Giusi Lo Coco (Brianza), PierPaolo Buzza (Roma), Fabio Ambrosini (Ancona), Andrea Massironi (Milano), Andrea Campelli (Bologna).
Domenica alle ore 11, infine, nella sala 8 di Cines Unidos del centro commerciale Líder, spazio alla comicità con lo spetacolo di Laureno Marquez “Con Humore... per la mattina”.
Oggi e domani segue il corso di aggiornamento per professori d’italiano iniziato ieri (dalle 9 alle 13 presso la sede dell’Istituto), “Un approccio ludico all’insegnamento dell’italiano come lingua straniera”.
Nata nel 2001 su iniziativa dell’Accademia della Crusca in cooperazione con il Ministero degli Affari Esteri, lla Settimana della Lingua coinvolge gli Istituti di Cultura, le Ambasciate e i Consolati, i comitati della Società Dante Alighieri, i Lettorati universitari, le Scuole di italiano nel mondo e varie associazioni di italiani all’estero, che organizzanno incontri ed eventi legati all’Italia e al tema della settimana.
Per maggiori informazioni, Istituto Italiano di Cultura (Avenida San Juan Bosco, tra la 5ta e 6ta transv. Quinta Maria (scendendo dalla Clínica El Avila - 5ta casa a desta) Urb. Altamira – Caracas), tel. (0058-212)  267.9143 - 267.0440.

martedì 20 luglio 2010

“Mediterráneo y Caribe”, mari e culture in poesia

L’IIC ha presentato al pubblico il volume contenente i componimenti selezionati dal poeta Davide Rondoni. Al centro il mare come luogo d’incontro di civiltà, idee ed esperienze. Presenti gli autori

di Monica Vistali

CARACAS – Due mari che si offrono come convergenza di esperienze e culture nelle poesie selezionate dal noto poeta Davide Rondoni e raccolte nel libro “Mediterráneo y Caribe”, presentato giovedì sera nella Sala Cabrujas della ‘Fundación Cultural Chacao’ alla presenza di alcuni autori.
Il volume è il risultato di un progetto iniziato nel 2007 che ha visto la partecipazione di Istituto Italiano di Cultura, Università di Bologna, Fundapatrimonio e Dipartimento di lingua italiana della Ucv. L’idea iniziale era quella di valorizzare attraverso la poesia le affinità comuni ai popoli ‘caribeñi’ e mediterranei, riflettendo sull’apporto positivo degli incontri tra culture diverse. Tanti poeti, tra cui numerosi italo-venezolani, si erano presentati con le loro poesie davanti al romagnolo Rondoni, per l’occasione selezionatore e giudice.
- L’iniziativa è scaturita anni fa dall’interesse venezolano per la poesia - dichiara alla Voce la direttrice dell’IIC, Luigina Peddi - e dalla serie di affinità culturali e storiche che Italia e Venezuela condividono. L’IIC ha voluto dar seguito alla proposta raccogliendo i componimenti scelti. Poesie di buon livello, alcune ottime.
Un volume di ampio respiro, che spazia dalle esperienze personali sino ai grandi temi dell’emigrazione, della paura del nuovo. Al centro di tutto, rotte marittime come luogo ideale d’incontro: non solo relazioni commerciali ma anche scambi di lingue ed idee che hanno sviluppato la curiosità intellettuale dei popoli protagonisti.
- Il nostro mare - spiega Peddi - è stato accentratore e propulsore di culture, il ‘Caribe’ crocevia di civiltà che si sono susseguite e mescolate. La cultura globalizzata - dichiara - c’è sempre stata.
Durante la serata, che ha riscosso un grande successo di pubblico, quattro finalisti sono stati chiamati sul palco a leggere i propri componimenti. Il pubblico ha ascoltato attentamente ‘La cama’, poesia vincitrice di Eleonora Requena e le rime degli altri poeti sul podio: Alda Rippi, Reinaldo Bello Guerrieri, Isaidi Vega, Ruth Hernandez Buzcan.
- All’inizio il pubblico provava un certo timore reverenziale nei confronti degli artisti - racconta la direttrice dell’IIC - perchè la gente non è più abituata ad ascoltare le emozioni. Inoltre la poesia è un linguaggio controcorrente che si scontra con la sovrabbondanza di parole ed informazioni che ci bombardano quotidianamente. Bisogna concentrarsi, sforzarsi di capire, interpretare ogni termine.
Dopo la proclamazione delle opere, il pubblico ha potuto confrontarsi con i poeti in un dialogo diretto.

lunedì 7 giugno 2010

Palmerini, un libro per l'Abruzzo a cavallo dei cinque continenti

Sarà presentato domani l’ultimo lavoro dello scrittore aquilano Goffredo Palmerini dal titolo “L’Aquila nel mondo. Notizie, fatti ed eventi prima e dopo il terremoto del 6 aprile 2009”

di Monica Vistali
CARACAS – Dopo “Oltre confine” e “Abruzzo Gran Riserva”, Goffredo Palmerini continua a tessere relazioni tra gli abruzzesi dentro e fuori dai confini con “L’Aquila nel mondo. Notizie, fatti ed eventi prima e dopo il terremoto del 6 aprile 2009”. Il libro sarà presentato domani a L’Aquila alla presenza dell’autore. I proventi derivanti dalle vendite saranno destinati all’Istituto Cinematografico del capoluogo abruzzese per contribuire al restauro delle pellicole della prestigiosa Cineteca danneggiate dal terremoto.

L’Aquila nel mondo” è una selezione di articoli scritti da Palmerini e pubblicati da maggio 2008 a dicembre 2009 dalla stampa italiana all’estero, dalle agenzie internazionali e da molte testate italiane on line. Sono colonne in cui lo scrittore abruzzese parla di personaggi, eventi, fatti e valori della sua terra d’origine e della sua gente. Una comunità che “sa farsi valere ed apprezzare ancor più quando si cimenta all’estero”, come scrive nell’introduzione al volume.
- Gli italiani fuori dai confini sono una risorsa importante - spiega alla Voce Palmerini - che la politica non comprende. Le seconde e terze generazioni sono trattate con superficialità, quando ci dovrebbe essere una vera conoscenza del fenomeno dell’emigrazione e relazioni di contatto e scambio reali. Ma purtroppo - si rammarica - l’Italia è poco incline ad instaurare un dialogo importante con le sue comunità all’estero.
Canottaggio a Pachino, musica corale in Canada, solidarietà in Bolivia, ecoturismo in Guinea Bissau. E ancora, gemellaggio con scuole russe, arte in Danimarca. In questo Abruzzo “raccontato a cavallo di più continenti”, come lo definisce nella prefazione al volume Letizia Airos, direttore della testata multimediale i-Italy e giornalista di America Oggi, non potevano mancare i riferimenti alle comunità abruzzesi del Venezuela. Ecco quindi articoli dedicati all’emigrazione femminile, alla candidatura di Mariza Bafile ed all’uscita del suo primo romanzo, alla scomparsa del fondatore del nostro giornale, Gaetano Bafile, alla missione in Venezuela della delegazione abruzzese guidata dal presidente della Regione, Nazario Pagano.
Un omaggio agli italo-venezolani che si sono distinti oltreoceano senza dimenticare la propria terra natale. Abruzzesi che, inoltre, non hanno mai distolto lo sguardo dalla tragedia del 6 aprile e hanno contribuito, con le loro cordate di solidarietà, alla ricostruzione. Come afferma l’autore nell’introduzione al volume:
- La straordinaria bellezza dell’Aquila, le disastrose conseguenze del sisma, infine la dignità, la compostezza e l’austera indole della nostra gente, hanno commosso il mondo. Un comportamento che ha immediatamente attivato la rete degli Abruzzesi nei cinque continenti, tutti i nostri connazionali all’estero e la gente di tutti i paesi del mondo.
Un’attenzione importantissima “non soltanto in senso materiale”, sottolinea Palmerini, perchè avere gli occhi del mondo puntati addosso “è anche uno stimolo a fare presto, e meglio”.
Se i due precedenti libri si sviluppavano su tredici mesi canonici, il sisma ha imposto a “L’Aquila nel mondo” un’estensione temporale sino a dicembre, chiusura dell’annus horribilis. Uno spazio che ha permesso di ospitare le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona la tragedia aquilana e raccontare la visita del Papa ai terremotati, il G8, il concerto di Muti e Morricone, il toccante “L’Aquila risorgerà, il terremoto non la doma”.
Dopo il terremoto, l’Italia ha perso un vero e proprio patrimonio universale racchiuso in nemmeno 350 ettari di centro storico, sui quali l’Unesco aveva già messo gli occhi. Come spiega Palmerini alla Voce, il post-sisma ha evidenziato duemila emergenze artistiche tra chiese, palazzi, monumenti ed opere d’arte. Un’unicum svanito in pochi secondi, con una scossa che ha raso al suolo una città pensata, pianificata e costruita dal nulla nel 1254, con una formula che riprenderà solo San Pietroburgo quattro secoli dopo e Brasilia negli anni Sessanta.
- Malgrado tutto, ce la faremo - scrive Palmerini -. Come sempre, anche questa volta.

domenica 30 maggio 2010

Mario Benedetti, l’italianità-altra portata in scena dal ‘Tina Modotti’

Si è chiusa la tre-giorni dedicata al poeta uruguaiano. Tra teatro, poesia, tango ed immagine, il bilancio di Antonio Nazzaro, responsabile del ‘Centro Culturale Tina Modotti’

di Monica Vistali

CARACAS - Come Mario Benedetti in Uruguay, il Centro Culturale Tina Modotti continua a diffondere in Venezuela l’idea di un’italianità-altra, che unisce le generazioni in un flusso senza tempo. Questa volta lo ha fatto con una tre-giorni dedicata al grande poeta uruguaiano, un omaggio nel primo anniversario dalla morte organizzato in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica Orientale dell’Uruguay, il Centro Uruguaiano Venezolano, La libreria mediatica e il Centro de Estudios Latinoamericanos Rómulo Gallegos. Un vero successo di pubblico, che ha riempito le sale del Celarg lasciando in piedi o sulla porta numerosi spettatori.
Ad aprire ‘Tres dìas alrededor de Benedetti’ è stata l’introduzione di Marcos Tassino, presidente di origini italiane del Centro Uruguayo-venezolano, cui è seguita la conferenza tenuta da Marialcira Matute (Premio periodismo 2010) e Isidoro Hugo Duarte, sull’intervista realizzata all’autore dalla Libreria Mediática. Il Centro Culturale Tina Modotti ha poi messo in scena ‘Relato de Púas’, adattazione teatrale dell’opera ‘Pedro y el capitán’ di Benedetti, diretta dal responsabile del Tina Modotti, Antonio Nazzaro, e interpretata dal Gruppo Teatrale Comunardos: Amanda Key, José Ignacio Pulido e Jonathan Ochoa.

Relato de Púas’
- L’idea mi è venuta quando ho visto la famosa foto della soldatessa statunitense del carcere di Baghdad - racconta Nazzaro - che tiene un prigioniero iracheno al guinzaglio come se fosse un cane.
Un palcoscenico essenziale. La torturatrice, il torturato e la Memoria sullo sfondo, che martella senza sosta il pubblico con il tic tac di una macchina da scrivere. Il mondo dei personaggi è un cubo chiuso da due schermi che costringono gli spettatori a confrontarsi in modo asfissiante con quello che, in fondo, è il nostro mondo e la nostra storia.
- Sono immagini taglienti - spiega Nazzaro - di torture, soprusi, violenze. Come dire: la quotidianità della globalizzazione.
I video palpitano di dolore. Un ritorno al passato forte soprattutto per gli uruguaiani presenti. Uno dei responsabili del Centro Uruguaiano Venezolano, è scoppiato in lacrime ricordando il fratello torturato ed ucciso durante gli anni della dittatura. Ha dovuto aspettare venticinque anni per avere la conferma ufficiale della sua morte. Molti, forse troppi, ancora aspettano.
- Ci si rende conto di come la Carta dei Diritti umani sia un canto gregoriano all’inutilità, una litania - afferma Nazzaro - che gli Stati cantano mentre con le mani torturano. L’Italia non ha ancora ratificato la legge contro la tortura eppure a Roma esiste il Museo della tortura nazi-fascista…
La violenza è una condotta tipica dell’uomo, affermava Benedetti. Torturatore e torturato si scambiano i ruoli in una sadica reciprocità. Qui ‘Relato de Púas’ si ferma.
- Era troppo - spiega Nazzaro -. La storia ci insegna che il torturatore esce sempre immune. Spagna, Cile, Uruguay, Argentina, Paraguay, Mexico, Italia e mancano all’appello tutti gli altri Paesi del mondo. Nessuno ha avviato un processo ai torturatori. Gli Stati garantiscono l’impunità e violentano la Storia. La tortura - continua - è una condotta umana, occultarla e volerla dimenticare è una scelta coscientemente disumana.

“Ballando” Benedetti
La rassegna non voleva lasciare il pubblico con il Benedetti del dolore doveroso della Memoria Storica. Voleva restituire l’amore per la vita dell’autore ironico, pronto al dialogo. Così è entrato in scena ‘Tangueando Benedetti’, miscela passionale di poesia, tango ed immagini con Marco Tassino come voce narrante.
Sulle poesie dedicate al Tango da Benedetti, Eduardo Galean destreggiandosi al bandonéon, il cantante Yamandu Pereira ed i ballerini Yore Rivas e Frank Zambrano raccontando con la gestualità e le sonorità del Tango le strofe del Montevideano. Tutto sullo sfondo delle immagini prodotte dal Centro Culturale Tina Modotti, un video di 45 minuti su Montevideo ed i suoi protagonisti: Torres Garcìa, Gurvich, Onetti, Galeano. Dopo lo spettacolo, tutti al Centro Uruguaio.
- Benedetti è contemporaneo a tutti - spiega Nazzaro -. Condividevano la tavolata ragazzi di 15 anni come anziani. È bello vedere come un’entità volatile quale il Tina Modotti abbia riunito tante persone di alto livello che hanno contribuito e partecipato in forma gratuita, mettendo a disposizione tempo e professionalità. Grazie appunto a Mario Benedetti.
Tra questi, Isidoro Duarte, grande conoscitore di Benedetti ed amico di Eduardo Galeano, che ebbe tra le mani la prima brutta copia della celebre opera ‘Las venas abiertas de America latina’; Marco Tassino, sceneggiatore e regista del film ‘Milonga’; l’Ambasciatore dell’Uruguay, Jorge Mazzarovich, costantemente presente; l’attrice Amanda Key, protagonista del film ‘La ora 0’ che sarà presentato al pubblico tra qualche mese.
Nell’ultima giornata di ‘Tres dìas alrededor de Benedetti’ la ‘ponenciacción’ “Mario Benedetti: ritratto in forma di poesia e un solo racconto”, condotta da Nazzaro con un “intervento” dell’attore e scrittore Ezio Falcomer dell’Accademia dei Sensi. Nel web (http://accademiadeisensi.podomatic.com/), il suo è “teatro della voce”: interpreta in spagnolo, senza conoscere la lingua, il racconto ‘Cinque sogni’, sul quale Nazzaro ha montato un video. L’ironia di Benedetti, dell’interpretazione di Falcomer, del video.
- Molti materiali che si trovano nella pagina web dell’Accademia dei Sensi - sottolinea Nazzaro - sono usati dal Tina Modotti nelle sue lezioni virtuali di cultura italiana.

Modotti e Benedetti
Perchè Tina Modotti? Perchè Mario Benedetti?
- Tina Modotti rappresenta un tipo di migrazione diversa - spiega il responsabile del Centro, Antonio Nazzaro - che non arriva in America latina solo per fame di cibo ma perchè affamata di vedere e conoscere un altro mondo. E facendolo scopre una nuova visione del mondo, una nuova femminilità, un’ideologia, un’inseparabilità tra dignità politica ed artistica.
Uno sguardo diverso, un’italianità-altra che non crea distanze e barriere ma segna il punto d’incontro. Il sentimento umile di chi si rapporta alla pari con il nuovo popolo, che lo riceve, che si schiera al suo fianco. Soprattutto, non approfitta delle proprie conoscenze e della propria cultura per dominare.
A questa onestà intellettuale, poi, si aggiunge il fascino dello spirito artisticamente e politicamente rivoluzionario che univa Benedetti e Modotti. Spiega Nazzaro, a proposito della fotografa:
- Non è un caso che il grande Diego Rivera, in uno dei suoi murales, dia a Tina Modotti il compito di consegnare le armi ai contadini. La Modotti si può considerare la prima fotografa d’arte della storia.
Il Centro Culturale Tina Modotti, anche senza finanziamenti, ha già fatto e farà tanto altro ancora.
- Abbiamo portato a Caracas i poeti Davide Rondoni e Milo De Angelis - racconta Nazzaro - organizzato una tre-giorni su Pasolini all’Armando Reveron, preparato opere video di teatro didattico. Tra queste, ‘Tina Modotti. Una, nessuna, centomila’, usata da Monte Avila per presentare il libro ‘Tinissima’ di Elena Poniatowska durante il ‘Festival del libro’ di Caracas. Senza dimenticare la partecipazione alla Settimana della Lingua Italiana con la ‘ponenciacción’ su Galileo Galilei; le presenze al Museo de Arte Contemporanea con la mostra di video-poesia del gruppo italiano ‘Nomadi Mondi’; l’happening tra gli alunni dell’UNEARTE ed il poeta Davide Rondoni, sempre nel MAC.
Tutto preparato nel salotto di casa Mogoillon-Nazzaro, con Mariana Mogollon, presidente del Tina Modotti, piegando volantini, cucendo teloni o segnando a terra con nastro adesivo il perimetro di un inesistente palcoscenico.
- Senza l’aiuto di Mariana non si sarebbe potuto realizzare nulla. È lei che trasmette l’energia e la presenza continua al Tina Modotti.
- Voglio ringraziare Carlos Silva, reponsabile di Teatro Francia, per averci dato tre possibilità di provare in un vero teatro prima di andare in scena nel Celarg. Anche lui in forma gratuita.
E per il futuro?
- In programma - conclude il coordinatore del Centro Culturale - il ritorno sul palcoscenico a giugno con ‘Relato de púas’ e ‘Entrevista a Galileo’. Poi - questo è il sogno - trovare qualcuno che sponsorizzi il Progetto su Dante in collaborazione con il dantista Giorgio Battistoni, che potrebbe trasformarsi in un materiale didattico per tutte le scuole latinoamericane, in particolare per quelle italiane. E per il teatro pensiamo ad una adattazione di ‘Porta Chiusa’ di Sartre. O chissà che arrivi qualcuno con una proposta migliore...

giovedì 11 febbraio 2010

Rocco, le pagine di ieri per i bambini di oggi

Compositore e musicista, pittore, scrittore di preziosi racconti brevi. L’autodidatta Castiglia oggi non c’è più. Le istituzioni lo dimenticano, gli amici lo ricordano.

di Monica Vistali (pubblicato per la morte avvenuta il 10 giugno 2009)

CARACAS – Rocco Castiglia, il “Maestro” come molti lo chiamavano, adesso non lo troverete più in mezzo ai bambini a suonare la sua amata fisarmonica Delicia, nè al Caffè Lecuna a dipingere sui muri i volti di quelli che, come lui, avevano lasciato l’Italia tanti anni fa e che ora passavano le loro serate tra carte, canzoni partigiane e bicchieri di vino rosso. Non lo incontrerete neppure alle riunioni del Consejo Comunal de la Boleita Sur dove ad ottobre era stato eletto a pieni voti “Vocero Principal del Comitè de Educacion” o tra quelli che danno corpo alla Misiòn Cultura, che lo avevano nominato “Patrimonio Cultural della Parroquia”. E se, infine, non lo trovarete ospite alla prossima Fiera del Libro, lo troverete però tra le pagine del suo piccolo libro di “historietas”, dal titolo “Cuentos para niños de hoy de un niño de ayer”, che i suoi amici più cari si erano preoccupati di far pubblicare per procurargli quei pochi bolivares di cui aveva bisogno e che, fiero, non accettava da nessuna elemosina.
Perchè mercoledì scorso, Rocco Castiglia, classe 1929, è morto nella sua casa alla Boleita, un piccolo appartamento con carta da parati anni ’30 e mobilio antico, affollata di libri, spartiti, dischi di ogni genere. Si è spento dopo essersi lamentato a lungo per i problemi di respirazione che gli causavano i maleodoranti estrattori del ristorante sottocasa, “fonte di residui tossici e contaminazione ambientale” come denunciano gli amici di Rocco che ora stanno portando avanti il caso ma che già da molto tempo si erano attivati inutilmente per regalare all’artista una vecchiaia serena.
Ed ora, Rocco, è in un piccolo cimitero al centro di un barrio di Guarenas, l’unico che le sue finanze, fantasmi dimenticati da qualsiasi tipo di assistenza sociale o pensione, italiana o venezolana che sia, potessero regalargli.In Venezuela, con la chitarra in mano
Rocco, falegname di Tricarico, un piccolo paesino di Matera, arrivò in Venezuela poco più che ventenne. I suoi genitori l’avevano fatto imbarcare per allontanarlo dalla cognata con cui si era fidanzato. “Sono qui per sbaglio. A quei tempi ero giovane, mi sono fatto convincere... – si rammarica davanti alle telecamere degli amici Attilio Foliero e Mario Neri, che l’intervistarono qualche anno fa e che l’artista chiama “i suoi benefattori” omaggiandoli nel prologo del suo unico libro – e così mi sono ritrovato solo in una terra straniera. Avrei dovuto incontrare mio fratello ma, per problemi con la moglie, dovette ritornare in Italia proprio negli stessi giorni in cui attraversavo l’Oceano”.
I primi anni a Caracas, Rocco li trascorre nella zona di Sarria. Lavora come falegname, dà lezioni di musica e, con la piccola band “Luna Rossa”, formata con l’amico abruzzese Roberto, anima le feste, i locali, inaugura pizzerie italiane.
Con il tempo, la passione per le note, coltivata da autodidatta, lo trasformerà in compositore ed affermato insegnante di musica per molti giovani italo-venezolani, cui impartiva lezioni di fisarmonica, chitarra, cuatro, batteria, mandolino. Divenne anche organizzatore dell’allegro Festival Giovanile di musica, dove non era raro vederlo suonare un organo a quattro mani con un bambino o scatenarsi con l’amato mandolino che divertiva tanto i più piccoli.
Una vera passione, quella di Rocco. La sua casa, ora abbandonata, è ancora ricca di spartiti scritti da lui con il pennarellino nero. Tanti anche i fogliettini dove, senza errori, con la macchina da scrivere, aveva impresso le vecchie canzoni della sua terra, da “Sul ponte di Bassano” a “Quel mazzolin di fiori”, da “Addio mia bella addio” a “Sul cappello, la pennna nera”. La matita e il pennello
Quella per la musica non era l’unica passione di Rocco. Come raccontava nell’intervista rilasciata ai compagni de La Patria Grande, fin da piccolo si divertiva non solo a “chiamare qualche amichetto e dirigere un’orchestrina improvvisata”, ma anche a “scolpire figure con la neve” o disegnare il viso di Mussolini, “perchè a quei tempi c’era solo quello”.
“Mi ricordo quando scendeva al caffè Lecuna, punto di ritrovo per tanti suoi connazionali – ci confida un vicino di casa di Rocco, Leonardo – e passava la serata osservando e memorizzando i visi dei clienti che bevevano o giocavano a carte. Poi, quando il locale si svuotava e tutti se ne ritornavano a casa, si metteva a disegnare sui muri i loro visi con la perfezione di un vero artista. Un vero peccato che quei ritratti siano stati cancellati...”.
“Aveva dipinto anche un ritratto dell’indiano Jiddu Krishnamurti, lo scrittore di cui divorava ogni singola pagina – ricorda Mario Neri, del Circolo Gramsci di Caracas –. Ma – continua – leggeva di tutto, addirittura un giorno lo vidi immerso in “Così parlò Zaratustra”, del filosofo Nietzsche. Ed aveva fatto solo la quinta elementare!”.
Historietas
Il ritratto di Krishnamurti, insieme ad altri, oggi non si trova più in casa di Rocco.
“Non voleva l’elemosina di nessuno – ci confida l’amico Armando Corriere –. Così, per riuscire a fargli accettare quel poco denaro di cui aveva bisogno, inventavamo che avevamo venduto il quadro e che i soldi che gli davamo erano in realtà i proventi del suo lavoro”.
Erano tanti gli espedienti per non umiliare la dignità del vecchio artista quando gli acciacchi dell’età avevano assottigliato drasticamente le sue lezioni di musica e non riusciva più a mantenersi da solo. Il Consolato, più volte interpellato, non sembrava poter dare il sostegno necessario e a Rocco, che definiva la richiesta d’aiuto in quegli uffici “umiliante” e degradante”, come ricorda l’amico Armando, non piaceva sentirsi un “intruso mal accolto”, o un “pedante”.
E così, alla fine, erano i vicini di casa a battere la scopa sul pavimento per avvertirlo che c’era un piatto caldo pronto per lui, furono gli amici de La Patria Grande e del Circolo Gramsci ad autotassarsi per riuscire a pubblicare un piccolo collage dei suoi racconti sparsi, riuniti poi nell’opera “Cuentos para niños de hoy de un niño de ayer” per donargli i proventi del suo lavoro e “farlo sentire ancora importante”.
Anche se, nell’intervista sopracitata, Rocco non si definiva per nulla uno scrittore e dichiarava che solamente erano stati i ragazzi ad ispirarlo, i suoi racconti sono schegge inestimabili di valori e moralità. “Voleva fare del Paese una scuola – commenta Mario Neri – e criticava l’effetto alienante dei videogiochi, la competizione sempre presente nei giochi e che come la guerra, ‘premia i vincitori che trionfano’, la televisione spazzatura che, come si legge in un suo racconto, ‘dovrebbe essere utilizzata per formare cittadini liberi e non un gregge di consumatori irrazionali al servizio di un piccolo gruppo di antisociali’”. Idee che ricordano l’incanto magico del regista e scrittore bresciano Suilvano Agosti.
Grazie a quella piccola opera, che sarà regalata a tutti i bambini il prossimo ‘Dia del Ñino’, “perchè è giusto regalare la sua eredità più preziosa” come ci dice l’amico Armando, Rocco fu presente alle ultime due Fiere del Libro di Caracas, ospite dello stand del matematico umanista Giulio Santosuosso. Lì, il famoso caricaturista de L’Unità e di Liberazione, Enzo Apicella, appese un piccolo cartello con scritto: “Regalo una caricatura a chi compra questo libro”.
Cerchiamolo questo libro, e facciamo un regalo alla nostra anima spesso dimenticata.
“Hai ragione nipotino caro. Non ti ho mai parlato di quello che penso della scuola e del Ministero che erroneamente chiamano dell’Educazione. In primo luogo, il ministero non dovrebbe essere chiamato dell’Educazione bensì dell’Istruzione, perchè dalle scuole primarie all’università la persona s’istruisce e riceve il titolo di medico, avvocato o qualche altra specialità. Però quando il medico non lascia entrare un malato nella sua lussuosa clinica solo perchè non ha sufficiente denaro e l’avvocato difende un corrotto perchè gli offre molti soldi, dimostrano che s’istruirono, ma non si educarono”.

L’altra America, tra Messico e Venezuela storie dell’estremo Occidente

Dai blog di Piero Armenti e Antonio Pagliula è nato “L’altra America, tra Messico e Venezuela storie dell’estremo Occidente”, a cavallo di due rivoluzioni. Dai blog alle librerie, occhi italiani su “L’altra America”.

di Monica Vistali

CARACAS –Trasformare due blog italiani in un libro sull’America Latina. Questo l’esperimento pioneristico affrontato da Antonio Pagliula e Piero Armenti, i giovani autori di “L’altra America, tra Messico e Venezuela storie dell’estremo Occidente”, edito da Arcoiris Multimedia.
Trasformando gli articoli dei blog “Verosudamerica.com” e “Notizie da Caracas” (di Pagliula e Armenti) in pennellate capaci di rendere una sensazione ampia sulla situazione dei due paesi latinoamericani, la giovane casa editrice ha convertito “L’altra America” in un prodotto unico nel panorama editoriale italiano, che mai aveva osato trasladare alla carta stampata i materiali web.
“Il libro è la testimonianza di due rivoluzioni – spiega Piero Armenti -: quella del Venezuela di Chàvez e quella mediatica in cui si affaccia e si afferma il fenomeno ultramoderno dei blog, preziosi diari di bordo troppo spesso non aggiornati o addirittura abbandonati. Non a caso come prefazione a “L’altra America” c’è un mio testo sulla relazione tra mass media, giornalismo e blogsfera, dove fra l’altro il volume è stato più volte recensito e pubblicizzato”.
Tasselli di questo mosaico latinoamericano argomenti seri e meno seri: dalla política di Chàvez alle siliconate venezolane, dalla lotta di Calderòn contro il narcotraffico alla febbre porcina, passando per il colpo di stato in Honduras e il dramma che si consuma giornalmente alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti. Un “minestrone” a 360 gradi, come l’hanno definito gli autori, che chiude con un saggio di Armenti sulla storia di una centrale di polizia del noto barrio caraqueño ‘23 Enero’ che si trasforma in radio comunitaria, emblema e spunto per comporre un saggio sul Venezuela di Chàvez.
Espressivo il titolo del volume, che rimanda ad un’America latina che non si oppone all’occidente ma resta ai suoi margini. “Il Sud America non è l’India o il Giappone: è parte dell’occidente – spiega Armenti -, anche culturalmente. Basti pensare che il Libertador Simòn Bolívar studiava sui classici francesi…”.
Piero Armenti, che durante i quattro anni e mezzo vissuti a Caracas è stato giornalista de La Voce d’Italia, oggi racconta ai microfoni della sua vecchia testata il suo arrivo in Venezuela:
“I primi tempi avevo gli occhi ingenui, ma presto è arrivato il disincanto. Nonostante la rivoluzione credo che le cose non siano cambiate molto, la gente continua ad avere gli stessi problemi di sempre…”.
Se ne va l’ingenuità ma resta il rimpianto per quel rapporto con la vita che sanno avere i venezolani e che gli italiani hanno perso, “il giusto distacco, quella certa leggerezza”.
“In Italia – afferma Armenti – la gente è troppo preoccupata, appesantita, imborghesita e chiusa nel suo benessere. Il Venezuela ti dà la speranza di poter vivere stili di vita diversi e perciò continua ad essere parte di quel grande sogno che alimenta gli italiani e che si proietta in America Latina: il sogno di una vita più semplice in campo professionale e sentimentale, una fuga da se stessi”.
Piero Armenti è tornato da poco in Italia dopo un soggiorno nella Grande Mela, da dove aveva lanciato il il blog “Notizie da New York”.
“New York è la città che più mi ha ricordato Caracas – ci dice convinto -. Forse anche a causa di una grande comunità ispanica che ha saputo conquistare spazi importanti anche socioculturalmente, dal primo all’ultimo giorno sono stato convinto di essere tra quel delirio di folla e cemento che è la capitale venezolana, forse con qualche certezza di sicurezza in più”.

mercoledì 20 gennaio 2010


IL GENOCIDIO INVISIBILE
di Silvano Agosti

Il pianeta Terra viene definito “pianeta azzurro” perché, nell’insieme degli universi conosciuti, è il solo a ospitare il mistero della vita. E’ circondato da una luminosità azzurrina che testimonia, appunto, lapresenza nell’atmosfera e sul pianeta, degli elementi necessari alla vita. Etere, Aria, Fuoco, Acqua, Terra. Ospita il mistero della vita o, per ora, solo l’incognita dell’esistenza? Questo interrogativo si pone rispetto all’insieme degli esseri viventi. Tuttavia l’essere umano sembra essere il solo animale capace di essere cosciente della propria storia, disposto ad ascriversi in esclusiva il privilegio della vita e ponendosi al vertice della scala biologica. Nell’attuale cultura, tuttavia, non si parla mai della vita e delle sue caratteristiche di diversità qualitativa nei confronti della semplice esistenza. La vita sembra non essere argomento di alcuna ricerca, o di confronto o di progetti immediati. Anzi, quando qualcuno tenta di ricordare ai propri simili la grandezza del vivere viene quasi sempre eliminato, Socrate, Gesù Cristo, Spartaco, Martin Luther King, Giordano Bruno, Gandhi…

LA FRANTUMAZIONE DELL’ESSERE UMANO
Né mai ci si riferisce, nelle rivendicazioni o nei propositi di riscatto sociale, all’essere umano in quanto tale. Si preferisce un percorso settoriale parlando di diritti degli operai, degli ammalati, dei prigionieri, delle massaie, dei giovani etc. In realtà, se ci si riferisse semplicemente ai diritti dell’essere umano e si elaborasse un progetto affinché questi diritti venissero rispettati, non ci sarebbe alcun bisogno di soluzioni corporativistiche. Facciamo un esempio: se si afferma che l’essere umano per procurarsi il necessario ha diritto a lavorare non più di tre ore al giorno o di un paio di giorni la settimana, diviene ridicolo discutere sulle trentacinque invece che quaranta ore di lavoro settimanali degli operai o degli impiegati. Il primo diritto sacro e inalienabile dell’essere umano è dunque il diritto alla vita. Quindi prima di tutto è indispensabile avere “il tempo” per organizzarsi la vita e conseguentemente il tempo per viverla. Quindi non ha alcun senso investire la quasi totalità delle proprie giornate in attività indispensabili a consentirci di vivere se poi manca il tempo necessario a godersi la vita. E’ assurdo e cinico parlare di vita a qualcuno che o è ossessionato dall’idea di “trovar lavoro” o, avendolo trovato, trascorre gran parte del suo tempo appunto lavorando, o quando, semi annullato da un’intera esistenza di faticosa sottomissione al mondo del lavoro, va finalmente “in pensione”. “La pensione”, nota anche come l’anticamera della morte. Sembrerebbe dunque semplice, anche considerando l’apporto strepitoso delle nuove tecnologie, realizzare un’organizzazione del sociale più favorevole a far sì che gli esseri umani possano avere il tempo per vivere, per stare con i propri cuccioli, per imparare a conoscere e amare se stessi e il mondo. Di smettere il loro ruolo di comparse e indossare la responsabilità di essere dei protagonisti.

IL MISTERO DELLE NUOVE TECNOLOGIE
Ma allora come mai, pur avendo le tecnologie diminuito migliaia di volte i tempi della produzione, l’orario di lavoro è rimasto più o meno inalterato? Come mai almeno una parte degli immensi profitti accumulati con i “nuovi
ritmi tecnologici” non viene investita per dare meno lavoro a chi lavora ed un lavoro a chi non ne ha affatto? Chi ha interesse a mantenere inalterato lo status quo, come se ancora l’agricoltura fruisse dell’aratro trainato dai buoi e le fabbriche fossero legate alla manualità invece che modernizzate con le nuove tecnologie? La risposta me l’ha data inavvertitamente un industriale del tondino, proprietario di un’immensa acciaieria a Brescia, un certo “Busi”. “Non pensa, caro Busi, che i suoi operai renderebbero di più lavorando mezza giornata invece che otto ore? Meno errori,meno incidenti, meno infiacchimento dei ritmi, maggiore entusiasmo produttivo?” “Sicuramente” risponde lui, “ma non sarebbero più operai!” “Cioè, azzardo io prudentemente, sarebbero degli esseri umani?” “Con tutto ciò che ne consegue…”, mi dice con franca ingenuità. Da allora mi sono chiesto cosa in realtà “ne consegue”, allorché un operaio può finalmente avvertire la propria dimensione di essere umano? Ne consegue forse il crollo dell’industria farmaceutica, in quanto la serenità e la gioia di vivere sarebbero sufficienti a mantenerlo in buona salute sempre. O forse ne consegue il crollo dell’industria consumistica in quanto l’”operaio”, lavorando tre o quattro ore al giorno avrebbe un tempo da dedicare alla vita e spunterebbe in lui la pulsione creativa, trovando soddisfazione nella propria laboriosità senza dover recuperare alcuna frustrazione? O la fine dell’industria basata sullo sfruttamento alla prostituzione, dato che in una comunità liberata dal giogo del lavoro e della necessità, gli incontri sarebbero sufficientemente spontanei da rendere orribile e assurdo un rapporto di meretricio. O infine, facendo in modo che si lavori tutti una mezza giornata, crollerebbe a sua volta l’industria bellica dato che una condizione equa e serena di vita renderebbe ridicola qualsiasi ipotesi di conflitto? E perfino il crollo dell’industria culturale, dato che col tempo nascerebbe una “cultura dei comportamenti umani”, assai più attraente di qualsiasi cultura “di evasione”? Ah ecco dunque, forse, perché coloro che basano il loro potere su queste gigantesche industrie non vedono di buon occhio il progetto di una umanità rispettata e rispettosa della propria preziosità e grandezza, una umanità capace di godere la vita in tutta la sua estensione. Ma sarà opportuno spiegare a costoro, ai cosiddetti capi del mondo che, impedendo a tutti gli esseri umani di vivere, anche loro, i potenti, debbono accontentarsi di una parodia della vita, anche loro sono costretti al “solo esistere” sia pure nelle penombre di immense e lussuose ville, in cui i silenzi sono solcati dal passo dei servi o di governanti sottomesse o figli inebetiti dai privilegi. Insomma, è tempo che l’umanità possa finalmente vivere, di mutare le attuali antiquate strutture piramidali dove il vertice di pochi sottomette a vari livelli tutti coloro che soggiacciono, fino al fondo della piramide in cui sono stipati i derelitti, gli infimi, gli emarginati, quelli che “per farsi ascoltare debbono morire, gli assenti dalla storia, i presenti nella miseria, gli eterni bambini, i senza voce, gli abbandonati, i disperati, gli incapaci, quelli che non fanno numero, quelli della pura rabbia, quelli del puro fuoco, quelli del tutto agli altri e niente per loro.” Insomma è tempo di organizzare la comunità umana non più nella tradizionale struttura piramidale, ma in una nuova struttura sferica, dove ognuno possa essere equidistante dal centro che è, appunto, la vita. Avviene invece quotidianamente un vero e proprio genocidio non tanto dei corpi quanto delle personalità di milioni, anzi miliardi di uomini, tenuti lontani da se stessi e dalla loro creatività e dal proprio vero destino, assediati come sono da falsi problemi, false culture, false superstizioni, false credenze, falsi progetti, false promesse. E tutto ciò ad apparente beneficio di alcune migliaia di ultraricchi, ultrapotenti, ultraspietati esseri che, a loro volta, mal conoscono la preziosità e la vera grandezza della vita. Prendiamo ad esempio l’istituzione scolastica. Avverto subito che alcune delle riflessioni che andrò formulando richiedono, per essere giustamente comprese e assimilate, un ascolto specifico, affettuoso e definitivo. Partiamo dunque, come premessa, dalla semplice constatazione che elementi naturali, indispensabili all’uomo per vivere possono, in diversa dose, provocare gravi danni o addirittura la morte. L’acqua, ad esempio, l’essere umano lo disseta ma in dose eccessiva lo affoga. Il fuoco lo scalda ma lo può anche bruciare, il cibo lo nutre, ma lo può soffocare. L’apparato percettivo sensoriale e cerebrale è capace di miracolose estensioni, alcune delle quali sono a tutt’oggi inesplorate, ma un tale miracoloso apparato si guasta se gli stimoli percettivi sono sempre gli stessi, se le azioni compiute sono eccessivamente ripetitive, come accade nell’ambito lavorativo o scolastico.

LE SCUOLE
Accade quindi che istituzioni nate per soccorrere l’uomo finiscano per danneggiarlo o addirittura sopprimerlo, o che l’infinito piacere di imparare venga sostituito dalla pratica poco amata dello “studiare”. Imparare è pratica naturale di evoluzione e crescita della personalità e procura emozioni delicate e favorevoli, a volte perfino ineffabili. “Studiare” ovvero inserire di forza nel proprio apparato percettivo una serie di concetti e nozioni non chiamate dal desiderio, si rivela invece a lungo andare una pratica perversa, capace solo di annullare qualsiasi reale desiderio di conoscere. Ma l’imparare nasce dalla brezza del desiderio e offre una risposta voluta, accolta con gioia e con la partecipazione attiva di tutta la personalità. “Studiare” per contro “costringe” una mente spesso riluttante, spesso estraniata, ad applicarsi a nozioni e dati che non suscitano il minimo interesse e che quasi sempre sono lontani dalle reali necessità della persona. Per questo le scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, tradizionali e sperimentali, a un attento esame delle loro strutture operative rivelano inquietanti analogie con gli istituti di pena e a volte perfino con i campi di sterminio. La scritta “il lavoro rende l’uomo libero” di sinistra concezione nazista, posta all’ingresso dei campi annunciati all’inizio come “campi di rieducazione” e divenuti ben presto campi di sterminio, potrebbe dunque trovare un perfetto analogo nella scritta “lo studio rende l’uomo libero”. Lo studio, nato per promuovere ed estendere la creatività e divenuto ben presto uno strumento capace di estirpare qualsiasi creatività e di demolire ogni desiderio naturale di apprendere. Imparare, apprendere, ampliare le proprie conoscenze del mondo si rivela come uno dei massimi piaceri che la natura offre, mentre “studiare” è ormai
divenuto un tormento permanente. Cercherò di esemplificare una distinzione fondamentale tra i due procedimenti.
Imparare corrisponde grosso modo al piacere di nutrirsi, magari scegliendo i cibi a seconda dei propri desideri, che poi assai spesso corrispondono alle necessità dell’organismo. Studiare invece corrisponde a un “trattamento sanitario obbligatorio” come se qualcuno lo programmasse così: ore otto pane, ore 9 pasta, ore 10 carne, ore 11 verdure, ore dodici frutta. E così ogni giorno e, di fronte a tentativi legittimi di disperazione o di ribellione della vittima di turno, l’”ingozzatore” non senza innocente cinismo enunciasse la sua verità: “Guarda che se non ti nutri muori”. Un'evidente analogia accade nel nutrire spietata osservanza “dei programmi”. Sì, i ragazzi a scuola si annoiano, fingono di ascoltare, sono sempre meno capaci di esprimere una loro visione del mondo, ma “il programma è stato rispettato e ultimato”. Pian piano si è praticamente estinto ogni naturale desiderio di sapere, e smarrito per sempre il piacere di “conoscere”.

LA TRAGEDIA DELLE CILIEGE TRIANGOLARI
Il fatto è che l’essere umano, intorno ai cinque anni di età, si presenta come la miniatura di un universo perfetto: chiede il perché di tutto, tocca tutto, si offre a tutti, esplora incessantemente il mondo che lo circonda, si muove senza sosta, gioca, canta, si difende, si dispera fino a ottenere ciò che vuole e i suoi stessi comportamenti sono un’arte, in quanto coincidono perfettamente con ciò che sente e prova e afferma e nega. Poi questo capolavoro vivente (qualsiasi sia la sua origine) approda nello spazio scolastico e viene immediatamente sottoposto a secche restrizioni: lo obbligano a star seduto, non può esprimersi o intervenire se non quando “tocca a lui” e, quando chino sul foglio si abbandona con gioia alla propria creatività e disegna ciuffi di ciliegie di forma triangolare di un delicato color rosa, implacabilmente “la maestra” fa notare che: “No piccolo mio, stai più attento, le ciliege non sono triangolari, sono rotonde.” La grande mano della maestra imprigiona la manina smarrita e la obbliga a correggere i triangoli in altrettanti cerchi. “Così… così… E poi non sono rosa, sono rosse. Le ciliege sono rosse!” E da quell’istante ha inizio il percorso della sfiducia in se stessi, indispensabile per sottomettere un essere umano e fargli credere sia ineluttabile negare a se stesso il tempo del gioco e della vita. Quando la sua sottomissione alla fine dell’esperienza scolastica sarà tale da subire con tremore e ossequio la tortura di esami insensati e vessatori, in cambio riceverà il diploma. Maturo. Maturo a sottomettersi per tutta la vita a un lavoro di otto o dieci ore al giorno, insomma un ergastolo vestito da “necessità sociale”. Così, di anno in anno, di programma in programma, il genocidio si compie, facendo nascere nei giovani una legittima repulsione per qualsiasi cibo culturale che non sia la frivola, superficiale lista di scempiaggini da fast food culturale dei giornali sportivi o scandalistici, la pornografia, i film industriali, le soap opera, gli inviti lusinghieri a tentare la fortuna al lotto o al gratta e vinci, la cultura sciatta e triviale della tifoseria nel calcio, la bassa qualità del diverbio politico tra i partiti. La libertà di imparare invece condurrebbe ad una armonica crescitadell’infanzia all’interno di una personalità sempre più sicura di sé, capace di
costruirsi un proprio destino, senza alcuna traccia di sottomissione o di dipendenza. “Cosa proponi dunque come alternativa a proposito della scuola?” “Mi piacerebbe che alle scuole accadesse quello che giustamente è accaduto ai manicomi. E cioè che tutte le scuole venissero chiuse. Messe fuorilegge. E che ci fossero dei Centri di Salute Culturale (così come invece dei manicomi ci sono dei Centri di Igiene Mentale) nei quali i bambini, i ragazzi e i giovani andrebbero, spinti dalla necessità di imparare, trovando operatori culturali in grado di fornire loro le informazioni giuste sui vari meccanismi di apprendimento, libri, cinema, computer, sull’uso di biblioteche, di nastroteche per accedere ai massimi capolavori dell’arte e così via… Dei laboratori, insomma. Spazi di incontro da frequentare soprattutto in caso di pioggia. Un buon computer costa mille volte meno di un insegnante e “sa” mille volte di più. Inoltre, una volta liberate le strade cittadine dalle automobili con efficienti installazioni di marciapiedi mobili e una volta liberati gli esseri umani dall’obbligo di lavorare più di tre ore al giorno, ognuno diverrebbe insegnante di ciascuno. E allora ogni essere umano sarebbe tanto “essere umano” quanto ogni gatto è stupendamente “Gatto”. Ma dove si andrebbe a finire se tutti gli esseri umani coincidessero con se stessi? Cosa potrebbero fare nel tempo che ora li occupa a lavorare? Va detto che, a chiunque io abbia fatto questo discorso, la classica opposizione è la seguente: “Certo, lo so che sono prigioniero di una serie di gabbie invisibili, il lavoro obbligatorio, la famiglia subita perché mal frequentata, il desiderio di denaro come frutto di una perenne indigenza etc... Ma tutto ciò mi dà almeno una certa sicurezza. Cosa farei se fossi libero?” E’ proprio l’impossibilità di concepire la libertà che rende l’uomo schiavo. Essere riusciti a togliergli la possibilità perfino di immaginare una vita vissuta nella libertà lo rende perfettamente sottomesso, uno schiavo moderno.

LA FESTA IMPROVVISA
Vorrei qui ricordare che quando gli apparati politici o di potere (più occulto che non) allestirono circa venti anni fa la gran farsa dell’”Esaurimento dei pozzi petroliferi” e per motivi misteriosi costrinsero improvvisamente gli esseri umani a non usare l’automobile il sabato e la domenica, si verificò subito qualcosa di straordinario. Le strade si riempirono di gente, felice di potersi incontrare, confrontare e frequentare senza intossicarsi a vicenda con l’ossido di carbonio delle automobili, senza dover guardare a destra e a sinistra centinaia di volte nel terrore di essere travolti da qualche auto pirata. Ebbene, quell’improvvisa euforica festosità era un’immagine della vita, qualcosa di esemplare rispetto all’ipotesi di liberare gli esseri umani dal peso di un lavoro coatto e del “consumare benzina ad ogni costo”. C’era chi pattinava, chi si era costruito ingegnosi monopattini, trionfavano biciclette di ogni genere, si rivedeva anche qualche calesse e tutti, nella via, sembravano tornati a possedere il mondo. Naturalmente tutto ciò era troppo rischioso, la gente rischiava di scoprire che la vera felicità non ha costi economici ma nasce dallo “stare insieme” con se stessi e con gli altri, dal poter comunicare con gli altri e con se stessi. E poiché incominciava a spuntare una nuova cultura, la cultura dei comportamenti, gli apparati di potere senza tante spiegazioni, neppure temendo la vergogna dello smascheramento, in contraddizione con ciò che avevano allarmisticamente sostenuto, decisero di sospendere “la festa” e tornare a far traboccare le strade di automobili e di veleni. E’ dunque importante ritrovare la memoria di quei giorni, o magari della propria infanzia, la delicata festosità dello stare insieme e del conoscersi e riconoscersi, ridando alla persona umana e quindi anche a se stessi la massima dignità, quella di poter rispondere in qualsiasi momento a chiunque chieda “Come va?” Semplicemente “Sto vivendo.”