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venerdì 24 settembre 2010

L’Italia divisa in attesa del 26s

di Monica Vistali

CARACAS - Membri di associazioni italovenezolane e gruppi filogramsciani, pensionati al bar e attivisti politici. E ancora insegnati, imprenditori, studenti della Ucv e 'jefes de patrulla' del Psuv. Se il popolo degli italiani in Venezuela è estremamente variegato, gli orientamenti politici in vista del 26 settembre sono più che mai contrastanti e, in sostanza, riflettono la realtà bipolare del Paese.

Il 26 settembre
In gioco, questa domenica, ci sono 165 seggi del Parlamento, oggi perlopiù occupati da deputati chavisti dopo che l'opposizione, nel 2005, decise di non partecipare alle elezioni con la speranza di boicottare i risultati del voto. I seggi verranno assegnati per il 60% con il criterio uninominale, per il 40% con il proporzionale.
L’elezione si caratterizza per la formazione di una nuova coalizione politica notevolmente diversificata al suo interno, la ‘Mesa de Unidad Democratica’. Un blocco che raccoglie una trentina di organizzazioni politiche, regionali e nazionali, unite dalla sola volontà di contrapporsi al presidente Chavez. L’appuntamento, quindi, è come in passato maschera di un referendum sul presidente Hugo Chàvez e sull’operato del governo bolivariano. Una presenza forte dell’opposizione all’interno del Parlamento, infatti, impedirebbe l’approvazione delle riforme necessarie all’attuazione della ‘rivoluzione socialista’.
 In ballo, quindi, c’è il futuro stesso del movimento bolivariano e del ‘Socialismo del siglo XXI’.  

Da Chacao a Sarria
In un bar di Chacao, zona di classe media a Caracas, impegnati in un torneo di briscolone gridato e fumoso incontriamo i pensionati Gino Di Virgilio e Giancarlo Giunzone. Il primo, abruzzese, è in Venezuela da sessant'anni; il secondo ci è sbarcato nel '54 da Modena, insieme a quei 300 mila italiani accolti da Pérez Jiménez. La loro idea è chiara: se, come credono, alle elezioni legislative del 26S vincerà, anche se di poco, il Psuv, non sarà certo grazie al loro voto. "Chavez è il nuovo Stalin" afferma Di Virgilio, "vuole arrivare ad una situazione estrema: ogni in ogni casa ci sono due mitragliatrici ma manca l'acqua. E la gente ha paura a parlare perchè teme di essere vittima di rappresaglie". Gli fa eco Giunzone: "A me piace il socialismo ma quando è democratico, come in Brasile, non quando è leninista e dittatoriale come quello venezolano. Il comunismo non ha mai funzionato nella vecchia Russia, non vedo perchè dovrebbe farlo qui". E rimarca: "Sembra che Chavez provi un sentimento di vendetta verso questo popolo, perchè è l'unico che da lui non viene mai aiutato".
Se da Chacao ci si sposta nel 'barrio' di Sarria, le voci cambiano. Incontriamo Julieta Tronconi, figlia di un imprenditore della vecchia destra milanese oggi impegnata nel consiglio comunale della sua zona e nell'attivismo politico come 'jefa de patrulla'. Va di casa in casa a spiegare come votare, a discutere di tutte le conquiste che si potrebbero perdere se non si appoggia il governo. Lei è certa della vittoria del Psuv. Lo diceva anche a suo padre: "Per ogni capo d'azienda d'opposizione come te, c'è una schiera di operai che vuol vedere difesi i suoi diritti".
- Lo vedo ogni giorno intorno a me - ci dice -: la gente ci crede e s'impegna a promuovere la causa perchè è grata al processo in atto. Ha aperto gli occhi, vede i progressi fatti nel campo dell'educazione e della salute, nell'assistenza e nelle piccole grandi cose di ogni giorno, la libertà e il potere di cui oggi gode il popolo. Pensa ai suoi figli e ai suoi nipoti, sa che se il processo non continuerà si tornerà alla quarta Repubblica, alla dittatura che in tanti anni non ha compiuto un solo impegno a favore della sua gente.
Poi critica la campagna elettorale "sporca" fatta dall'opposizione.
- I vicini mi raccontano di un'opposizione che va nei 'barrios' ad offrire soldi per le protesi al seno in cambio dei voti - denuncia -. Il tutto senza presentare un vero progetto politico, a parte quello di mettere il bastone tra le ruote a Chavez. Inoltre, i suoi candidati si sono piu volte insultati pubblicamente. E ai venezolani l'odio non piace.
Siamo nella via principale che attraversa Sarria. Le case sono umili. Dietro di noi un Pdval dove trovare prodotti alimentari economici e un modulo Barrio Adentro per l'assistenza sanitaria di base gratuita. Julieta scherza parlando degli "antichavisti della classe media che fanno la spesa al Mercal ma coprono la borsina con una borsa di plastica nera perchè si vergognano". Poi ci mostra il campo da basket, ci spiega il lavoro fatto dalla comunità per allontanare i giovani dal vortice della droga e della delinquenza, per rendere il 'barrio' sicuro, per dare spazi di gioco ai più piccoli.
- Davanti al 'Comandante' vedo persone emozionate, donne che piangono commosse davanti agli occhi sinceri di una persona che davvero ama il suo popolo e gli ha dato quello che non aveva mai avuto. Ma Chavez non è ne perfetto ne onnipotente. A sistemare per bene tutto il Paese potrebbe pensarci solo Dio! Proprio per questo si responsabilizza il popolo per le conquiste e le sconfitte. Il popolo non puo limitarsi a criticare, deve organizzarsi ed agire in prima persona perchè le cose funzionino.
Anche l’attivista Ilaria Tameni, dalla sede di Radio comunitaria ‘Negro Primero’ a Sarria, è convinta dell’importanza di un ruolo attivo del popolo:
-Il processo - ci spiega - nonostante gli errori che compie in quanto processo umano, ha dato coscienza ai cittadini che la rivoluzione non la fanno i funzionari ma la popolazione stessa, i gruppi sociali, i collettivi. Nonostante gli errori, adelante! - ci dice - per appoggiare come mai prima di oggi il 'pueblo legislator'.


Cinque anni persi
"Io voterò l'opposizione perchè sono una convinta democratica e questo è diventato un Paese antidemocratico". Tina Di Battista, presidente dell'Associazione Abruzzesi e Molisani in Venezuela, non ha dubbi: "Non solo le persone con un'educazione, ma tutti, devono andare a votare, pensando a quello che c'era e a quello che è stato perso". Parla del problema dell'insicurezza, dell'escalation della violenza trasversale alle classi sociali, denuncia leggi "che vanno in senso contrario ai principi democratici con cui siamo cresciuti".
- Gli attacchi costanti alla proprietà privata portano alla dissolvimento della parte produttiva del Paese - afferma - e impediscono i progetti di vita, costringendo i nostri figli a cercare orizzonti nuovi al di fuori dei confini. 
Di Battista critica la scelta fatta dall'opposizione nel 2005, quando non si presentò alle elezioni nel tentativo di delegittimare i risultati del voto, e auspica la formazione di un'Assemblea legislativa equilibrata, centro di un effettivo confronto politico. Una vittoria schiacciante da parte da parte di uno degli schieramenti in gioco, secondo lei, brucerebbe la possibilità di un bilanciamento di forze necessario. 
- L'assemblea deve essere uniforme, plurale, con un equilibrio sufficiente perchè le leggi siano frutto di una serena discussione. L'astensione decisa nel 2005 è stata un grande errore di cui oggi paghiamo le conseguenze - decreta -. La presenza preponderante della maggioranza all'interno dell'An ha infatti eluso tutte le possibilità di dibattito portando all'approvazione di 120 leggi incostituzionali cui il popolo aveva detto 'no' con un referendum, in quanto implicavano un assoluto abuso di potere.
Cinque anni perduti, dunque. Ma non solo per l’opposizione. Lontana dalle posizioni di Di Battista, Tameni rimpiange che "in questi ultimi anni non siano state approvate leggi radicali necessarie (in favore dei diritti dei sessodiversi, per la legalizzazione dell'aborto) e non si sia toccato il codice penale che ha conservato al suo interno articoli anticostituzionali, e quindi nulli, che però sono lì, una minaccia costante contro le donne".


L'Asemblea nacional perfetta
"Non voterei mai l'opposizione perchè voglio che il processo rivoluzionario continui – ci spiega Martino Levi, informatico trentenne -. Spero in un Parlamento composto da una larga maggioranza, cosicchè non si blocchi l'operato del governo". Poi però precisa: "Al tempo stesso vorrei fosse garantita pluralità e che quindi l'opposizione rientri all'An di modo che, attraverso critiche costruttive sinora esili, spinga costantemente il governo ad agire nel migliore dei modi, agisca un'azione di controllo e pressing, smettendo di gridare allo scandalo denunciando una dittatura che non esiste".
Anche Carla Diaz Favuzzi, studentessa all'Università Centrale di Caracas, ha le idee chiare sulla sua idea di Parlamento. Giudicando come "immatura" la scelta dell'opposizione di farsi da parte nelle scorse elezioni, spera oggi in una "Assemblea che rappresenti in parti uguali entrambi gli schieramenti, perché tutti si sentano rappresentati al suo interno". Dichiara poi di voler votare per l'opposizione attirata dal piano di disarmo in quanto, spiega, "quello dell'insicurezza è uno dei temi che più mi preoccupano oggigiorno".


Mass media
"Ci sono 19 mila morti assasinati ogni anno, le aziende nazionalizzate sono in rosso, si sono persi migliaia di posti di lavoro, sono state chiuse 34 emittenti radiofoniche e una televisiva, sono stati regalati 61 miliardi di dollari". Pedro Paolucci, vice presidente dell'Associazione Nazionale Civile Latinoamericani in Abruzzo (Ancla) non sembra aver dubbi sul suo voto. Notizie e cifre, in Venezuela viaggiano, informano, disinformano, si contraddicono. E i media sono uno strumento politico decisivo. C'è chi parla di un “terrorismo mediatico” in un’ottica internazionale e chi invece denuncia una dittatura informativa imposta dal governo. Ed ogni idea riflette una posizione politica ben precisa.
- Purtoppo credo che l'opposizione prenderà piede perchè poggia su un sistema massmediatico potente e ha fatto una buona campagna elettorale sfruttando non solo le parole ma anche le immagini, invisibilizzando il fatto che la rivoluzione è un processo popolare - afferma Tameni -. Così oggi l'opposizione che ha guardato troppa televisione non si rende conto che vogliono svendere il paese agli Stati Uniti e salvaguardare gli interessi economici di pochi fortunati.
Anche i membri del Circolo Antonio Gramsci di Caracas sono certi della cattiva influenza dei media sui venezolani.
- La gente vota l’opposizione perchè è disinformata a causa delle distorsioni dei mass media - affermano -. Ha paura che gli si tolga la casa, che le scuole ‘cubanizzino’ i loro figli.
Poi precisano:
- Certo all'opposizione c'è anche gente in malafede. Sono i vecchi controllori dei monopoli bancari, alimentari. Sono i vecchi Mendoza, i proprietari delle tv che possiedono anche istituti bancari, che scappano a Miami. Quelli delle speculazioni di borsa, dello scandalo Coninvest. Gente che giocava sporco e che oggi non può più farlo impunemente. Dall'altra parte - spiegano - c'è chi non dimentica i benefici di cui gode ogni giorno: materiale scolastico e beni alimentari a prezzi accessibili, sanità gratuita. Tutti da questo governo hanno avuto qualcosa che durante la quarta Repubblica non avrebbero mai potuto avere"

Un'elezione sicura
Contattiamo Antonio Mobilia. La sua famiglia ha lasciato Napoli ed è arrivata in Venezuela quando lui aveva appena dieci mesi. E' convinto della vittoria del Psuv, spera addirittura in un 80 per cento dei seggi. "Vendo macchinari e per lavoro viaggio per tutto il Venezuela. Quando arrivo in un paesino assisto sempre alla stessa scena: un 'padrone' antichavista ed uno squadrone di lavoratori 'rossi'" ci spiega. Ma non si sorprende:
- Il socialismo è una strada giusta anche se piena di buche e spine. Molta della gente che non lo appoggia è arrivata qui con la terza elementare, ha fatto soldi ma è rimasta ignorante. Non sa interpretare Marx, non sa tutto quello che la sinistra ha fatto. Prende la pensione e non sa che questa è figlia delle grandi battaglie della sinistra. Per questo - dice - voterò per Chavez: perchè dice tutto quello che io ho sempre detto, in primis l’importanza vitale dell’educazione. Prima di lui il Venezuela, in questo campo, era peggio del terzo mondo...
Mobilia racconta di quando in passato, nei centri di votazione, assisteva a brogli di ogni tipo ed è certo della sicurezza del sistema di votazione cui questa domenica faranno affidamento 17 milioni e mezzo di venezolani. Anche tutti gli altri italiani contattati credono nella sicurezza dell'attuale sistema di voto che addirittura, scherza Levi, "è certamente più sicuro di quello degli italiani al'estero. Con lui Fabio Avolio, docente di lingua italiana, che confronta il voto a matita e lo spoglio manuale italiani con le "tecniche di voto moderne e sicure" adottate dal Venezuela, che permettono di avere il risultato già a poche ore dalla chiusura dei seggi.
Anche per quanto riguarda lo scenario post-elettorale, gli italovenezolani si sentono tranquilli e non temono particolari disordini. Ma qualche dubbio resta. Se Tameni teme “azioni violente, destabilizzanti e terroriste, come è già accaduto in passato” da parte dell’opposizione, Giunzone ci fa notare che “Chavez ha armato i civili, mentre i suoi avversari al massimo manifesteranno pacificamente in strada”.


Monica Vistali

mercoledì 4 agosto 2010

Sindaco copeiano espropria un Centro Italo dello Zulia per non lasciarlo ai chavisti

di Monica Vistali

CARACAS – È stato annunciato il decreto di utilità pubblica ed interesse sociale del ‘Centro Italiano Venezolano’ di Ciudad Ojeda che, in poche parole, è stato espropriato. Ma questa volta a compiere il “crimine”, come tanti lo definiscono, non sono state le fila rosse del Governo né Pdvsa, ufficiale proprietaria del terreno che avrebbe potuto rivendicarlo, ma il Sindaco copeiano di Lagunillas, Edwin Pirela.
Secondo il primo cittadino, raggiunto telefonicamente dalla ‘Voce’, “alcuni membri dei Consejos Comunales della zona” avrebbero avuto intenzione di “assaltare il Club”. Con l’espropriazione, pensata il lunedì e messa in atto il martedì, avrebbe di fatto impedito ai “chavisti” di trasformare il centro in “una delle loro sedi di governo che poi falliscono”.
- Quelli della Giunta direttiva (del Civ, ndr) sono tutti amici miei! Decretando l’espropriazione ho salvato il Centro Italiano - ha spiegato il Sindaco.
Il primo cittadino ha assicurato che il club si trova in totale stato di abbandono (cucina inutilizzabile, aria condizionata ed impianto elettrico malfunzionanti, infiltrazioni di pioggia nelle sale) e che con questa espropriazione verrà recuperato a totale beneficio della comunità, invece che diventare “sede di uffici chavisti”. Inoltre, ha voluto sottolineare che solo otto dei 148 soci erano al giorno con il pagamento della propria quota.
- La misura si riferisce ad un terreno di circa 23 mila metri quadrati - ha detto il Sindaco durante una conferenza stampa -. Lo utilizzeremo per gli abitanti di Lagunillas, come complesso sportivo comunale che ospiterà anche attività culturali e sociali.
La parole del Primo cittadino di Lagunillas non trovano però riscontro nelle affermazioni del presidente del Civ di Ciudad Ojeda, secondo il quale l’espropriazione del Centro non sarebbe altro che conseguenza di una ‘guerra’ tra chavisti e copeiani per il possesso del terreno, ubicato nella ‘urbanización’ Tamare.
- Con le invasioni le baracche del ‘barrio’ a ridosso della recinzione - spiega Oscar Framiglio - stavano avanzando sempre di più, era aumentata la criminalità. Dall’altra parte c’era il Comune, che voleva per sè le istallazioni. Così si è inventato l’assalto dei chavisti e che tutto era a pezzi, in stato di degrado, quando in realtà la situazione non è così grave.
Secondo il presidente, i problemi che affliggono gli spazi del Civ sono “dettagli minimi”, comunque risolvibili: qualche bagno che non funziona, qualche sala senza aria condizionata. Che comunque non hanno mai impedito ai connazionali di frequentare le istallazioni.
Per i bilanci il discorso cambia. La quota mensuale del Centro di Ciudad Ojeda è BsF 25. Però solo per la piscina, venivano spesi BsF 4,000 e per sopravvivere il Club avrebbe bisogno di circa BsF 12,000 ogni mese. Fino all’anno scorso i soci attivi con i pagamenti erano 250, mentre ora sono meno di una quarantina.
- Pensavamo di aumentare la quota per affrontare alcune spese di mantenimento e manutenzione ma i soci hanno smesso di pagare. Possiedono azioni di imprese espropiate della zona e la loro situazione economica è incerta.
Secondo quanto ha però spiegato alla ‘Voce’ il presidente di Federazione delle Associazioni italovenezolane, Mariano Palazzo, il Civ di Ciudad Ojeda “presentava da tre - quattro anni grandi difficoltà economiche”, “aveva debiti con Faiv” e non proprio tutti i 170 soci pagavano le quote. Inoltre i membri del Club “non presenziavano alle riunioni”, il Centro non aveva partecipato ai Giochi di Maracaibo, non si era iscritto per quelli di Merida e la struttura, in special modo la piscina, era “in disuso”. Insomma un Centro in agonia, come ce ne sono altri, anche se Palazzo ricorda che c’era stato un “gruppo che aveva tentato di riattivarlo”.
Ieri c’è stato un primo incontro tra il Sindaco Pirela e alcuni rappresentanti della collettività italiana – tra cui anche il console reggente di Maracaibo - rimasto però infruttuoso. Dalla bocche di una cinquantina di persone sono nate proposte diverse - regalare al Comune azioni morose del Civ per poi investire insieme nella rimordenizzazione delle strutture; lasciare al Sindaco il possesso del terreno ed in cambio restare con il controllo dell’immobile - ma non si è arrivati ad un accordo finale.
L’unica voce fuori dal coro, piena di speranza, è qualla del vicepresidente di Faiv e presidente del Comites di Maracaibo, Cono Siervo. Secondo lui la riunione è stata “positiva” ed il Sindaco “potrebbe cambiare idea riguardo all’espropriazione”. “L’Ambasciatore Luigi Maccotta ha mostrato disponibilità e potrà avere un ruolo importante nelle trattative”, insieme alla comunità italiana che è “unita nella lotta contro un’azione che non possiamo permettere”.
Domani i soci del Centro Italiano si incontreranno per pianificare un’offerta ed una strategia comuni da presentare lunedì, in un gruppo di sole 4 o 5 persone, al Sindaco Pirela.
Secondo quanto riportato dal quotidiano ‘Panorama’ di Maracaibo, per compiere con il decreto, il 2010-043, il procuratore è stato autorizzato a realizzare in tempi brevi l’iter legale necessario. Inoltre, il Comune avrebbe consegnato alla comunità un lotto di terreno confinante con il Civ da destinare alla costruzione di abitazioni.

domenica 20 giugno 2010

Merida, vecchia mafia made in Italy

CARACAS - Il noto sito web Aporrea.org ha ripreso lunedì scorso una denuncia apparsa il 23 aprile 1987 sul periodico “Polémica”, che circolava in quegli anni a Mérida. Una storia a cui più volte abbiamo assistito, quella di “una famiglia d’italiani che arriva con una mano dietro e una davanti, si dedica alle costruzioni mangiando mortadella e pepsi e poco dopo è padrona di un’immensa fortuna”, come sostiene Aporrea.
Il protagonista è l’imprenditore Pietro Grespan Bolzonello, arrivato a Mérida negli anni Cinquanta con “un pugno di lire che non rappresentavano nemmeno cento dei nostri bolivares”, raccontava “Polémica”. Mérida si descrive sul suo periodico cittadino come una città aperta all’immigrazione italiana, che è stata - si legge - “tra le migliori delle diverse nazionalità che, prodotto di guerre e crisi economiche, si sono disperse nel mondo in cerca di un destino migliore”. Gli italiani, continua il giornale, “hanno dato un vigoroso impulso al nostro sviluppo come nazione, grazie alla loro laboriosità e la loro stupefacente capacità di assimilazione”.
Aporrea sottolinea però che non una sola volta i venezolani hanno visto gli immigrati italiani “montare un’impresa di costruzioni e simultaneamente comprarsi un mezzo di comunicazione sociale con cui favorire, o sfavorire, i politici che si comportavano bene con i loro affari”. Infatti, sulle colonne di “Polémica” si racconta di come, all’improvviso, il povero migrante Bolzonello diventa un vero mago degli affari e compra un sofisticato aereo che va e viena tra Caracas, Miami, New York.
Si narra l’acquisto dell’Hotel Valle Grande di Mérida, l’appalto per il nuovo piano dell’Hotel Caracas Hilton per duecento milioni di bolivares (sono gli anni Ottanta, ndr), l’acquisizione di Radio Continente per ventisei milioni di bolivares attraverso una “scandalosa operazione additata di sospetti di frode al fisco nazionale”. Si spiega come Bolzonello si associ poi alla costruzione del noto CCCT di Caracas, il centro commerciale più costoso dell’America latina, compra Radio Central e Radio Cumbre, oltre a favolose ‘fincas’ in tutto il territorio. Non contento, spiega il periodico, il connazionale acquista a San Cristóbal il “Diario Pueblo” e a Mérida il “Correo de los Andes”, e prova addirittura di arrivare al quotidiano “El Nacional”, quando girava voce che era in vendita. Infine, per concludere la sua opera, si associa allo sviluppo turistico della località di Morrocoy e si butta nella finanza montando “Financiadora Cordillera” e “Fondos de Activos Líquidos Cordillera”.
Numerose iniziative imprenditoriali, non tutte redditizie. Aporrea.org si chiede: “Come e da dove è spuntato tutto quel denaro?”. “Polémica” azzarda quindi un’idea “semplice quanto pericolosa”: sono tutte facciate per reciclare i “dollari maledetti, i dollari della cocaina, i dollari del narcotraffico”.
Quella narrata da “Polémica” è una storia da leggere non per gettare fango ma per far luce, e non è mai abbastanza, sulla migrazione all’italiana. La verità non può che farci onore. Il fatto che negli anni Sessanta gli italiani erano proprietari o amministratori di un terzo delle industrie venezolane non collegate al settore petrolifero, certo non era solamente caso, fortuna, bravura. Non tutti eravamo angeli. E non è il caso di nascondere la testa sotto la sabbia. Ma, nonostante l’indiscussa presenza di ‘mele marce’, il nostro arrivo, come affermava “Polémica”, sembra stato un toccasana per il Venezuela.
Che valga lo stesso per le minacciose facce scure che ogni giorno arrivano nel nostro, cosidetto, Belpaese?

martedì 20 aprile 2010

Due ruote e il continente americano, l'avventura di Antonio a difesa dei più deboli

di Monica Vistali

CARACAS - Una bicicletta da corsa e un messaggio contro lo sfruttamento minorile e la violenza sulle donne. Questo il bagaglio del 31enne Antonio Tomaselli, partito il 25 aprile di due anni fa da Ancholage, in Alaska, con in mente la titanica impresa di percorrere su due ruote l’intero continente americano, sino alla Patagonia.
- Vivevo in India da un anno e mezzo - racconta il siciliano, oggi a Caracas -. Ero volontario in un centro per lebbrosi di Maria Teresa di Calcutta e gestivo alcune attività per i bambini di strada. Per tre notti di fila ho sognato di fare questo viaggio e, alla fine, ho deciso di partire.
Antonio, curriculum in aereonautica, arriva in America dopo un lungo allenamento sulle strade di Italia, Francia, Spagna, e lungo il famoso ‘Camino di Santiago’. Alaska, Canada, la West Coast: attraversa rapido gli Stati Uniti "perchè lì la maggior parte dei problemi sono legati al mondo del benessere" e scende veloce in America centrale, "dove le problematiche sono di un’altra natura: eredità di dittature passate e conseguenza di governi sfruttatori". Inizia a rallentare il ritmo per conoscere il paesaggio umano, quelle "difficoltà di cui, come occidentale, sono in parte responsabile".



L’America centrale
Antonio attraversa Messico, Guatemala, Belize, El Salvador, Costa Rica. E ancora Panamà, Nicaragua, l’Honduras post - golpe. Lungo la strada collabora con le comunità indigene, nei centri per nativi disabili, nelle unità educative per emarginati. Insegna teatro ai bambini indigeni del Chiapas, aiuta a portare l’acqua in una zona difficile del Nicaragua, concretizza quella "politica del rimboccarsi le maniche" di cui ribadisce la vitale importanza, ma sempre attento a non alimentare un meccanismo di ‘dipendenza’ tra chi ha e chi non ha. Organizza piccole conferenze sul tema dello sfruttamento minorile (nel mondo ne è vittima un bambino su 5, in Nepal il 100 per cento dei minori) e quando possibile mostre fotografiche con i suoi scatti.
- Non mostro l’estremo che commuove: fame, povertà. Mi piace la bellezza che si trova in un paesaggio, nel sorriso di un bambino, negli sforzi dei centri di volontariato dove sono stato.
Le porte, per lui, sono sempre aperte e la gente è bendisposta ad offrirgli un piatto caldo. Antonio ricorda con particolare affetto la coppia che lo ha ospitato in Guatemala: lei responsabile per i diritti umani dei nativi nel paese che detiene il record di indigeni uccisi, lui ex membro di un gruppo di contadini che gestiva le informazioni tra la ‘guerrilla’ e il governo.
- Dell’associazione di cui faceva parte il marito - racconta - sono stati uccisi 19 membri su 21. Ma lui, con la moglie, continua la sua lotta attraverso il nucleo educativo. A parte questi piccoli paradisi, il governo non agisce e gli indigeni vivono incoscienti la loro condizione di emarginati.
La situazione non cambia nel resto dell’America centrale. Il Trattato di pace del 1998 è una carta irrispettata e ai governi fa comodo l’ignoranza della comunità indigena, che non ha voce, non ha diritti politici e sociali, alla quale non è garantita nè l’educazione nè la sanità.
- La cosa più grave - spiega alla ‘Voce’ Antonio - è che non c’è via d’uscita per chi vuole migliorare la sua condizione. Se nelle città c’è quelche chanches, fuori, per loro, non esiste la libertà di scegliere la propria vita".



I grandi poteri
Gli indigeni non sono completamente ignorati dal ‘sistema’, ma comprati e raggirati da una serie di messaggi inquinanti che, per mancanza di coscienza, non vengono elaborati.
- La situazione è contraddittoria. La storica cittadina messicana di San Cristobal - cita ad esempio Antonio - ha venduto la sua ultima risorsa d’acqua alla Coca Cola che ora, in regime di monopolio, rivende le bottiglie a prezzi altissimi. Però il Messico è il paese in cui si beve più Coca Cola al mondo, e all’interno del Messico è lo stesso Chiapas a consumare la maggior quantità di bibita.
Alle ingiustizie delle grandi multinazionali non rispondono adeguatamente le organizzazioni internazionali, null’altro che "la facciata di un grande business".
- Sono un fallimento. Hanno enormi interessi economici e non garantiscono il controllo che dovrebbero esercitare. Ad esempio, in Cambogia, ora hanno assunto una compagnia per disinnescare le migliaia di mine antiuomo che attanagliano il territorio. Peccato - continua - che la ditta incaricata è la stessa che le ha disseminate per tutto il paese.
I grandi poteri non restano estranei neppure per quanto riguarda il mercato della droga e dei migranti. Antonio ha disegnato una sua personale ‘piramide gerarchica’:
- In testa ci sono i grandi governi. Stati Uniti, Messico, Colombia: tutti hanno enormi entrate e posizionano gli alti dirigenti nei porti, nelle zone di frontiera. Poi ci sono i narcotrafficanti, spesso poliziotti, ed infine, in fondo, i ‘pandilleros’.
Istituzioni viziate, dunque. Avanza chi ha istruzione e furbizia per perseguire i propri interessi, scendere a compromessi, vendere idee e comprarne altre. Ideologie mescolate alla realtà, che fanno del sandinismo moderno come del Fondo monetario Internazionale null’altro che galline dalle uova d’oro. Quindi, cosa resta di pulito?
- C’è ancora chi ci crede, chi ha coscienza, interesse sociale. Rispetto verso l’essere umano – ci dice convinto Antonio -. La soluzione per ‘cambiare il mondo’ è l’unione di tutte queste persone, di tutti questi gruppi, che come i governi sfruttatori devono saper ‘fare sistema’. Adesso ci sono ancora troppe lotte: Greenpeace che si arrabbia perchè gli hanno rubato il patrocinio, i Verdi se la prendono con quelli che proteggono l’Amazzonia perchè sono apolitici...
Provo a lasciare una piccola scintilla dentro il cuore di ognuna delle persone che incontro, se poi il fuoco appica dipende dalla materia che ognuno ha dentro quindi dalle scelte che ognuno liberamente deve poter fare... Per lo meno - dice - contribuisco a fornire piccoli strumenti per crescere, secondo la mia personale veduta della vita.



Il Venezuela
Macao, Maracaibo, Coro, Tucacas, Valencia, Caracas. "Rispetto agli altri paesi dove sono stato, il Venezuela vive nell’oro" afferma sicuro Antonio. In America centrale, racconta, "si guadagna un quinto del necessario per vivere, in Costa Rica e Panama comandano i grandi latifondisti, sopprattutto per quanto riguarda la coltivazione delle banane, in Colombia agli emarginati non vengono date possibilità di riscatto o di lavoro. In Venezuela, quelli che si lamentano lo fanno solo perchè vogliono ancora di più".
Antonio è abbagliato dal calore umano e dall’accoglienza dei volti che incontra in questa nostra terra. "Un contatto sociale unico" dice, anche nella Casa di riposo Villa Pompei, dove è ospitato per qualche giorno, e ha ritrovato un po’ della vecchia Italia e ha incontrato le "donne antiche che discutevano su quale pastasciutta da preparare al prete". E rispetto al tasso di criminalità di cui ha tanto sentito parlare, crede che spesso si confonda la povertà con la violenza.
- In Asia ci sono molte più persone e molta più povertà: manca l’acqua, il cibo. Esistono brutalità ed ingiustizie, ma non c’è questo tipo di violenza rabbiosa che si respira nel mondo occidentale. Forse questo è dovuto alla spiritualità, al ‘karma’ che ti fa accettare tutto ciò che arriva nella vita. O forse questa violenza contro chi incontri per strada è solo frutto di un bombardamento di messaggi sbagliati. L’informazione deformata di una società deformata. Se credi che devi per forza avere un blackberry, quando i soldi non ti basteranno lo ruberai senza pensarci due volte...

giovedì 11 febbraio 2010

Finanziaria: italo-venezolani tra rabbia e rassegnazione

di Monica Vistali

"Gli immigrati
che sbarcano in Italia
trattati meglio di noi"

CARACAS - "E' impossibile che ci lascino più fuori di quanto siamo" ci dice l'interprete Oriana Changon, 28 anni, commentando il programma della nuova Finanziaria che vede diminuire del quasi 70% gli apporti governativi destinati agli italiani all'estero.
Stranieri per il Venezuela e stranieri per l'Italia, quasi apolidi dimenticati verrebbe da dire, gli italo-venezolani non si stupiscono dei nuovi progetti del Governo, che sembrano solo confermare un senso di estraneità ed abbandono percepito da tempo. "Siamo stati dimenticati già molti anni fa dal nostro Paese, solo che adesso la cosa è ufficiale, ci stanno dimenticando legalmente" continua Oriana in tono freddo. Alle sue fanno eco le parole di tutti, da quelle della giovane studentessa Martina, convinta che quello che sta accadendo sia "un modo per dirci che non contiamo niente" a quelle del pensionato Flavio Andres Errante, di 64 anni, che commenta: "Io non ho ben capito una cosa: ma noi siamo italiani o no? Se siamo italiani per favore smettiamola di farci trattare male, di farci umiliare con questo atteggiamento da cittadini di serie b. La realtà è che agli italiani che vivono in patria non gliene frega niente di noi".
"Io ricevevo due pensioni - ci racconta Giuseppe Guglitta, originario di Potenza - quella italiana e quella venezolana, unite in una singola. Poi, senza motivo, sono iniziate ad arrivare lettere una dopo l'altra, le quali mi informavano che a causa di fan­tomatici redditi che possedevo la mia pensione sarebbe stata ridotta. E’ successo ben tre volte ed ora dalla mia pensione ricevo ben 180 euro in meno al mese. Nessuno ha saputo spiegarmi le motivazioni di queste riduzioni - si lamenta -. Cose simili accadono anche ad altre persone e credo che, tutti, ci sentiamo veramente abbandonati dall'Italia".
"Ritornare in Italia è una completa delusione - dichiara con convinzione il siciliano Salvatore, sbarcato in Venezuela nel lontano 1955 - perché ti senti chiamare migrante e nessuno accetta di considerarti cittadino a tutti gli effetti. Noi italiani all'estero siamo trattati come stranieri o apolidi. Eppure, se l'Italia oggi sta bene, è grazie a noi migranti della vecchia generazione che abbiamo mandato alla Madrepa­tria, che è la nostra famiglia, tutti i quei guadagni che gli hanno permesso di crescere". Radicata non solo in Salvatore ma nella maggior parte della gente comune la convinzione che sostenere i cittadini non residenti sia un "dovere morale" per un'Italia nata e cresciuta con i soldi guadagnati da quei viaggiatori avventurosi che prendevano il mare molti anni fa. Una sorta di controfavore. E' sufficiente osservare lo sguardo triste di Flavio Errante quando si rammarica per il fatto che "se lo sono dimenticati quello che abbiamo fatto per loro" o ascoltare le parole rabbiose di Miguelina Capaldo: "Per anni gli italiani che vivevano in Venezuela hanno mandato in Italia i soldi che guadagnavano con tanto sudore. Sono queste risorse che hanno permesso alla nostra terra di fiorire e svilupparsi. Per questo motivo quello che sta succedendo oggi è un vero e proprio abuso".
Più che dimenticati, gli italiani all'estero sono un gruppo estraneo e sconosciuto ai più. Ma, come spiega Flavio Errante "in fondo è normale, per-chè il nostro popolo non sa niente di noi. Pensiamo a Rai International o Rai Italia che la si voglia chiamare - continua -, cambia il nome ma il prodotto è uguale: inutile! Ci vuole un altro canale che faccia vedere la nostra realtà a chi non ha mai preso la famosa 'valigia di cartone'".
Dimenticati si, ma non del tutto. I cittadini d'oltremare sono bacini importanti nel periodo del voto. Come dice Salvatore, "la relazione tra il Governo ed i migranti è nel complesso pessima e lo stato italiano si fa vivo solo quando ci sono le elezioni: le giunte direttive organizzano le feste e credono di comprarci con quest'unica e triste presenza". Concorde con lui anche Flavio Errante: "Quando servono voti siamo italiani, ma quando chiediamo ciò che ci spetta ecco che siamo stranieri o un peso per il Paese. Questi tagli ci lasciano veramente a terra - prosegue -. E le nostre, già misere, pensioni? E le promesse, e poco mantenute, polizze sanitarie? Tutti specchietti per le allodole, che siamo sempre e solo noi!".
I figli disconosciuti dell'Italia si lamentano di essere stati poco o per nulla informati dalle fonti ufficiali riguardo ai tagli di quei finanziamenti che ritengono necessari per gli italo-venezolani. "Non sapevamo nulla di questi tagli perché nessuno ci ha detto nulla!" - racconta con rabbia Miguelina Capaldo -. Credo comunque che sia drammatico quello che l'Italia farà ai suoi cittadini, perché sono suoi cittadini, anche se residenti all'estero. E' crudele perché qui sono molti gli anziani che hanno bisogno di sussidi ed i giovani che hanno a cuore la loro italianità e vorrebbero continuare ad avere luoghi dove venga promossa questa cultura". "Sono italovenezolana dalla nascita - ci dice Oriana Changon - ed il tormentone degli ultimi 28 anni è stato 'non ci sono soldi'. E quindi - si domanda - che cosa vogliono tagliare? La Fame?". "Sono a conoscenza solo superficialmente dei tagli decisi dal Governo per la prossima Finanziaria - ci racconta Pasquale Cur­cio, che ha lasciato la provincia di Avellino ben 51 anni fa - perché nessuno ne parla ufficialmente, ma credo che quello che ci aspetta sia una vera tragedia perché sono tanti gli italiani qui in Venezuela che necessitano aiuti governativi". "E' importantissimo che l'Italia riconosca i suoi cittadini e li aiuti - ci dice Salvatore -. Gli italiani in Venezuela - ci spiega - hanno bisogno dei finanziamenti perché, se il 30% appartiene alla classe media ed il 10% sono plurimilionari (basti pensare che la tessera soci del Centro Italo Venezolano è carissima, ed ora ci sarà da pagare anche un'ulteriore quota per riparare i danni creati dalle piogge), per gli altri è davvero dura arrivare alla fine del mese in maniera dignitosa. Ma forse non dovremmo aspettarci molto da un paese che, al contrario del Venezuela, ha dimenticato cosa sia il rispetto. Il Venezuela, nonostante tutti i problemi che ha, comparato con l'Italia è un vero e proprio paradiso". Acuto il commento di Maria Elisa Pino: "Se davvero ci fosse stato bisogno di limitare le spese italiane sarebbe stato utile fare uno studio sociale ed individuare esattamente i cittadini che necessitano i sussidi, perché spesso sono aiutate persone che non hanno bisogno di alcun aiuto".
Con qualche eccezione, gli italovenezolani sembrano più rivolti al loro passato che orientati al loro presente e appaiono decisi a voler mantenere il ricordo ed il contatto con un Paese che costantemente sembra dimenticarli. Forse per questo senso di abbandono, in riferimento alla Finanziaria questa categoria di cittadini non accetta come scusante il periodo di crisi economica che sta passando l'Italia, ed il mondo, ancora meno quando secondo loro sembra dimostrarsi generosa con i migranti che sbarcano sulle sue coste: "Credo che l'Italia non abbia davvero bisogno di tagliare i fondi agli italiani all'estero - commenta Miguelina Capaldo - perché basterebbe limitare le risorse che vengono spese per gli stranieri che arrivano nel nostro Paese a rubare numerosi posti di lavoro ai nostri concittadini". Concorde Pasquale: "I tunisini, i marocchini e tutti gli africani che arrivano in Italia so­no trattati da re, sostenuti in tutti i modi possibili - commenta -. Non vedo quindi perché lo Stato italiano non debba aiutare i suoi cittadini che, in teoria, dovrebbero avere la precedenza anche se risiedono all'estero". Infine conclude: "Anche se l'Italia si trova in un periodo di crisi economica non credo che quello degli Italiani all'estero sia uno dei primi settori da falcidiare".
Nonostante da anni in una terra nuova, questi "quasi cittadini" italiani non sembrano volersi staccare dalla Madre­patria: "Io mi sento italiano al 100%. Per questo sono felice che mia figlia studi in Italia e che a mio figlio piaccia viaggiare spesso in quella terra meravigliosa anche se, purtroppo, il Consolato non vuole riconoscergli la cittadinanza italiana, che per me è importantissima" ci racconta Pasquale. "Io mi sento italiana - ci dice Maria Elisa Pino - e sono fiera di esserlo perché il nostro popolo ha fornito un apporto sostanziale al Venezuela, soprattutto dal punto di vista culturale. Ha insegnato molto in settori prima trattati superficialmente. Inoltre si è mescolato bene con il popolo sud­americano. Basti pensare alla cucina: ormai i sapori italiani e venezolani sono totalmente intrecciati. Anche perchè qui quasi tutti hanno in famiglia un italiano".
Anche chi non ha quasi mai visto l'Italia sente la necessità di coltivare una cultura che sente sua, come la sedicenne Martina: "Io non ho capito molto bene la situazione perché nessuno me l'ha spiegata chiaramente - racconta - ma sentendo i discorsi dei miei genitori ne ho intuito la gravità.
Soprattutto noi discendenti abbiamo bisogno delle attività che si organizzano nella collettività per mantenere il contatto con la terra dei nostri avi. Io, per esempio, ho imparato la lingua italiana studiando alla Codazzi e la tarantella al Club Italo.
Se questi tagli saranno davvero così pesanti, queste realtà si perderanno e con esse le nuove generazioni".
Una voce fuori dal coro è quella di Stefania Lavita, studentessa: "In Italia, con la legge 133 di Tremonti, sono stati tagliati i fondi all'istruzione pubblica. Altri tagli sono stati fatti ad ambiti fondamentali per tutti, come la sanità.
Per questo motivo non capisco le polemiche che si stanno facendo in relazione ai tagli dei fondi destinati agli italiani all'estero, che hanno sempre avuto numerose attenzioni.
Quando si tocca l'estero, verso cui da sempre sono diretti consistenti flussi monetari, si scatena lo scandalo soprattutto a causa del peso che hanno le circoscrizioni estere nel periodo delle elezioni. Questo accade specialmente in Venezuela dove il gruppo italiano è di dimensioni notevoli".